Wednesday, September 30, 2009

La pelle dell'orso

Le dosi massicce di droga e ottimismo immesse nei mercati sembrano svanire lentamente. In questi giorni fanno irruzione ancora dati macroeconomici che smentiscono gli annunci trionfali di banchieri centrali e capi di governo che davano per morta e sepolta la recessione. Qualcuno si è venduto la pelle dell'orso prima di averlo ucciso. Per noi non è una sorpresa. In questo mondo incantato ogni tanto la realtà si prende le sue rivincite.

Ieri erano arrivati i dati sulla fiducia dei consumatori, più debole di quanto previsto dagli economisti. Oggi è stata la volta del Chicago Purchasing Manager's Index che mostra un declino al 46,1% in Settembre delle attività produttive, ben al di sotto dei 50 punti di Agosto che è il livello minimo dell'indice che segnala un'espansione delle attività.

Gli analisti si aspettavano che l'indice continuasse a migliorare, a 52 punti, ma la realtà dei numeri li ha risvegliati dal loro delirio: la recessione non è terminata, nonostante i dati rettificati (manipolati direi io) del Dipartimento del commercio raccontino che l'economia si è contratta nel secondo trimestre ad un tasso annuale dello 0,7%, meglio dell'1% atteso. Ma non è forse vero che di rettifica in rettifica si può lastricare il mondo di dati truccati?

Per finire sono in arrivo, Venerdì, i dati del Dipartimento del Lavoro sull'occupazione, ma già sono disponibili quelli forniti da un Istituto indipendente, Automatic Data Processing and Macroeconomic Advisors, che annuncia la perdita di 254.000 posti di lavoro in quest'ultimo mese, più dei 240.000 attesi dagli economisti.

E se non vi basta leggete questa intervista a Robert Shiller, il quale prevede 5 anni (diconsi cinque) di prezzi stagnanti nel settore immobiliare. Per fortuna che il peggio è passato.

Friday, September 25, 2009

Poveri ma belli

Pioggia di dati oggi sui mercati. Il sentiment, l'ottimismo, dei consumatori americani sale a Settembre al 73,5%. Un bel miglioramento se consideriamo che in Agosto era al 65,7 e a Luglio al 66,0%. E come potrebbe essere diversamente con il bombardamento massmediatico sulla ripresa e il peggio ormai passato?

La speranza è l'ultima a morire, ma poi cominciano ad arrivare anche gli ultimi dati macroeconomici a confermarci che questa non è una ripresa sostenuta dai consumi e dal rifiorire del mercato immobiliare. Infatti i consumi di beni durevoli negli Stati Uniti scendono del 2,4% ad Agosto rispetto al mese precedente e gli acquisti di nuove case, nonostante gli incentivi statali, crescono solo dello 0.7% rispetto a luglio, al di sotto delle attese (gli economisti avevano previsto l'1,6%), mentre i prezzi delle case continuano a scendere (195,200 dollari il prezzo medio in Agosto, giù dell' 11.7% rispetto a un anno fa).

Si potrà pure manipolare il sentiment dei consumatori, ma se i loro portafogli continuano ad essere vuoti che se ne fa la ripresa solo dell'ottimismo?

Dow Jones, consumatori e "socialismo"

L'abbiamo detto tante volte che il recupero delle borse poggia sulle sabbie mobili di una ripresa basata solo sugli incentivi alla rottamazione e sulla ricostituzione delle scorte. Prima o poi i primi si esauriscono e le seconde riempiranno i magazzini. Manca il motore di una ripresa sostenibile, la spesa dei consumatori. La pensa così anche Robert Reich che però ci dice anche qualcos'altro in "Why the Dow is Hitting 10,000 Even When Consumers Can't Buy And Business Cries "Socialism".

Come può il Dow Jones Industrial Average flirtare con quota 10.000, quando i consumatori, che rappresentano il 70 per cento dell'economia, hanno dovuto tagliare la spesa perché non hanno soldi? I posti di lavoro continuano a scomparire. Un americano su sei è disoccupato o sottoccupato. Le case non possono più funzionare come salvadanaio perché sono ad un valore di quasi un terzo in meno rispetto a due anni fa. E per la prima volta in oltre un decennio gli americani ora devono pagare i loro debiti ed iniziano a risparmiare.

Ancora più curioso, come può il Dow essere così in alto, quando tutte le imprese e i dirigenti di Wall Street in cui mi imbatto mi dicono che il governo sta distruggendo l'economia con il suo enorme deficit e la sua presunta "acquisizione del controllo" di assistenza sanitaria, auto, edilizia, energia, e finanza? Le loro angosciate grida di "socialismo" stanno quasi soffocando tutti i loro evviva per il Dow in risalita.

La spiegazione è semplice. La grande ritirata dei consumatori dal mercato è stata controbilanciata dall'avanzata del governo nel mercato. Il debito dei consumatori sta scendendo giù dal suo picco del 2006, il debito pubblico sta salendo. La spesa dei consumatori è in basso, la spesa pubblica è in alto. Perché la vendita di nuove case comincia a ripartire? Perché la Fed sta facendo incetta di carta da Fannie e Freddie, e Fannie e Freddie, di proprietà del governo, oggi sono quasi gli unici giocatori rimasti nel gioco dei mutui.

Perché le azioni del settore sanitario stanno avendo un boom? Perché il governo è in procinto di espandere la copertura sanitaria a decine di milioni di americani in più, e la Casa Bianca ha assicurato Big Pharma e le assicurazioni che i loro profitti saliranno. Perché le vendite di auto sono su? Perché il programma cash-for-clunkers ha sovvenzionato le vendite di autoveicoli nuovi. Perché il settore finanziario si impenna? Perché la Fed mantiene tassi di interesse vicino allo zero, e il resto del governo garantisce ancora che ogni banca troppo grande per fallire sarà salvata. Perché gli imprenditori federali stanno facendo così bene? Perché lo stimolo ha dato il suo contributo.

In altre parole, il Dow Jones è su, nonostante il più grande ritiro dei consumatori dal mercato dopo la Grande Depressione, grazie alla cosa di cui molti dirigenti si lamentano tanto, l'invadenza del governo. E indipendentemente da come si chiami - keynesismo, socialismo, o semplicemente pragmatismo - sta facendo miracoli per le imprese, in particolare per le grandi imprese, e per Wall Street. La spesa dei consumatori si contrae al 60-65 per cento dell'economia, mentre la spesa pubblica si espande per colmare il divario.

Il problema è che il nostro governo, che da poco ha ampliato la sua azione, non sta facendo molto per la media dei lavoratori americani che continuano a perdere il posto di lavoro e che continuano a stringere la cinghia, e che non stanno guadagnando quasi nulla dalla crescita del Dow se non quel poco nel caso possiedano una piccola quota azionaria. Nostante il felice Dow e nonostante le trimestrali sopra le attese delle imprese, la maggior parte delle aziende stanno tagliando sempre più posti di lavoro e salari. E le grandi banche non fanno ancora prestiti a Main Street.

La trickle-down economics* non ha funzionato quando la supply-side economics era al potere. E non funziona ora, in un momento in cui - nonostante tutte le loro grida sul "socialismo" - le grandi imprese e Wall Street sono politicamente più potenti che mai.

* Trickle-down economics". Con questo termine viene chiamata la teoria economica secondo la quale una politica che prevede tagli ed altri benefici fiscali per le imprese e per i ricchi è ritenuta possa indirettamente beneficiare tutta la popolazione. I proponenti di queste politiche sostengono che se gli alti redditi investono di più nelle infrastrutture e nei mercati azionari questo porterà a una maggior produzione di beni a prezzi più bassi creando più posti di lavoro per le classi medie e basse. Non è un caso che a coniare il termine "Trickle-down economics" sia stato l'umorista e attore comico Will Rogers, il quale durante la Grande Depressione ebbe a dire che "Tutti i soldi vennnero dati ai ricchi nella speranza che qualche briciola arrivasse ai bisognosi".

Saturday, September 19, 2009

Il rapporto del Tesoro non conferma l'ottimismo del mercato

Consueto appuntamento di fine settimana con il Market Commentary di Comstock di cui vi fornisco la traduzione.

All'inizio di questa settimana il Dipartimento del Tesoro ha annunciato che, poiché l'emergenza finanziaria è finita e il sistema finanziario si è stabilizzato, avevano risvisto alcuni aspetti dei programmi relativi alla crisi, passando ad una nuova fase. Come il comunicato stampa del Tesoro mette in rilievo, stanno passando "dal salvataggio dell'economia al risanamento e alla ricostruzione delle fondamenta per una crescita futura". Mentre è vero che il Tesoro insieme alla Fed ha contribuito ad evitare un collasso sistemico dell'economia e del sistema finanziario, il comunicato stampa sorvola sui gravi problemi che ancora permangono, e la maggior parte dei mezzi di comunicazione non ha approfondito il breve comunicato. Tuttavia, il sito web del Tesoro ha incluso il rapporto completo, che ha indicato le principali preoccupazioni per il periodo a venire. Poiché è improbabile che molti abbiano letto la relazione completa ne citiamo alcuni passi:

"Nonostante i progressi significativi compiuti nella ristrutturazione del sistema finanziario, la normalizzazione dei mercati finanziari conseguita fino ad oggi è parziale e fragile, e la ripresa economica è, nel migliore dei casi, ai suoi primi stadi ... Il mercato immobiliare è ancora sotto pressione. .. parti significative del sistema finanziario restano compromesse ... la nuova disoccupazione resta elevata, la produzione è scesa in modo significativo, le foreclosure continuano ad aumentare, e il credito alle famiglie e alle imprese resta limitato.

"... Le perdite sui crediti in alcune parti del sistema sono in continuo aumento e i fallimenti bancari, che tendono a ritardare i cicli economici, sono ancora in aumento. Queste condizioni creano un ambiente in cui nuove scosse possono ancora avere effetti smisurati ... il sistema finanziario è ancora fragile, e alcuni dei miglioramenti che abbiamo visto in molti mercati finanziari sono ancora in gran parte dipendenti dal sostegno delle politiche straordinarie.

"... Negli immobili residenziali, anche se il tasso di deterioramento è rallentato, il mercato non ha raggiunto uno stabile fondo, e le foreclosure continuano ad aumentare in tutte le classi di mutui, con i mutui prime ora al primo posto. Il processo di ristrutturazione per gli immobili commerciali è iniziato solo di recente. Il ritmo dei fallimenti bancari è aumentato e si prevede rimanga elevato per diverso tempo.

"... In questo difficile periodo di adattamento, il sistema potrebbe essere sensibile ad eventi imprevisti del mercato. Inoltre, nei mercati in cui le condizioni sono migliorate, non è chiaro se il miglioramento può persistere senza un costante sostegno del governo.

"... il risanamento del mercato immobiliare è lungi dall'essere completo. L'attività di costruzione e le vendite sembrano aver iniziato a risalire dal fondo durante l'estate, ma c'è ancora un notevole differenziale di case vuote ed invendute ... e una percentuale molto elevata dei proprietari di casa ora hanno un mutuo residuo da pagare che è superiore al valore delle loro case, e il mercato del lavoro è ancora debole.

"... L'emissione di nuovi strumenti di debito garantiti da nuovi prestiti al consumo, noti come ABS, è migliorata con il sostegno del programma TALF. Questo è un canale fondamentale per la fornitura di nuovo credito alle famiglie. Ma c'è stata solo una piccola emissione di ABS non supportatata dal TALF.

"... Molte banche di piccole dimensioni hanno esposizioni relativamente elevate nei mutui immobiliari commerciali, in cui i problemi del credito sono ancora in crescita, e altri investimenti in difficoltà".

Il rapporto del Tesoro si legge un pò come le nostre osservazioni recenti (vedi archivio) e mostra la preoccupazione con cui l'Amministrazione guarda ancora all'economia. La dichiarazione di Bernanke secondo cui la recessione è "tecnicamente" finita è venuta fuori quasi nello stesso momento, ed è stata accolta dagli applausi degli investitori ignorando i maggiori problemi come fecero alla fine del 1999 e del 2007. Dubitiamo, tuttavia, che il presidente della Fed, se sollecitato, sarebbe in disaccordo con il rapporto del Tesoro. Noi pensiamo che il mercato è in ipercomprato, sopravvalutato, ed esposto al grave rischio di un crollo.

Friday, September 18, 2009

Siamo alla fine o a metà del rally?

Continua la partita a distanza tra Mike Shedlock (Mish) e Barry Ritholtz. Questa volta l'oggetto del confronto è il rally di borsa, se, come sostiene il primo, siamo alla fine dei giochi o, come sostiene Ritholtz, è appena iniziato il secondo tempo.

Shedlock ritiene che il rally del mercato è avanzato così tanto e così velocemente che se inizia la discesa, sotto non c'è nient'altro che un vuoto d'aria, anzi c'è più aria sotto che sopra.

Può darsi, dice Ritholtz, però nessuna delle linee che tracciamo suggerisce che il rally stia per finire presto la benzina. Questo non significa, aggiunge, che non potrebbe finire anche domani, ma dovremmo scommettere sulla probabilità di un'ulteriore crescita, piuttosto che su un ribasso, per almeno 4 ragioni:

1) Gli investimenti della maggior parte dei singoli trader sono sottodimensionati

2) Livelli di partecipazione e quantità sono entrambi positivi (possono sostenere cioè un'ulteriore crescita)

3) La maggior parte degli investitori ritiene - anche se a torto, secondo Ritholtz - che una ripresa è alle nostre porte e i profitti stanno migliorando.

4) La storia dimostra che i mercati secolari in ribasso hanno pesanti vendite e smisurati rallies; l'attuale rally ha ancora spazio per andare avanti basandoci sui precedenti cicli (clicca sul grafico per un'immagine ingrandita e vedi anche Le quattro fasi di Secular Bear Markets).


E l'economia? Qui sta il mio piccolo sporco segreto, confessa Ritholtz. Per due terzi, l'economia non conta veramente niente.

Lo so che sembra folle, ma considerate questo, aggiunge Ritholtz: nel mezzo di secolari mercati al rialzo, l'informazione economica sembra avere la più grande correlazione con la performance del mercato. Buoni dati, più profitti, migliore attività del mercato.

Con il mercato al top, l'economia sembra andare alla grande. I prezzi sono alti, ma i profitti record sostengono i multipli.

Poi tutto precipita all'inferno.

Toccato il fondo, sembra orribile. Sembra che queste società non faranno mai più un centesimo, che questa situazione non avrà mai fine, che non potremo mai più uscire dal buco nero.

E invece alla fine ci riusciamo.

Questo, conclude Ritholtz, deve sconcertare, far impazzire e infuriare gli economisti puri. Ma questo è il lavoro di Mister Mercato, quello di frustrare il più alto numero di giocatori...

Svalutescion

Thursday, September 17, 2009

More stimulus

"C'è una tendenza a trattare le preoccupazioni per una double dip recession come stravaganti, come qualcosa di cui solo i pazzi, come coloro che predissero la crisi attuale, si preoccupano. Ma ci sono delle ragioni vere di preoccupazione. Una è che il sostegno dello stimolo fiscale inizierà a svanire in un paio di trimestri. Un'altra è che la maggior parte della spinta che stiamo ricevendo oggi è legata alla ricostituzione delle scorte. E questa è una cosa che avviene una sola volta". A pensarla così è Paul Krugman, anche se per la verità una folta schiera di economisti non allineati condivide le sue preoccupazioni.

Krugman mette in correlazione nel grafico sotto l'attuale Pil americano dal momento in cui è iniziata la recessione con l'ipotetico Pil che gli Stati Uniti avrebbero avuto se l'economia avesse continuato a crescere con lo stesso trend del periodo 1999-2007.


Dunque, osserva l'economista, siamo circa l'8 per cento sotto a dove dovremmo essere, che tradotto in produzione persa fa oltre un trilione di dollari per anno (come pure una disoccupazione di massa). E continueremo a soffrire queste perdite, anche se il Pil sta crescendo, finchè non avremo una crescita sufficiente a chiudere questo gap. Dato che non ci sono dati macroeconomici che suggeriscono sia in corso una chiusura del gap, questa è una tragedia che continua. E questo nel presupposto di non avere una ricaduta nella recessione, conosciuta anche come double-dip recession.

Le conclusioni di Krugman forse non saranno condivise dagli economisti che non vedono di buon occhio la scuola Keynesiana, ma, dal suo punto di vista, sono ovvie: abbiamo bisogno di più stimolo. Sì, dice Krugman, questo accrescerebbe il debito federale, ma non ne vale la pena per cercare di ridurre un gap produttivo che sta distruggendo il nostro potenziale ad un tasso pari a più di un trilione di dollari all'anno?

Wednesday, September 16, 2009

Ben, l'indovino

Come i drogati in una fumeria di oppio, le borse volano sotto l'effetto delle dichiarazioni di ieri del governatore della Fed, Ben Bernanke, secondo cui la recessione è finita. Ma il presidente della Fed è veramente attendibile come Bernacca o dice solo quello che i mercati vogliono sentirsi dire? Tra i tanti commenti che ho letto assegno il primo premio a questo di Barry Ritholtz, deliziosamente ironico e intelligente.

Ben Bernanke ha dichiarato che la recessione è finita.

Questo porta a una semplice domanda: perché dovrebbe importarvi delle sue previsioni sulla recessione?

Basandosi sulla sua esperienza di specialista in previsioni e sul suo acume nell'individuare i problemi economici prima che esplodessero, la sua opinione sull'inizio e sulla fine delle recessioni è, ad essere franchi, irrilevante.

Ricordate che fu Bernanke a descrivere la situazione dei sub-prime, come "contenuta"; è stato lui che ha creduto che la crisi immobiliare non si sarebbe diffusa più ampiamente nell'economia, e fu lui in qualche modo a pensare che la drammatica situazione di Bear Stearns non si ripetesse di nuovo.

Non voglio discriminare Bernanke; dopo tutto, è un economista, e se siete stati attenti, avrete notato che l'intera categoria non ha visto l'arrivo della recessione, la crisi del credito e il collasso del mercato. Potreste anche trovare utile ignorare ciò che la categoria che non è stata capace di prevedere ieri pensa sul domani.

Anche adesso, il presidente della Federal Reserve ha detto che la recessione è "molto probabilmente finita", non appena i consumatori hanno mostrato alcuni primi segnali di ripresa della spesa. Non importa che tutta questa attività di vendita al dettaglio sia stata stimolata dagli incentivi governativi.

Ora, come investitori, vorrete conoscere il punto di vista economico del capo della Fed, in particolare quello pertinente la sua politica dei tassi di interesse. La cura prescritta ha reso chiaro che è stato deciso che i tassi rimangano bassi per il prossimo futuro, cosicchè questo diventa un non-problema in questo contesto.

Ma le sue previsioni economiche? Non preoccupatevi.

Guardate che non sono stato un critico particolarmente duro col presidente della Fed. Mentre non può essere Paul Volcker, non è nemmeno (per fortuna) Alan Greenspan. E ci sarebbe potuto capitare molto di peggio che avere uno studioso della Grande Depressione e anche un pensatore fuori dagli schemi come il capo della Fed.

Ma come specialista in previsioni? Non è meglio del suo predecessore...

Tra le vittime della Lehman anche i bancari italiani

Il crack della Lehman Brothers ha causato in Italia un calo dell'occupazione dello 0,3%-0,5%, pari a circa 1.800 posti di lavoro persi nelle banche in un anno di crisi economica, con un'accentuazione delle perdite a Milano e Roma. Questo il bilancio, tutto sommato meno negativo di altri, dell'andamento occupazionale in uno dei settori, quello del credito, che più si è trovato nell'occhio del ciclone, e dove lavorano attualmente circa 310.000 bancari. E' Milano Finanza a scriverlo in un articolo che prende lo spunto da alcune dichiarazioni del direttore generale della Banca d'Italia, Fabrizio Saccomanni.

"La diminuzione del personale degli istituti di credito in Italia", ha sottolineato Massimo Masi, segretario generale della Uilca Uil, "è il risultato del saldo annuale tra chi esce e chi entra. Il saldo non è poi così pesante rispetto a altri settori come l'industria, ma c'è da sottolineare un cambiamento in atto. Anche nelle banche aumentano i precari rispetto ai lavoratori a tempo indeterminato, nel senso che i nuovi assunti vengono presi o con contratti a termine o con contratti di apprendistato''.

Una vera e propria "trasfusione" nel senso che vanno via le persone con esperienza, alti gradi e costi elevato mentre vengono assunti apprendistati a 1.000 euro al mese. Cioè cala poco l'occupazione, ma cala molto il costo dei lavoratori e calano gli stipendi. Per parlare degli effetti della crisi economica sul lavoro nelle banche, è stato convocato un tavolo per il prossimo venerdì 18 settembre tra Abi e le otto sigle sindacali dei lavoratori del credito.

Le categorie interessate alle perdite occupazionali riguardano i tre grandi gruppi come Intesa (nel corso del 2009 usciranno 2.500 persone e ne rientreranno solo 1.200), Unicredit (ne usciranno 2.250 e ne rientreranno solo 1.100) e Banca Popolare (ha un saldo di 374 esuberi). Ma le situazioni più gravi sono a Milano e a Roma.

A Milano, ha precisato Masi, perchè molte banche estere hanno chiuso gli sportelli che avevano in Italia e che si trovavano appunto per lo più a Milano e molte persone hanno perso il posto di lavoro. Tra queste banche ci sono Ubs, Bayerische, Citgroup, Commerzbank, Cisco, Macquaire, a cui dobbiamo sommare l'uscita da alcune banche italiane. Si arriva così a un totale di 1.500 esuberi.

Una situazione grave perchè le banche straniere chiudono le filiali e non c'è un riassorbimento. L'altra situazione grave è a Roma dove c'è Fonspa (banca 100% del gruppo Morgan Stanley) che ha 150 lavoratori che rischiano il posto di lavoro e l'Europrogetti Finanza con 161 lavoratori. Insomma, la crisi ha travolto tutti quanti, ma le reazioni sono state diverse e in diversi momenti.

"Ad esempio le piccole banche e le Bcc", ha aggiunto Masi, "hanno continuato ad assumere, rendendo il saldo finale meno negativo". Nonostante questi dati non siano così drammatici si teme per il 2010, perchè nel 2010 ci saranno i nuovi piani industriali di Intesa, Unicredit, Banca Popolare e forse altri. Per cui ci potrebbero essere ulteriori tagli al personale.

Obama alza la voce, i banchieri fanno orecchie da mercante

Milano Finanza, riprendendo un articolo del Wall Street Journal, ci fa sapere che il Tesoro americano si prepara a vendere azioni Citigroup:

Il Dipartimento del Tesoro americano e Citigroup hanno iniziato a confrontarsi su come procedere alla vendita della quota del 34% detenuta dal Governo nel capitale della banca, in seguito al salvataggio pubblico da circa 50 miliardi di dollari accordato all'istituto a suo tempo.

Secondo fonti informate sulla vicenda, il Tesoro americano potrebbe iniziare a cedere i titoli in suo possesso già a partire da ottobre per poi arrivare a completare l'operazione nel giro di sei-otto mesi. Il progetto è ancora in una fase iniziale e alcune transazioni dovranno ottenere il via libera degli organi di controllo.

Sono due i possibili scenari: nel primo caso, il Governo potrebbe mettere sul mercato la propria quota a blocchi nel corso dei prossimi sei o otto mesi, mentre nel secondo caso lo Stato potrebbe vendere piccole tranche di titoli giornalmente o settimanalmente.

Ci sarebbe anche una terza possibilità che prevede la cessione dell'intera quota in un unico blocco. In realtà, secondo il Wall Street Journal, il piano che prevede una riduzione della quota controllata dal Tesoro americano si accompagnerà all'emissione di nuove azioni che verranno offerte sul mercato.

Stando alle ricostruzioni del Wsj, la scorsa settimana il Tesoro ha ricevuto circa 7,7 milioni di azioni ordinarie Citigroup, in sostituzione di azioni privilegiate che aveva ottenuto quando, nel pieno della tempesta finanziaria, le aveva concesso aiuti per 45 miliardi di dollari.

Ora Citigroup potrebbe procedere all'emissione di nuove azioni per 5 miliardi di dollari e sfruttare quindi la raccolta per ridurre la partecipazione pubblica.


Il piano, in sintesi, prevede un'emissione di nuove azioni per 5 miliardi di dollari e la simultanea vendita da parte del governo di una sua indeterminata quota di azioni. Al contempo Citigroup potrebbe usare quanto ricavato dalla vendita delle azioni di nuova emissione per riacquistare parte delle azioni privilegiate ancora in mano al Tesoro.

Facciamo due conti. Il totale degli aiuti governativi messi in campo per il salvataggio di Citigroup è stato per la precisione di 45 miliardi di dollari (escluse le garanzie). Poi in Febbraio una quota di azioni privilegiate, per un valore di 25 miliardi di dollari, sono state convertite in azioni ordinarie a 3,25 dollari per azione.

Perciò, anche vendendo tutto il pacchetto di azioni ordinarie nelle mani del Tesoro rimarrebbero 20 miliardi di dollari in azioni privilegiate, cosa che porterebbe la quota di Citigroup detenuta dal governo dal 34% a circa il 22%.

Ancora molto ma meglio di niente penseranno i contribuenti americani, i quali, però, farebbero bene a non esultare tanto per una restituzione ancora tutta da vedere, perchè potrebbero essere comunque richiamati presto a metter mano al portafoglio.

Infatti su Citigroup, così come sulle altre grandi banche americane (mentre delle piccole ne muore una al giorno) si sta addensando la nube nera delle carte di credito e continua a peggiorare la situazione dei mutui. Il CEO di Citigroup, Vikram Bandit, è stato alquanto evasivo sull'argomento in una recente intervista televisiva:

But when Bartiromo went right for the jugular and asked when the company would return to operating profitability — a question that investors and analysts have been wondering for some time — Pandit was again vague.

“A lot of this to me is a question of where the economy is,” Pandit said. He noted that two particularly troubling businesses for the company are the credit card and mortgage portfolios. “When we see those assets turn, I think you will start to see a change in the profitability of Citi. … We do believe that we’re seeing some good signs in both the credit card portfolio and the mortgage portfolio.”


Si, un ragionamento geniale, "quando smetteremo di perdere soldi nei due maggiori settori nei quali stiamo andando male, allora potremmo smettere di andare male". Ecco, questi sono i grandi banchieri che hanno in mano il destino della finanza e dell'economia mondiale, a cui oggi Barack Obama mostra il pugno alzando la voce, ben sapendo che sono solo chiacchiere e che tutto continuerà a girare come prima.

Ma il peggio non era passato?

Marchionne, al Salone dell'Auto di Francoforte, ha auspicato che gli incentivi all'auto vengano rinnovati anche nel 2010 «per il bene del Paese, altrimenti sarebbe disastroso».

Non c'è mai limite al peggio, in tutti i sensi, soprattutto quando la socializzazione delle perdite viene chiamata "bene del Paese". Uno spunto di riflessione per tutti quelli che "ne usciremo meglio degli altri".

Monday, September 14, 2009

Corradino sempreinpiedi

Il Presidente dell’Abi, Corrado Faissola, nel corso dell’incontro con i piccoli imprenditori di Confesercenti, è tornato a difendere l’operato del sistema bancario italiano. Faissola ha affermato che "le banche ce l'hanno fatta da sole, hanno pagato il loro scotto alla crisi e retto alla bufera". E ancora "dal governo è arrivato un grande contributo nel momento in cui ha predisposto dei salvagente, ma in concreto non c’è stato niente". Le banche "se sono rimaste in piedi non lo devono allo Stato". E sui Tremonti Bond: "costano troppo e rischiano di introdurre lo Stato nella gestione degli istituti".

Caro Faissola, facile fare i banchieri quando a remare sulle scialuppe sono sempre i risparmiatori. Certo il bagnino Tremonti ha solo predisposto i salvagente ma ci vuole una bella faccia tosta a dire che le banche ce l'hanno fatta da sole.

Chi è che paga ogni volta il conto - e la lista, a partire dai bond argentini, Cirio, Parmalat e così via, è lunga - grazie ad autorità regolatrici che non regolano, controllori che non controllano, legislatori che non legiferano uno straccio di class action (altro che lobbies americane!)? Per non parlare di commissioni, condizioni, spese bancarie e quant'altro viene imposto da una quanto mai dubbia libera concorrenza (antitrust dove sei?).

Lo so, non è colpa di voi banchieri se poi gli italiani sono così sprovveduti e, quando avete bisogno di capitali, si fanno tranquillamente inondare di schifezze che non vi costano niente al contrario dei Tremonti-bond. Ma almeno un pò di riconoscenza: non ti prendere tutti i meriti e ammettilo, se le banche sono rimaste in piedi non lo devono allo Stato ma a quei poveri fessi che ancora vi danno retta.

Thursday, September 10, 2009

Non è tutto oro quello che luccica

L'antefatto.
Nella causa intentata nel 2003 da un suo concorrente con l'accusa di manipolare il prezzo dell'oro, la Barrick Gold, la più grande compagnia mineraria produttrice d'oro al mondo, ha confessato che insieme alla sua banca, la JP Morgan, erano i diretti agenti delle banche centrali nel controllo internazionale del prezzo dell'oro.

L'iniziale linea difensiva della Barrick fu che se la compagnia agiva di concerto con le banche centrali, anche la compagnia non era legalmente perseguibile se anche le banche centrali non erano perseguibili.

Se il mercato dell'oro vi appassiona, in questo post trovate anche i link alla documentazione del caso giudiziario, tutto, purtroppo, rigorosamente in inglese. Da condividere al 100% la considerazione di Jesse che è quasi altrettanto scioccante la assoluta assenza di interesse e approfondimento di un tale possibile scandalo da parte del mondo finanziario, delle autorità regolatrici del mercato e dei media.

La notizia.
Barrick Gold ha annunciato ieri che emetterà 3 miliardi di dollari di azioni per eliminare le opzioni con prezzo dell'oro prefissato e altri contratti in circolazione, portando così i suoi utili nel terzo trimestre a 5,6 miliardi di dollari.

Per Barrick, che prevede che i prezzi dell'oro si manterranno in crescita, l'operazione dovrebbe rimuovere una delle cause che frena il valore delle sue azioni, l'eredità lasciata dal ricorso nel passato ad attività di hedging, una pratica abbandonata dal 2003.

Nei periodi in cui i prezzi sono deboli, le compagnie minerarie vendono spesso una parte della loro futura produzione per proteggersi dalla possibilità di una caduta dei prezzi. Ma quando i prezzi salgono, come è successo dal 2001 in poi, le compagnie vanno in sofferenza perchè il valore della futura produzione al quale hanno venduto non cresce con il prezzo dell'oro. Il resto della notizia con i dettagli tecnici la trovate anche qui.

A questo punto credo sia legittima la domanda se tutto questo non abbia a che fare, insieme agli acquisti della Cina, con il rialzo dell'oro di questi giorni, visto che l'operazione Barrick implica l'acquisto del 4% del totale della produzione mondiale sul mercato aperto che è solo una parte delle vendite allo scoperto che avvengono fuori del mercato, senza dimenticare che Barrick può direttamente contare sulle riserve esistenti, come alla Fed attraverso il Fondo Monetario Internazionale.

La risposta è SI, secondo questo rapporto della banca svizzera UBS:

Based on the press release, it is clear that Barrick has bought back some gold since the end of the second quarter. As at 7 September Barrick had reduced its fixed price contracts (ie those not exposed to moves in the gold price), compared to the 5.4moz reported at the end of June. And gold moved a lot yesterday before the announcement, trading to a high of $1007/oz before correcting in the late afternoon, implying further buying could have taken place during the day.

After a lot of consideration and thought, we now conclude that recent buying from Barrick probably contributed a lot to the move in gold over the past week and that while there may be more buying to do, we believe their outstanding position is closer to 2moz than the 3moz reported as of 7 September.

Barrick were not the only reason for the move higher in gold, however, although we will have a much better idea of the mix of buying after the release of the COTR report on Friday: the new disaggregated data will help here. Assuming that a rump of about 2moz of buying remains, this is not necessarily positive for the price, as Barrick may now wait for a dip to buy the remaining gold: after all, it has said that it will conclude the buying over the next twelve months.

Wednesday, September 09, 2009

Chi si contenta gode?

Gli investitori hanno largamente respinto l'offerta del Santander, relativa al buy-back di titoli abs per un valore nominale di 16.5 miliardi di euro. La mega offerta ha raggiunto meno del 4 per cento del totale. Anche la maggior parte degli analisti si aspettava un'adesione bassissima.

La banca spagnola guidata da Emilio Botin aveva annunciato l'avvio del programma di riacquisto dei titoli il 24 agosto scorso. Si trattava di un'ulteriore mossa della banca per capitalizzare il ribasso dei prezzi sul mercato del debito. L'iniziativa riguardava 27 cartolarizzazioni emesse dall'istituto gran parte delle quali avente come sottostante mutui, crediti al consumo e prestiti commerciali, ad un prezzo scontato del 39 per cento.

Secondo il Financial Times "la scarsa adesione suggerisce che l'offerta era troppo bassa, vista la crescente fiducia nelle prospettive di crescita sia di Santander che dei prezzi di negoziazione dei titoli abs, difficili da valutare durante tutta la crisi finanziaria". Ora, scrive il quotidiano economico, "sebbene privato del capital gain previsto con il piano di riacquisto, è probabile che Santander descriva il risultato come una dimostrazione di fiducia degli investitori".

Sarà forse così, ma allora che necessità aveva Don Emilio di lanciare l'operazione di buy-back più grande della storia? Ci ha provato? Possibile che la banca considerata la più solida al mondo improvvisi un'operazione di tale portata senza conoscerne l'asito più scontato? O non è vero piuttosto che Don Emilio le sta provando tutte per raschiare il fondo del barile, fino ad arrivare a svendere anche parte dei suoi gioielli brasiliani?

Lo scrivevo già lo scorso luglio: "Non si può che concludere che Santander ha bisogno di questi soldi per puntellare il proprio capitale di garanzia e che viene fatto più per disperazione che per qualsiasi altro tipo di logica strategica. E se Santander, una delle più solide banche al mondo, è in cerca disperata di capitali, possiamo immaginare in quale stato siano le altre banche". E una conferma viene dalle voci che circolano in questi giorni sulla sottocapitalizzazione delle banche europee.

Tuesday, September 08, 2009

E l'Oracolo di Omaha cosa prevede?

Il New York Times ci aggiorna sull'ex più ricco uomo del mondo (oggi numero 2 dietro il suo amico Bill Gates):

Warren E. Buffett segue due regole cardinali negli investimenti. Regola No. 1: Mai perdere soldi. Regola No. 2: Mai dimenticare la Regola No. 1.

Orbene un sacco di vecchie regole sono finite nella spazzatura quando la crisi finanziaria ha colpito anche l'Oracolo di Omaha.

A 79 anni Buffet sta venendo fuori dal peggior anno della sua lunga, leggendaria carriera. Sulla carta ha perso personalmente circa 25 miliardi di dollari durante il panico finanziario del 2008, abbastanza da costargli il titolo di uomo più ricco del mondo.

Eppure poche persone dentro o fuori Wall Street hanno capitalizzato la crisi più abilmente di lui. Dopo aver consigliato Washington di salvare l'industria finanziaria nazionale ed aver sollecitato gli Americani a comprare azioni mentre il mercato annaspava, ci si è tuffato lui stesso. Buffet ha approfittato di un mercato disastrato -- come pure di tutti quei salvataggi finanziati dai contribuenti -- tanto da mettere al sicuro la sua fama di uno dei più grandi investitori di ogni tempo.

Quando tanti altri lo scorso autunno scappavano impauriti, Buffet ha investito miliardi in Goldman Sachs -- facendo di gran lunga un miglior affare di Washington. Poi ha rischiato altri miliardi in General Electric. Mentre non hanno mai salvato direttamente Buffet, i contribuenti salvavano alcune delle sue scelte azionarie. Goldman, American Express, Bank of America, Wells Fargo, U.S. Bancorp -- tutte hanno ricevuto un aiuto pubblico di cui in ultima istanza hanno beneficiato gli azionisti privati come Buffet.

Buffett ci ha preso così bene -- almeno, finora, sembra l'abbia fatto -- che il suo guadagno potrebbe essere enorme. Ma ora, solo un anno dopo che la crisi ha colpito, sembra essere preoccupato che il più forte mercato azionario potrebbe vacillare di nuovo. Dopo aver comprato con tanta audacia quando in tanti vendevano i loro asset, la sua holding, Berkshire Hathaway, si tira indietro, comprando meno azioni e investendo invece sul debito corporate e governativo. E Buffet avverte che l'economia, sia pure in miglioramento, rimane profondamente in sofferenza.

"Non siamo ancora fuori dai guai", ha detto Buffet la scorsa settimana in un'intervista, nella quale rifletteva sulle lezioni degli ultimi 12 mesi. "Dobbiamo far riprendere un'economia balbettante in modo che funzioni come dovrebbe".

Tuttavia Buffet non sembrava così traumatizzato dalla rievocazione di quello che una volta definì come l'equivalente finanziario di Pearl Harbour. (Un guadagno netto stimato 37 miliardi di dollari sarebbe un balsamo per la psiche di chiunque).

Monday, September 07, 2009

Non c'è ripresa senza il lavoro

Scusate se anch'io continuo a battere il tasto dell'occupazione e del lavoro, ma ormai abbiamo capito tutti, tutti tranne i media che della crisi riportano solo le buone notizie, che questo è lo snodo cruciale che condizionerà quella che gli ottimisti chiamano ripresa ma che in realtà è solo una fase in cui le cose peggiorano solo più lentamente o come dice Trichet, vanno meglio di quanto previsto, come se ci fosse da esultare se il paziente ha qualche linea di febbre in meno ma la prognosi rimane riservata.

L'abbiamo detto in tutte le salse che questa non può essere una vera ripresa se basata solo sugli incentivi alla rottamazione e sulla ricostituzione delle scorte. Prima o poi i primi si esauriscono e le seconde riempiranno i magazzini. Manca il motore di una ripresa sostenibile, la spesa dei consumatori. Di quelli americani soprattutto. E i numeri che provengono dal Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, l'abbiamo visto nei giorni scorsi, non lasciano molte speranze.

Se questo non bastasse considerate anche il fatto che la crescita dei salari di chi un posto di lavoro ancora ce l'ha si è fermata. Tra il 2006 e il 2008 i salari sono cresciuti ad un tasso annualizzato del 4.0%, mentre nell'ultimo trimestre la crescita è stata dello 0,7% su base annua. Aggiungiamo a questo dato le ultime notizie che parlano di molte aziende, enti comunali e statali che stanno costringendo i propri dipendenti a prendersi le ferie forzate o lunghi periodi di permessi non retribuiti.

Ad essere colpita in modo particolare la classe media che è anche quella più indebitata e maggiormente toccata dalla crisi immobiliare. Un recente rapporto di Bank of America e Merrill Lynch che analizza i dati della Federal Reserve, a dispetto del titolo "The Myth of the Overleveraged Consumer" (Il Mito del Consumatore Superindebitato), dimostra proprio che la più colpita dalla crisi, oltre i poveri, è indubbiamente la classe media americana, molto più di quel 10% di ricchi che hanno sì subito delle perdite ma in proporzioni nettamente inferiori.

Fatto pari a 100 il reddito americano, la classe media copre dal 40 al 90% del reddito percentuale, la classe a basso reddito va da zero al 40%, mentre la ricchezza rappresenta il picco del 10%. Ebbene gli asset della classe media sono rappresentati per il 50% da proprietà immobiliari che, come sappiamo, hanno subìto una forte perdita di valore e stanno ancora diminuendo, molto più delle azioni che invece da marzo hanno recuperato il 50% del loro valore prima del crollo. I ricchi invece, secondo il rapporto, hanno solo un quarto dei loro asset in proprietà immobiliari, mentre la maggior parte è in azioni o bond.

Il rapporto ci dice che nel 2007 l'indebitamento della classe media era pari al 205% del reddito disponibile, quello della classe a basso reddito era pari al 133% e quello dei ricchi pari al 116%. Inoltre la classe a basso reddito che rappresenta il 40% della popolazione conta per solo il 12% sulla spesa per consumi, la classe media che costituisce il 50% della popolazione conta il 46% sui consumi e i ricchi di conseguenza coprono il 42% della spesa.

La domanda è sempre la stessa: da quali consumi verrà la ripresa se i salari continuano a diminuire, la disoccupazione aumenta, le ore di lavoro vengono tagliate, un gran numero di lavoratori sono costretti a lavorare part-time, crescono le insolvenze, i redditi di sempre più numerose famiglie si riducono e cambiano gli stili di vita anche di chi non ha problemi economici?

A meno che non diamo retta a BofA-Merrill Lynch secondo cui è sufficiente contare solo su quel 10% (i ricchi) per rimettere in moto l'economia. Una logica moralmente, politicamente ed economicamente indifendibile:

If we've learned anything from the Great Recession-Mini Depression of the last 18 months, it's that the skewing of income and wealth to the top has made our economy far less stable. When the majority of middle-class and poor Americans are either losing their jobs or feel threatened by job loss, and when those who still have jobs are experiencing flat or declining wages, there's simply no way to get the economy back on track. The track we were on -- featuring stagnant median wages, widening inequality, and job insecurity -- got us into this mess in the first place.


Già, se abbiamo imparato qualcosa dalla Grande Recessione-Mini Depressione degli ultimi 18 mesi, è che reddito e ricchezza dirottati verso il vertice della piramide hanno reso la nostra economia molto meno stabile. Quando la maggioranza della classe media e degli americani poveri stanno perdendo il loro lavoro o hanno paura di perderlo, o quelli che hanno ancora un posto di lavoro hanno salari piatti o in diminuzione, non c'è modo di rimettere in carreggiata l'economia. E' la strada sulla quale eravamo -- caratterizzata da salari medi stagnanti, allargamento della disuguaglianza, precarietà del lavoro -- ad averci messo in questi guai prima di ogni altra cosa.

More stimulus?

Saturday, September 05, 2009

Cresce il rischio di una double-dip recession

Orfani della consueta analisi settimanale di Comstock, assenza dovuta alla Festa del Lavoro che si celebra oggi nel mondo anglosassone, facciamo il punto della situazione attraverso l'interessante intervista rilasciata ieri alla Reuters da Mohamed El-Erian, CEO e co-presidente di Pacific Investment Management, meglio conosciuto come Pimco, il più grande gestore di fondi al mondo con i suoi 850 miliardi di dollari in assets.

Mohamed El-Erian ha parlato proprio subito dopo che il Dipartimento del Lavoro aveva reso noti i dati sull'occupazione negli Stati Uniti (vedi post di ieri) che confermano, nonostante i segnali di ripresa economica, un incremento, anche se rallentato, della disoccupazione che raggiunge il tasso record del 9,7% e minaccia di impedire una ripresa duratura.

Aumenta perciò il rischio di una nuova recessione, uno scenario che il CEO della Pimco ritiene abbia il 50% di possibilità di avverarsi il prossimo anno, e "questo minaccia i mercati azionari che attualmente prezzano secondo una ripresa a V dei profitti aziendali e della disponibilità del credito".

Il rally estivo dei mercati azionari è andato più veloce di quanto giustificato dagli indicatori di domanda, entrate, profitti e flussi del credito, dice El-Erian e la domanda nelle ultime settimane di titoli del Tesoro, la preferita ancora di salvezza degli investitori nei periodi di incertezza, riflette la vera debolezza che vede nell'economia. "Non è che le cose stanno iniziando a migliorare, è che stanno andando peggio più lentamente", dice El-Erian, rubando un concetto già usato da Robert Reich.

Occupazione e salari sono la chiave di una ripresa sostenibile, dice El-Erian, soprattutto a causa della stretta creditizia. E i dati di ieri sull'occupazione confermano che un passaggio dal miglioramento dell'economia dovuto ai programmi di stimoli governativi e alla necessità dell'industria di ricostituire le scorte, a un incremento dei consumi e della domanda aziendale è "lontano dall'essere assicurato".

"Il tasso di disoccupazione sta andando verso il 10 per cento entro la fine del 2009 e, sfortunatamente, rimarrà ad alti livelli per un periodo eccezionalmente lungo", dice El-Erian. "Le implicazioni di un tasso di disoccupazione decisamente alto va ben oltre l'economia e assume importanti dimensioni politiche e sociali".

Con un mercato del lavoro tradizionalmente molto flessibile e reattivo, gli Stati Uniti non hanno reti di protezione sufficientimente ampie per affrontare bene un'alta disoccupazione, dice il CEO di Pimco, citando anche le persistenti preoccupazioni sul sistema bancario, con gli investitori ancora "nervosi" per le condizioni delle banche regionali negli Stati Uniti e di alcune banche europee.

Quest'ultimo è uno dei fattori che c'è dietro l'ampia salita dei prezzi dell'oro che, sempre ieri, ha toccato il più alto prezzo da Febbraio, 997.28 dollari. La domanda di oro è anche sospinta da aspettative inflazionistiche, così come da una più rigorosa regolamentazione dei prodotti finanziari basati sulle materie prime. "Sospetto - conclude El-Erian - che i movimenti sull'oro siano un riflesso di tutti e tre questi fattori".

Che invece non sappia nemmeno lontanamente cosa sia una double-dip recession e perchè sia purtroppo reale questa prospettiva ce lo dimostra l'ineffabile Renato Brunetta che sicuramente, dopo la sua performance in quel di Cernobbio, meeting economico al quale il 99 per cento degli invitati farebbe bene ad astenersi dal parlare evitandoci così di ascoltare castronerie, luoghi comuni e aria fritta in abbondanza, verrà iscritto honoris causa nel Club degli ottimisti di professione.

Il Ministro della Funzione Pubblica dopo aver sentenziato già da due anni la fine della crisi ci spiega ora, non citando la fonte, che "la reattività dell'occupazione all'andamento del Pil è vischiosa ed è ritardata di 6 mesi: quando le cose vanno bene l'occupazione reagisce positivamente sei mesi dopo, quando le cose vanno male reagisce negativamente sei mesi dopo. Quindi, mentre oggi possiamo vedere la svolta per il Pil, adesso dobbiamo subire i contraccolpi sull'occupazione che sono propri dell'andamento del Pil di sei mesi fa". Sì, proprio così, come risulta dal bignamino di economia politica.

"Tutto questo era ampiamente previsto e a questo ritardo dell'occupazione normalmente si risponde con gli ammortizzatori sociali" che in Italia sono ottimi ed abbondanti, dice Brunetta. "Quindi non vedo alcuna preoccupazione da questo punto di vista: mentre possiamo vedere la fine del tunnel per quanto riguarda il reddito, la fine del tunnel per l'occupazione la vedremo probabilmente all'inizio del 2010". Conclusione con la solita formula di rito: l'Italia sta meglio e ne uscirà meglio degli altri paesi, anzi, ne siamo già fuori. Bene, ora gli italiani, grazie a Brunetta, possono andare a dormire tranquilli.

Friday, September 04, 2009

Una ricorrenza dimenticata

Il grande mercato toro raggiunse il suo picco 80 anni fa - ieri -, il 3 Settembre 1929. Il Dow Jones chiuse a 381.17. Il crollo non arrivò fino ad Ottobre. Tre anni più tardi, il Dow Jones era giù a 41.22 e non recuperò il suo massimo fino al 23 Novembre del 1954.

Cresce la disoccupazione, crescono le borse

Il Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti ha diffuso oggi i dati sulla situazione dell'occupazione. Il tasso di disoccupazione è salito al 9,7% nel mese di agosto dal 9,4% di luglio. Una crescita maggiore di quanto stimato dagli analisti, che prevedevano il tasso salisse solo al 9,5%. E' il valore più elevato dal 1983. Ad agosto sono stati persi 216mila posti di lavoro, contro i 276mila di luglio (dato rivisto dalla precedente lettura di 247mila), un numero minore di quello previsto dagli analisti, che stimavano 225mila nuovi disoccupati (ma vedrete che il mese prossimo con la revisione delle stime anche le previsioni degli economisti verranno superate in peggio). Complessivamente, da quando è iniziata la recessione nel dicembre 2007, negli Stati Uniti sono stati persi 7,4 milioni di posti di lavoro.

Con involontaria ironia il Wall Street Journal prevede che it will take some time for the ailing labor market to recover from the worst financial crisis in decades. Sì, occorrerà del tempo per il sofferente mercato del lavoro prima di recuperare dalla peggiore crisi finanziaria mai vista da molti decenni. Per il resto tutto bene Madama la marchesa, perchè nonostante non si veda chi e che cosa possa rendere sostenibile la ripresa, le borse continuano a salire e le banche continuano a fare profitti grazie al fiume di liquidità che governi e banche centrali garantiranno ancora per le prossime settimane. Ma cosa succederà quando finirà la droga?

Cliccate sulle immagini per ingrandirle.

Employment Measures and Recessions
Sopra, via Calculated Risk, il grafico mostra il tasso di disoccupazione e le variazioni anno su anno dell' occupazione riferita ai periodi di recessione.

Il grafico sotto, invece, mostra le perdite di posti di lavoro dall'inizio della recessione, in termini percentuali.
Percent Job Losses During Recessions


Un Marxiano

Nel fantozziano duello a distanza tra Oscar Giannino e Paul Krugman, tra scuola di Chicago e Keynesiani, io, come mi schiero? Ma non ho dubbi, io sto con Marx, Groucho Marx.

Thursday, September 03, 2009

Grande Depressione vs Grande Recessione

I professori Barry Eichengreen (UC Berkeley) e Kevin H.O'Rourke (Trinity College Dublin) in Aprile e Giugno hanno presentato l'affascinante frutto del loro lavoro di ricerca che consiste in una numerosa serie di grafici che mettono a confronto l'attuale crisi economica con la Grande Depressione.

Secondo l'imperdibile aggiornamento di questo lavoro, uscito il 1 settembre, la produzione industriale a livello globale mostra chiari segni di ripresa, ma i due autorevoli studiosi avvertono:

This is a sharp divergence from experience in the Great Depression, when the decline in industrial production continued fully for three years. The question now is whether final demand for this increased production will materialise or whether consumer spending, especially in the US, will remain weak, causing the increase in production to go into inventories, leading firms to cut back subsequently, and resulting in a double dip recession.

La ripresa della produzione rappresenta una netta differenza con quanto accadde durante la Grande Depressione, quando il declino della produzione continuò per tre anni interi. La questione ora è se si materializzerà la domanda finale per questo incremento di produzione o se la spesa per consumi, soprattutto negli Stati Uniti, rimarrà debole, per cui questo incremento di produzione finirà nelle scorte di magazzino, costringendo di conseguenza le aziende a tagliare di nuovo la produzione e dando come risultato una nuova recessione.

Già, sarà difficile che lo sciopero dei consumatori finisca presto e che tornino mai a spendere come prima se i salari continuano a diminuire, la disoccupazione aumenta, le ore di lavoro vengono tagliate, un gran numero di lavoratori sono costretti a lavorare part-time, crescono le insolvenze, i redditi di sempre più numerose famiglie si riducono e cambiano gli stili di vita anche di chi non ha problemi economici.

Scurdammece 'o passato

Via The Economic Populist apprendiamo che...

Almost a year after the federal government launched its rescue of the housing market, nearly one in four new mortgages is insured by the Federal Housing Administration.
...
FHA loans also have become more popular because of the demise of many subprime lenders, which sometimes allowed buyers to purchase a property with nothing down and no documentation of income.


Quasi un anno dopo il lancio da parte del governo federale del suo piano di salvataggio del mercato immobiliare, circa uno su quattro nuovi mutui sono assicurati dalla Federal Housing Administration. I mutui della FHA sono anche diventati più popolari per il trasferimento all'agenzia governativa di quei mutui subprime concessi da entità finanziarie che permettevano ai compratori di acquistare una proprietà senza anticipi e senza alcuna documentazione del reddito.

Insomma la storia non ha insegnato nulla e come per le banche e i mercati azionari le cose continuano ad andare avanti esattamente nello stesso modo di prima, con la differenza che le fabbriche delle bolle oggi pagano direttamente con i soldi dei contribuenti.

Wednesday, September 02, 2009

Un giorno come un altro

Le Agenzie non sanno che pesci prendere. Ecco un paio di titoli, le fonti e l'orario:

# Wall Street gira in positivo, Dow Jones +0,1% - Finanza.com (mer 17:06)
# Borsa Usa incerta dopo nuovi ordini e occupati Usa deludenti - Reuters Italia (mer 17:04)

In realtà non è colpa loro, è Wall Street che annaspa e che non sa che direzione prendere. Dall'apertura oscilla, sempre di poco, sopra e sotto lo zero.

Sarà forse perchè, come dice Reuters, è arrivata la notizia che negli Usa in Agosto sono stati persi altri 298.000 posti di lavoro nel settore privato mentre gli economisti si aspettavano una riduzione di "solo" 213.000 unità confermando così che la favolosa ripresa manifatturiera è frutto di tagli occupazionali e riduzioni di orari e salari?

Macchè, la ragione è un'altra. C'è una voce che circola insistente, secondo la quale una grande banca sarebbe in difficoltà e avrebbe bisogno di altri aiuti e una nuova riorganizzazione. I rumors hanno anche fatto il nome, Wells Fargo, e il titolo è sceso giù di 6 punti. Poi è intervenuta qualche provvida manona a sostenerne il corso. Se c'è qualche notizia vera, verrà fuori stasera dopo la chiusura.

Lo spettacolo va avanti come sempre, tra manipolazioni, compravendite fondate sui rumors e fiumi di denaro fatti deviare con un click dai padroni della borsa, le grandi banche, tranquille che se c'è qualche problema attingeranno alle casse del governo. Un giorno come un altro a Wall Street.

Salto in basso

Come far superare la prova di salto in alto anche a dei brocchi? Semplice, abbassando l'asticella. E' quanto avviene con la saga dei "risultati al di sopra delle attese" che sta impazzando da marzo ed ha contribuito a gonfiare, oltre che le trombe dei soliti ottimisti di professione, anche la nuova bolla della borsa. Il trucco è applicabile ad ogni dato macroeconomico, ma David Rosenberg si preoccupa di smascherare questi maghi delle previsioni proprio sul terreno dei numeri drogati di Wall Street:

Quando guardiamo al nostro database, vediamo che l'EPS (Earnings Per Share - Utile per azione) dell'indice S&P 500 per il secondo trimestre è oggi stimato intorno a 13,94 dollari. Invece, alla fine del secondo trimestre, le attese erano posizionate a 14,15 dollari; alla fine di marzo le previsioni erano a 14,84 dollari e alla fine del 2008 a 19,92 dollari. Quindi dove stanno esattamente questi risultati al di sopra delle attese? Il secondo trimestre è andato sotto del 30% rispetto a quanto "previsto" dagli analisti di Wall Street alla fine del 2008!

Il terzo trimestre è stato tagliato già tante volte che l'asticella è ora a 14,57 dollari. Alla fine di giugno, era a 15,05 dollari, il 30 marzo, a 16,68 dollari, e alla fine del 2008, la stima per il terzo trimestre di quest' anno era 21,11. ...... l'indice S&P 500 è riuscito ad avanzare del 13% quest'anno, anche se nel trimestre in corso l'EPS è stato abbassato di quasi il 30% (e del 45% dalla fine del mese di settembre 2008). Persino Houdini sarebbe arrossito. Le aspettative di crescita dell'EPS anno su anno per il terzo trimeste sono oscillate dal 32,3% della fine del 2008 a +4,5% su marzo 2009, a -5,7% alla fine del mese di giugno, al -8,7% attuale. E il mercato è cresciuto del 50% da dove era a marzo, anche se abbiamo visto un'oscillazione di 13 punti percentuali di ribasso.

clicca sul grafico per ingrandirlo

Tuesday, September 01, 2009

Colpi di sole

Al New York Times un redattore economico deve aver preso un colpo di sole prima di scrivere questo articolo, in cui si dice che con la restituzione da parte delle grandi banche dei soldi per i salvataggi, il governo USA (e quindi i suoi contribuenti) vedono addirittura arrivare dei profitti:

The government has taken profits of about $1.4 billion on its investment in Goldman Sachs, $1.3 billion on Morgan Stanley and $414 million on American Express. The five other banks that repaid the government — Northern Trust, Bank of New York Mellon, State Street, U.S. Bancorp and BB&T — each brought in $100 million to $334 million in profit.

A casa mia se investo 100 direbbero che ho avuto un profitto se riavessi indietro 100 più almeno un piccolo guadagno altrimenti mi correrebbero dietro con il forcone se di quell'investimento recuperassi solo il 10%. Se guardate infatti la tabella (cliccateci sopra per ingrandirla) i fondi del TARP restituiti ammontano a circa 70 miliardi. E gli altri 630 elargiti dal governo tramite il TARP, il fondo di salvataggio delle banche, dove sono finiti?

Inoltre dalla stessa tabella notiamo tra i debitori che devono ancora rifondere gli aiuti ricevuti (115 miliardi) ci sono i tre grandi gruppi Citigroup, Bank of America e Wells Fargo. I contribuenti americani rivedranno mai quei soldi? Senza dimenticare le altre migliaia di miliardi spesi, prestati, emessi o comunque consumati per sostenere il sistema finanziario in quella che verrà ricordata come la più grande operazione di socializzazione delle perdite nella storia del pianeta.