Wednesday, December 23, 2009

Altri numeri


Non sono certo dati macroeconomici che aprono a grandi speranze quelli arrivati oggi dagli Stati Uniti. Una doccia fredda per chi si era scaldato troppo al solicello tiepido della ripresina, anche se le borse fanno finta di niente e continuano ad andare per la loro strada.

Nel settore immobiliare vanno a fondo le vendite di case di nuova costruzione. In Novembre le vendite di case unifamiliari diminuiscono dell' 11,3% ad una quota annuale attualizzata di 355.000 case, ben al di sotto del previsto calo del 1,2% e delle 425.000 case attese dagli economisti intervistati dal Dow Jones Newswires.

Per noi nessuna sorpresa visto che il risultato era già annunciato dal dato delle vendite delle case esistenti di qualche giorno fa. Le vendite di nuove case, al contrario di quelle di case esistenti, sono registrate con la firma del compromesso e non alla conclusione della vendita. Difatti l'incremento di novembre nelle vendite di case esistenti scontava la corsa all'acquisto di una prima casa , a settembre ed ottobre, dei compratori interessati agli sgravi fiscali, in scadenza ad ottobre, acquisti che però sono stati registrati alla conclusione dei contratti, un mese dopo. Ora gli sgravi sono stati prorogati ad Aprile 2010 ma ormai chi era intenzionato a comprare casa ha concentrato le sue richieste ad ottobre e in futuro non rivedremo certo quei numeri.

Tuesday, December 22, 2009

Numeri al lotto

A Napoli si giocherebbero sicuramente il terno: 35- 28 -22. Sulla nuova ruota di Washington, D.C.. Siamo infatti alla terza revisione, al ribasso, del PIL statunitense nel terzo trimestre 2009.

Ricordate quando a fine Ottobre venne annunciato dal governo il PIL in crescita del 3,5%, notizia salutata come il segnale della ripresa economica e con il rumore dei tappi di champagne che saltavano a Wall Street? Bene, dopo qualche giorno arrivava la prima correzione, allegramente ignorata dal mercato. Scusate, ci siamo sbagliati, la crescita è del 2,8%. Ma chi se ne importa? Nemmeno se vuol dire che a questo tasso di crescita ci vorranno altri 10 anni per tornare ai livelli pre-crisi, con tutto quel che ne consegue per l'occupazione.

Ma non è finita qui. Perchè oggi siamo alla terza e forse nemmeno ultima revisione del dato, anche questa caduta nell'indifferenza generale dei mercati. OK, abbiamo scherzato, il PIL è cresciuto solo del 2,2%, giusto pari all'apporto dello stimolo governativo. Altro che il peggio è passato. La ripresa è debolissima, in coma farmacologico. E i farmaci, gli stimoli del governo, stanno esaurendo il loro effetto. Una ricaduta sarebbe pericolosissima, anche perchè è poco credibile che Obama osi chiedere al Congresso altri stanziamenti per un nuovo piano di stimoli.

Sunday, December 20, 2009

Facciamo le carte al 2010

Analisti ed economisti si cimentano in questo fine anno con previsioni che una volta erano prerogativa di astrologi, maghi e lettori di tarocchi. Tra i tanti che si azzardano a divinare un 2010 prospero e felice (dimenticando la piaga della disoccupazione in crescita) e i pochi che rimangono con i piedi per terra scelgo questi ultimi. Quella che segue è la previsione, non certo fantascientifica, degli analisti di Comstock.

Il rally del mercato azionario ha ormai raggiunto un punto in cui si prevede una ripresa a forma di V che invece non è affatto probabile che si avveri. A fare da catalizzatore di tutto questo ottimismo sono una interpretazione rialzista dell' attuale attività economica, una apparente stabilizzazione del mercato immobiliare e i risultati di diverse aziende che hanno superato le stime previste. Da non trascurare neanche la percezione della forza dell'economia cinese che incide sulla crescita globale e nel movimento verso l'alto di alcuni prodotti di base. Riteniamo che tutti questi punti sono stati sopravvalutati, mentre la paura di perdere il treno che lascia la stazione si traduce in un rialzo speculativo che potrebbe lasciare delusa la maggioranza.

Il fattore chiave da considerare è che la cosiddetta "Grande Recessione" è stata causata da una crisi del credito susseguente ad un boom artificiale e mostra quindi più somiglianza con la grande depressione avvenuta dopo il 1929 o in Giappone dopo il 1989 che con la serie di recessioni sperimentate nel periodo post Seconda Guerra Mondiale. Dopo il crollo del boom delle dot-com nel 2000 a 2002, la Fed ha mantenuto i tassi di interesse a livelli storicamente bassi per un lungo periodo di tempo, e con l'aiuto di norme permissive sui mutui, complessi strumenti finanziari di cartolarizzazione e irresponsabili agenzie di rating, ha favorito un clima che ha determinato un massiccio boom immobiliare. Le famiglie sono state in grado di incassare l'accresciuto valore delle loro case, attraverso rifinanziamenti e prestiti per la casa, che ha permesso loro di spendere liberamente e ridurre i loro risparmi, anche se la crescita dei salari è stata estremamente lenta. Il boom dei consumi ha portato allo sviluppo a livello mondiale della capacità di soddisfare la domanda artificialmente indotta dal libero flusso del credito che è stato scambiato per abbondanza di liquidità da gran parte degli economisti e degli specialisti di mercato.

Ora il conto deve essere pagato. Nonostante la grave recessione in estate, il consumatore deve ancora adeguarsi a un livello molto più basso di spesa. Se tale livello è finalmente raggiunto l'economia può ancora crescere in maniera robusta, ma oggi non siamo vicini a quel punto. Il massiccio stimolo monetario e fiscale messo in atto nel corso degli ultimi nove mesi ha attenuato la crisi del credito e impedito un collasso globale, ma non ha evitato la necessità per l'economia di riadattarsi ad una nuova serie di circostanze. Siamo ancora di fronte a livelli storicamente elevati del debito, un basso tasso di risparmio delle famiglie e una debole industria edilizia. Riduzione del debito e riportare sù il tasso di risparmio prenderà un periodo di tempo prolungato. Inoltre, a seguito della riduzione della spesa dei consumatori vi è anche un eccesso di capacità che frenerà anche gli investimenti. E non dimentichiamo che le nazioni straniere che per la crescita sono diventate dipendenti dal consumatore americano (leggi Cina) dovranno trovare un'altra strada.

Per spiegare brevemente la natura dei cambiamenti precedenti, considerate quanto segue. Dal 1955 al 1985 la spesa dei consumatori rappresenta tra il 61% e il 64% del PIL. Il 30 settembre, questa percentuale era salita al 71%, un importo che è insostenibile data l'artificiosità del boom che l'ha causata. Perchè la percentuale scenda a un più tradizionale 65% del PIL, la spesa dovrebbe diminuire del 7,8%. Anche se questo non accadrà tutto in una volta, sarà un freno alla spesa dei consumatori per qualche tempo a venire.

Un analogo ragionamento è applicabile al debito delle famiglie e al risparmio. Il debito delle famiglie ha registrato una media del 57% del PIL negli ultimi 55 anni ed era ancora al 64% nel 1995. Da allora, è salito al 98,6% (solo leggermente sotto il suo picco) dando una grande spinta alla spesa. Anche se il debito rimane ad un livello elevato l'assenza di un ulteriore aumento toglie una fonte importante di crescita che c'è stata in passato.

Il tasso di risparmio delle famiglie per lo più è rimasto in un intervallo compreso tra il 7% e l'11% del reddito disponibile dei consumatori nei decenni precedenti al 1992, e ha continuato a scendere fino a circa zero entro il 2008 per poi passare a un corrente 4,4%, non appena i consumatori hanno avviato un processo di limitazione della spesa .. In assenza di un aumento dei valori immobiliari e a causa della quasi totale scomparsa del prelievo derivante dai mutui che, al suo apice, rappresentava un annualizzato 12% della spesa dei consumatori, il tasso di risparmio potrebbe facilmente risalire a un più tradizionale 9%. Questo sarebbe ancora un altro freno alla spesa.

A nostro avviso la ripresa economica è ancora nel reparto di rianimazione e non è sostenibile. I progressi visti fino ad oggi sono quasi interamente dipendenti da programmi governativi temporanei che sono destinati ad essere ridotti al minimo. Non appena l'economia sarà in grado di espandersi per proprio conto. Condizioni molto sfavorevoli in tre settori chiave --- abitazioni, immobili commerciali e spesa dei consumatori --- rendono altamente probabile che la crescita economica sarà molto tiepida o cadrà in un'altra recessione.

Circa il 25% di tutte le case con mutui sono underwater (cioè con il valore della casa inferiore al valore del mutuo rimanente), con circa la metà di queste oltre il 20% underwater. L'esperienza indica che un gran numero di questi mutui finiranno in default se non l'hanno già fatto. Anche adesso il 14% di tutte le case con mutui sono in default o in procedura esecutiva. I prezzi delle case sono saliti leggermente rispetto ai mesi passati solo a seguito dello sconto fiscale concesso dal governo agli acquirenti di prima casa e il fatto che i pignoramenti sono stati temporaneamente sospesi per il tempo necessario agli istituti erogatori di verificare quali casi sono suscettibili di modifiche. Non appena questo processo sarà completato quelli non qualificati verranno messi in procedura esecutiva. Inoltre siamo anche di fronte ad un altro round di revisione dei tassi che porterà ancora più default e pignoramenti nel prossimo periodo. Quando ciò accadrà i prezzi delle case riprenderanno il loro declino, mettendo underwater molti più mutui di ora. Non dimentichiamo che la crescente disoccupazione e la mancanza di nuove assunzioni si tradurrà in più famiglie che non riescono a mantenere i loro pagamenti.

Quello degli immobili commerciali - Commercial real estate (CRE) - è un altro settore che esporrà le istituzioni finanziarie e l'economia a ulteriori rischi. I prezzi degli immobili commerciali sono già in calo del 33% nel 2009 e del 45% dal loro picco con una stima dal 55% al 65% a prezzi inferiori al valore dei loro mutui. Circa 1,5 trilioni in dollari di mutui CRE andranno a scadenza nei prossimi anni, e un numero consistente di essi non potrà beneficiare di rifinanziamento a meno che le già indebolite istituzioni finanziarie non mettano a segno insperati risultati. Un gran numero di mutui sono in carico a piccole-medie banche locali. Questa è un'altra ragione per cui le banche sono così restie a concedere nuovi prestiti alle piccole imprese.

La terza gamba del traballante sgabello dell'economia sono le diminuite prospettive per la spesa dei consumatori. I consumatori stanno riducendo il debito e aumentando il loro tasso di risparmio, un processo che è appena iniziato. Il debito delle famiglie / PIL è ancora circa il 100% rispetto ad una media di 57 anni del 57%. Mentre il tasso di risparmio delle famiglie è aumentato al 4,4% da un valore vicino allo zero, con una media generalmente tra l'8% e il 9% nei decenni precedenti al 1992. Ma mentre un maggiore tasso di risparmio ha benefici effetti sull'economia nel lungo termine, esso tende a frenare la spesa dei consumatori quando il processo è in corso. Inoltre il freno alla spesa dei consumatori è la causa per cui i salari sono diminuiti del 5% rispetto a un anno fa, la disoccupazione è ancora in aumento, le nuove assunzioni sono ancora in calo, il reddito netto è precipitato e il credito al consumo è molto ridotto. Il credito al consumo è sceso del 4,3% rispetto all'anno passato, il massimo in almeno 44 anni. Il reddito netto delle famiglie è diminuito del 12%, anno su anno, il massimo calo in 57 anni.

Un altro sviluppo inquietante è la recente comparsa di problemi nel debito sovrano. La rivelazione dell'insolvenza di Dubai World si è risolta in un calo del mercato di un solo giorno, presto liquidata come un evento isolato. Dopo l'emersione dei problemi per i mutui subprime, il mondo avrebbe dovuto imparare che tali eventi non si verificano mai in un vuoto. Dopo la baldoria mondiale del debito basata sulla teoria che gli asset non possono che aumentare di valore, un inaspettato severo calo del valore degli asset ha lasciato i debitori con troppa poca liquidità per onorare i propri debiti. È stato quindi ingenuo pensare che Dubai sarebbe stato l'unico paese a scontrarsi con questo problema e, difatti, altri hanno cominciato a cadere. Fitch ha abbassato il rating sulla Grecia a BBB e S&P ha proseguito con una modifica in negativo di quello della Spagna dal suo corrente rating AA+ . Questa agenzia aveva già declassato i bond portoghesi pochi giorni prima. Le difficoltà di Grecia, Portogallo e Spagna pone la BCE in una posizione difficile. La banca centrale deve fare ciò che è meglio per tutti i 16 paesi membri nel loro insieme, e quando c'è una stretta della politica monetaria le pressioni sui membri deboli aumentano. Non saremmo sorpresi di vedere altre nazioni con difficoltà nel debito, sia nella BCE che in qualsiasi altro posto del mondo.

Noi crediamo che il livello del debito privato e quello del governo degli Stati Uniti sarà diverso per i prossimi quattro o cinque anni, in quanto le autorità tentano di utilizzare il debito pubblico per sostituire il debito privato che è quasi certo diminuirà sensibilmente. Il debito totale degli Stati Uniti è attualmente poco meno di 55 trilioni di dollari (55mila miliardi), composto da debito pubblico per circa 15 trilioni di dollari e debito privato (società statunitensi e privati) di circa 40 trilioni di dollari. Le somiglianze con il Giappone al suo picco economico e di mercato del 1989 ci porta a ritenere che siamo vicini alla stessa "road map" che in Giappone partì da quel momento e continua fino ad oggi. Detto questo, ci aspettiamo che il debito corrente di 15 trilioni di dollari del governo degli Stati Uniti raddoppi a circa 30 trilioni e il debito privato scenda della metà a circa 20 trilioni nei prossimi 4 - 5 anni.

Le somiglianze tra il deleverage del Giappone in corso dal 1989 e quello in atto negli Stati Uniti sono inquietanti. Il debito totale del Giappone in rapporto al PIL è cresciuto dal 270%, quando è iniziato il loro bear market secolare, a circa il 350%, otto anni dopo (1998), per poi scendere all'attuale 110%. Gli Stati Uniti hanno aumentato il loro debito totale / PIL dal 275% del PIL, quando il nostro bear market secolare è iniziato nel 2000, al 375% attuale (10 anni più tardi), e sospettiamo un calo totale del debito simile al Giappone, anche se il debito pubblico giapponese è triplicato durante il loro deleveraging. Il debito pubblico in rapporto al PIL è stato circa il 50% sia negli Stati Uniti che in Giappone, quando il bear market secolare è iniziato. Abbiamo anche il sospetto che il nostro debito pubblico crescerà notevolmente, proprio come ha fatto in Giappone, così come prevediamo il crollo del debito privato. Il debito privato in Giappone è diminuito in modo sostanziale dal suo picco dopo sette anni dall'inizio del suo bear market secolare (passando dal 270% del PIL al 110% attuale). Se gli Stati Uniti dovessero seguire la road map deflattiva del Giappone, ci aspettiamo che il nostro debito pubblico aumenti di circa 7 trilioni di dollari (il debito pubblico netto escluso il debito utilizzato per finanziare la sicurezza sociale), a circa 21 trilioni di dollari e il debito privato diminuisca da circa 39 trilioni di dollari a circa 20 trilioni. Inoltre, il mercato azionario giapponese è raddoppiato nel corso dei tre anni precedenti il loro bear market secolare nel 1987, 1988 e 1989, mentre anche il mercato statunitense è raddoppiato nel corso dei tre anni precedenti l'inizio del nostro bear market secolare nel 1997, 1998 e 1999.

In conclusione, la recessione che abbiamo vissuto non è stata una di quelle tipiche del dopoguerra ma la fine di un'epoca, e per riportare l'economia sulla sua curva di crescita a lungo termine occorrerà un lungo periodo di tempo. Per il mercato azionario, questo comporterà una riduzione degli utili societari e prezzi rapportati agli utili. Alla luce di ciò riteniamo che i grandi incrementi dei profitti previsti per il 2010 e oltre sono di gran lunga troppo alti. E' probabile che il recente rally sia andato sù più di quanto si possa andare senza una prova che l'economia può recuperare ad un forte ritmo, e riteniamo che probabilmente questa prova non arriverà affatto presto.

Saturday, December 19, 2009

Che tempo che fa

Dal Wall Street Journal:

A heavy snowstorm in the eastern U.S. this weekend had some analysts wondering if shoppers would brave the bad weather on this crucial shopping day, typically the biggest shopping day of the year.


Non bastava la crescita della disoccupazione, la spesa insufficiente dei consumatori, il default del Dubai, i rischi del debito sovrano, la Grecia e la conferenza di Copenaghen. Ora analisti ed economisti in ansia per la debolezza della ripresa economica devono fare i conti anche con la neve. Se fossi in loro però non la vedrei in modo così negativo: se non altro questa volta potranno dare la colpa a una tempesta di neve quando riprecipiteremo in un'altra recessione.

Thursday, December 17, 2009

Case di malaffare

Gli analisti di diverse banche d'affari sono pronti a scommettere per ulteriori rialzi dei mercati azionari nel 2010. Ma le loro previsioni sono supportate da dati e analisi corrette o sono solo una trappola perchè più pesci cadano nella rete?

Una lettura alternativa e ben argomentata viene, come al solito, dagli analisti di Comstock, secondo i quali, a causa della debolezza nella spesa per consumi, del calo della fiducia nel settore delle piccole imprese, della crescita della preoccupazione per l'aumento delle foreclosure nel mercato immobiliare e dei seri problemi portati dal debito sovrano, c'è da aspettarsi invece un considerevole declino delle borse.

Tra Barclays Capital, Morgan Stanley, Ubs, JP Morgan e l'onniveggente Goldman Sachs forse solo l'ultima si era accorta dell'arrivo della tempesta perfetta, ma si era ben guardata di lanciare l'allarme mentre, zitta zitta, si alleggeriva dei titoli tossici. E voi vi fidereste di più di chi ha tutto l'interesse di continuare a gonfiare la bolla e i propri profitti o piuttosto di chi, inascoltato, aveva dato l'allarme?

Wednesday, December 16, 2009

Personaggio dell'Anno?

La rivista Time ha nominato Ben Bernanke "Personaggio dell'Anno". Forse anche questo è un premio dato, come certi Nobel, alla speranza, la speranza che il presidente della Fed mantenga i tassi vicini allo zero il più a lungo possibile anche nel 2010?

Ma bando alle battute....il commento più "serio" e convincente l'ha dato forse Paul Krugman, il quale avverte di fare molta attenzione perchè la storia ci insegna che è bene andare "short" con le azioni di una società il cui CEO compare sulla copertina patinata di un grande magazine.

In più c'è lo specifico effetto Time. E ricorda i precedenti, come quando nel 1985, dovendo scegliere tra Madonna e Cyndi Lauper, la rivista americana concluse che Cyndi Lauper sarebbe stata quella destinata a rimanere una star.

Ma soprattutto, non bisogna dimenticare questo:


Krugman dice si tratti di un ben noto fenomeno ma senza dargli un nome. Che intenda abbia qualcosa a che fare con la iella?

Monday, December 14, 2009

Wall Street Bandit

Ora è ufficiale. Citigroup vuole restituire 20 miliardi di dollari al governo federale uscendo così il prossimo anno dal programma di salvataggio TARP. Come avverrà l'operazione? Con un aumento di capitale da 20 miliardi con i quali verrà riacquistato il pacchetto di azioni privilegiate del valore di 20 miliardi in mano del governo.

Ricordo che lo scorso anno Citigroup ha ricevuto attraverso il TARP 45 miliardi di dollari di cui 20 convertiti in azioni privilegiate e 25 in azioni ordinarie che hanno permesso allo Stato di detenere una quota pari al 34% della banca.

Oggi, con notevole faccia tosta, il chief executive del gruppo, Vickram Pandit, detto anche, e a ragione, Bandit, ha dichiarato che "abbiamo un debito di gratitudine nei confronti dei contribuenti americani e riconosciamo il nostro obbligo di sostenere la ripresa economica dando credito e assistenza ai proprietari di case e a tutti i debitori in difficoltà".

Sarà quindi per questo spirito civico e patriottico che non ripaga gli altri 25 miliardi di dollari in azioni ordinarie che sicuramente varranno molto di meno dopo l'aumento di capitale? O non è piuttosto per dare un'altra fregatura ai contribuenti americani che si vedranno svalutata la loro quota per effetto della diluizione?

Bandit con questa operazione vuole prendere due piccioni con una fava: diminuire la quota in mano statale e svincolarsi così dalle stringenti regole, dettate dal governo, che hanno bloccato il pagamento dei bonus ai manager di quelle banche inserite nel programma TARP. Già, c'è anche da evitare che passino alla concorrenza quei brillanti dipendenti che hanno contribuito con grande professionalità a condurre il gruppo sull'orlo del fallimento.

Riuscirà il nostro eroe a realizzare il suo piano? Visto come sono andate finora le cose nella gestione di questa crisi da parte di Geithner & Co non ci dovremmo meravigliare poi tanto di assistere anche a questa beffarda conclusione.

Saturday, December 12, 2009

Peronismo all'italiana

Il Giornale di Feltri annuncia la prossima campagna propagandistica del lider maximo. Con quella che chiama una "provocazione", facendo di tutta l'erba un fascio, mettendo insieme indistintamente banche, banchieri falliti, autorità monetarie e organismi finanziari internazionali esorta la maggioranza di governo a mettersi alla guida di una improbabile guerra santa al grido di "il popolo (e quindi l'unto dal popolo) si riappropri della sua sovranità monetaria". A queste pulsioni demagogiche e populiste aveva già risposto egregiamente (giocando d'anticipo) Mario Seminerio. Che dire? Che se non siamo ancora una repubblica delle banane poco ci manca.

40 anni fa


Friday, December 11, 2009

Le balle di Natale

Dopo la buona notizia su una disoccupazione in frenata arriva un altro regalo di Babbo Natale! E poi dicono che i mercati non credono alle favole: le vendite retail in Novembre negli Stati Uniti sono cresciute del 1,3%, il doppio di quanto si attendeva Wall Street che come d'uopo festeggia scambiando questo dato con un ritorno dei consumi che potrebbe sostenere una ripresa ancora in stato di coma assistito.

Se andiamo a guardare bene i dati non c'è di che rallegrarsi molto. I numeri dimostrano solo un piccolo miglioramento delle vendite trascinate dall'effetto rottamazione auto e dall'aumento dei carburanti. Se depuriamo il dato da questi due elementi la crescita è solo dello 0,6%, ben poca cosa per poter dire che ci troviamo di fronte a un ritorno della spesa dei consumatori.

Anzi, all'interno delle varie voci del paniere, è possibile individuare segnali contraddittori che dovrebbero far riflettere e invitare a giudizi ed atteggiamenti più prudenti. Infatti mobili e arredi per la casa sono in calo dello 0,7% mentre altri settori sono stati tirati sù dal lungo weekend di supersconti in occasione delle festività del Thanksgiving, come per i prodotti elettronici (+ 2,8%) che però avevano già fatto segnare un balzo anomalo del 7,9% con i saldi di Gennaio e gli alimentari in crescita del 1%. In calo anche l'abbigliamento (-0,7%).

Ripresa dei consumi? Andiamoci piano prima di appendere balle scintillanti sull'albero di natale. E non diamo poi la colpa a Babbo Natale se a Gennaio la festa sarà già finita!

Politica italiana

Quando non hai nulla da dire, allora dilla più forte.

Thursday, December 10, 2009

Pecore e banchieri

Il mondo rimane attonito chiedendosi cosa potrà accadere se davvero si concretizzasse la proposta di Alistair Darling, ministro delle Finanze di Sua Maestà Britannica, di tassare al 50% i premi milionari dei banchieri della City di Londra. L'esempio potrebbe allargarsi a macchia d'olio a cominciare dal resto d'Europa e degli Stati Uniti mettendo in fuga i migliori cervelli della finanza.

Come si conviene a dei banchieri, si alza dalla categoria una indignata e sommessa protesta con la quale si rivendicano i meriti e l'insostituibile funzione di amministratori delegati, presidenti e manager che dagli anni '70 in poi hanno prodotto le più geniali innovazioni finanziarie che tanto benessere e ricchezza hanno portato all'umanità tutta.

Innovazioni che possono essere paragonate ad invenzioni come l'energia elettrica, il telefono, la penicillina: le cartolarizzazioni, i cds, i derivati, i mutui ARM e chi più ne ha più ne metta. Qualcuno ha fatto notare che in realtà l'ultima vera rivoluzione nel mondo del credito è rappresentata dall'introduzione del bancomat e forse, negli anni '50, delle carte di credito. Ma vuoi mettere la sofisticata utilità di uno swap o di un Asset Backed Securities?

No, non possiamo permettere che i laboratori di ingegneria finanziaria chiudano i battenti e vada disperso un patrimonio scientifico di tale portata. Poco importano gli incidenti di percorso, i titoli tossici, il credit crunch, la crisi dei subprime, la recessione. Sono il giusto prezzo che noi consumatori dobbiamo lasciare sull'altare del progresso, insieme ai miliardi di dollari o euro necessari al salvataggio di banchieri falliti perchè continuino a fare il loro mestiere.

L'arte del banchiere, diceva pochi anni fa un rampante amministratore delegato di una banca italiana, è quella di tosare il cliente come una pecora senza che se ne accorga, lasciandogli quel poco di pelo che permetta una ricrescita e una nuova tosatura l'anno successivo.

Tuesday, December 08, 2009

Non c'è ripresa senza consumi

La catena di negozi Kroger, un colosso americano del settore alimentare, dichiara una perdita nel terzo trimestre di oltre 1 miliardo di dollari e perde il 14% in Borsa. Precipitano anche le quotazioni delle altre industrie del settore, seppure con ribassi più contenuti. Sono gli effetti del calo dei consumi e dei prezzi, altro che rischi di inflazione e ripresa economica!

Intanto arriva in contemporanea la notizia che l'indice della fiducia dei consumatori americani, un indicatore ai quali analisti ed economisti attribuiscono un importante significato, ha segnato un ulteriore calo a dicembre, estendendo la flessione del mese di novembre a seguito dei timori relativi all'economia e al mercato del lavoro e passando da 47,9 a 46,8 punti percentuali nei due mesi considerati.

Ieri abbiamo visto come la situazione finanziaria dei consumatori sia totalmente in contrasto con la possibilità di una ripresa sostenibile.

I consumatori stanno riducendo il debito e aumentando il loro tasso di risparmio, un processo che è appena iniziato. Il debito delle famiglie / PIL è ancora circa il 100% rispetto ad una media di 57 anni del 57%. Mentre il tasso di risparmio delle famiglie è aumentato al 4,4% da un valore vicino allo zero, con una media generalmente tra l'8% e il 9% nei decenni precedenti al 1992. Ma mentre un maggiore tasso di risparmio ha benefici effetti sull'economia nel lungo termine, esso tende a frenare la spesa dei consumatori quando il processo è in corso. Inoltre il freno alla spesa dei consumatori è la causa per cui i salari sono diminuiti del 5% rispetto a un anno fa, la disoccupazione è ancora in aumento, le nuove assunzioni sono ancora in calo, il reddito netto è precipitato e il credito al consumo è molto ridotto. Il credito al consumo è sceso del 4,3% rispetto all'anno passato, il massimo in almeno 44 anni. Il reddito netto delle famiglie è diminuito del 12%, anno su anno, il massimo calo in 57 anni.

Oggi anche il Wall Street Journal si accorge che

Consumer lending shrank 1.7% in October, the ninth consecutive drop, extending the dramatic decline of financing available to help fuel the U.S. economy.

The $3.5 billion decline, calculated by the Federal Reserve, caps a 4% drop in consumer lending from its July 2008 peak. Before then, borrowing by U.S. consumers -- including credit-card debt and auto loans, but excluding mortgages -- had been growing for more than a half-century.

Consumer activity accounts for about two-thirds of U.S. economic growth. Curtailed lending to consumers could hurt the chances for a strong recovery.

Il credito al consumo segna ad Ottobre il nono consecutivo calo mensile (-1,7%), estendendo il drammatico declino dei finanziamenti disponibili per alimentare l'economia americana. La diminuzione di 3,5 miliardi di dollari calcolata dalla Federal Reserve, rappresenta un calo pari al 4% del credito al consumo dal suo picco del Luglio 2008. In precedenza il credito al consumo - compresi i finanziamenti attraverso carte di credito e prestiti auto ed esclusi i mutui - era sempre stato in crescita negli ultimi 50 anni. La spesa dei consumatori conta per due terzi nella crescita economica degli Stati Uniti. La riduzione dei prestiti ai consumatori, ammette, bontà sua, il WSJ, potrebbe nuocere alle possibilità di una forte ripresa.

In realtà non c'è alcuna possibilità di vedere una crescita reale dell'economia e quindi una ripresa sostenibile finchè è in corso il processo di riduzione del debito da parte dei consumatori. L'unica teorica possibilità, di scuola, per invertire questo trend sarebbe la crescita nominale del Pil attraverso l'inflazione. Ma questa sarebbe una politica economica terribilmente ardua da perseguire con un fenomeno in atto di riduzione del debito. Ma questa è un'altra storia.

Monday, December 07, 2009

La ripresa economica? Nel reparto rianimazione

Il peggio è alle spalle? I deboli segnali di ripresa rappresentano già di per sè una ripresa sostenibile? Faccio il punto della situazione dell'economia statunitense ricorrendo all'analisi dei miei consulenti finanziari preferiti, quelli di Comstock che, come al solito, non si uniscono al coro degli ottimisti di professione e con i quali mi trovo il più delle volte, come in questa occasione, perfettamente in sintonia.

La risposta di Comstock a quelle due domande è che la ripresa economica è ricoverata in rianimazione e con prognosi riservata. Condizioni molto sfavorevoli in tre settori chiave - case, immobili commerciali e spesa dei consumatori - rendono altamente probabile che la crescita economica sarà estremamente debole o cadrà in un' altra recessione.

Circa il 25% di tutte le case con mutui sono underwater (cioè con il valore della casa inferiore al valore del mutuo rimanente), con circa la metà di queste oltre il 20% underwater. L'esperienza indica che un gran numero di questi mutui finiranno in default se non l'hanno già fatto. Anche adesso il 14% di tutte le case con mutui sono in default o in procedura esecutiva. I prezzi delle case sono saliti leggermente rispetto ai mesi passati solo a seguito dello sconto fiscale concesso dal governo agli acquirenti di prima casa e il fatto che i pignoramenti sono stati temporaneamente sospesi per il tempo necessario agli istituti erogatori di verificare quali casi sono suscettibili di modifiche. Non appena questo processo sarà completato quelli non qualificati verranno messi in procedura esecutiva. Inoltre siamo anche di fronte ad un altro round di revisione dei tassi che porterà ancora più default e pignoramenti nel prossimo periodo. Quando ciò accadrà i prezzi delle case riprenderanno il loro declino, mettendo underwater molti più mutui di ora. Non dimentichiamo che la crescente disoccupazione e la mancanza di nuove assunzioni si tradurrà in più famiglie che non riescono a mantenere i loro pagamenti.

Quello degli immobili commerciali - Commercial real estate (CRE) - è un altro settore che esporrà le istituzioni finanziarie e l'economia a ulteriori rischi. I prezzi degli immobili commerciali sono già in calo del 33% nel 2009 e del 45% dal loro picco con una stima dal 55% al 65% a prezzi inferiori al valore dei loro mutui. Circa 1,5 trilioni in dollari di mutui CRE andranno a scadenza nei prossimi anni, e un numero consistente di essi non potrà beneficiare di rifinanziamento a meno che le già indebolite istituzioni finanziarie non mettano a segno insperati risultati. Un gran numero di mutui sono in carico a piccole-medie banche locali. Questa è un'altra ragione per cui le banche sono così restie a concedere nuovi prestiti alle piccole imprese.

La terza gamba del traballante sgabello dell'economia sono le diminuite prospettive per la spesa dei consumatori. I consumatori stanno riducendo il debito e aumentando il loro tasso di risparmio, un processo che è appena iniziato. Il debito delle famiglie / PIL è ancora circa il 100% rispetto ad una media di 57 anni del 57%. Mentre il tasso di risparmio delle famiglie è aumentato al 4,4% da un valore vicino allo zero, con una media generalmente tra l'8% e il 9% nei decenni precedenti al 1992. Ma mentre un maggiore tasso di risparmio ha benefici effetti sull'economia nel lungo termine, esso tende a frenare la spesa dei consumatori quando il processo è in corso. Inoltre il freno alla spesa dei consumatori è la causa per cui i salari sono diminuiti del 5% rispetto a un anno fa, la disoccupazione è ancora in aumento, le nuove assunzioni sono ancora in calo, il reddito netto è precipitato e il credito al consumo è molto ridotto. Il credito al consumo è sceso del 4,3% rispetto all'anno passato, il massimo in almeno 44 anni. Il reddito netto delle famiglie è diminuito del 12%, anno su anno, il massimo calo in 57 anni.

In conclusione, le condizioni estremamente negative in materia di case, immobili commerciali e la situazione finanziaria dei consumatori sono totalmente in contrasto con la visione che l'economia stia sperimentando il tipo di recupero che ha caratterizzato il periodo successivo alla seconda guerra mondiale. Gli analisti di Comstock ritengono pertanto che il mercato azionario è pesantemente sopravalutato e destinato ad un importante calo.

Saturday, December 05, 2009

Revisioni

Nel giorno in cui il BLS riporta una diminuzione dello 0.2% del tasso di disoccupazione negli Stati Uniti, il governo federale dichiara anche che in Settembre ed Ottobre si sono persi 159.000 posti in meno di quanto riportato in precedenza.

Il dato la dice lunga sull'attendibilità dei metodi di rilevazione usati ma soprattutto non è una notizia che dovrebbe rallegrare così esageratamente. Che l'emorragia di posti di lavoro rallenti è positivo ma, come dice Krugman, all'attuale trend la disoccupazione sarà ancora sopra al 7% alla fine del 2012 e questo, per dirla sempre con le sue parole, "è una tragedia, presentata con una bizzarra soddisfazione".

Nemo propheta in patria

Che la luna di miele tra Barack Obama e i suoi compatrioti fosse finita da un pezzo c'era più di un sospetto ma che nel suo paese fosse meno popolare di Tony Blair, del Dalai Lama e di Papa Benedetto XVI è davvero una notizia sorprendente. E' quanto risulta da un sondaggio svolto in Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Spagna e Stati Uniti dall'istituto di ricerca Harris Interactive, per conto del canale France24. In compenso il presidente americano recupera lontano dalla patria e finisce primo in questa speciale classifica. Non se la cava meglio, anzi perde colpi, il nostro Berlusconi, solo undicesimo(!) nelle preferenze degli italiani e sedicesimo nella classifica finale dietro il vecchio comunista Fidel Castro, e questo nonostante, bisogna dargliene atto, stia facendo di tutto per farsi conoscere. Per avere più dettagli cliccate sull'immagine.

01 Barack Obama 76 per cento
02 Dalai Lama 71
03 Angela Merkel 59
04 Tony Blair 49
05 Benedict XVI 43
06 Nicolas Sarkozy 39
07 Jose-Luis Zapatero 38
08 Ban Ki-moon 37
09 Gordon Brown 36
10 José Manuel Barroso 34
11 L I Lula da Silva 29
12 Benyamin Netanyahou 22
13 Vladimir Putin 20
14 Hugo Chavez 17
15 Fidel Castro 17
16 Silvio Berlusconi 16
17 Dmitri Medvedev 15
18 Hu Jintao 12
19 Hamid Karzai 11
20 Mahmoud Ahmadinejad 5

Friday, December 04, 2009

Il gioco dei tassi

Evviva! Il report dell'Agenzia del Lavoro (BLS) uscito oggi ci dice che negli Stati Uniti a Novembre la disoccupazione è scesa dal 10,2% di ottobre al 10,0%

The unemployment rate edged down to 10.0 percent in November, and nonfarm payroll employment was essentially unchanged (-11,000)


Ma se il totale del numero degli occupati è rimasto lo stesso, o è diminuito di sole 11.000 unità, dove è andato a finire quello 0,2% di disoccupati? La spiegazione, nascosta, è sempre nel rapporto della BLS, più sotto.

The number of long-term unemployed (those jobless for 27 weeks and over) rose by 293,000 to 5.9 million. The percentage of unemployed persons jobless for 27 weeks or more increased by 2.7 percentage points to 38.3 percent.


Capito? Il numero dei disoccupati di lungo periodo (quelli senza lavoro da oltre 27 settimane) è cresciuto di 293.000 unità arrivando a 5,9 milioni. La percentuale dei disoccupati per 27 o più settimane è cresciuta di 2.7 punti percentuale al 38.3 per cento.

E allora, direte voi, dov'è la spiegazione dell'arcano? Perchè è diminuito il tasso di disoccupazione? Perchè è diminuito il tasso di coloro che fanno parte della forza lavoro in quanto è diminuita la popolazione della forza lavoro. La forza lavoro negli Stati Uniti è diminuita di 98.000 unità. Il numero di coloro che non fanno più parte della forza lavoro è aumentato di 291.000. Il totale della popolazione attiva è pari a 153.877 + 82.866. Il tasso di coloro che fanno parte del mercato del lavoro è pari al 65%.

Vi ho confuso ancora di più le idee? In tal caso chiedo scusa, ma c'è qualcuno che sia mai realmente riuscito a spiegarvi il gioco delle tre carte?

Thursday, December 03, 2009

Bolla? Quale bolla?

I Senatori della Banking Committee hanno messo sulla graticola il povero Ben Bernanke prima di concedere il probabile nulla osta alla sua rielezione alla presidenza della Federal Reserve, anche se questo costerà un ridimensionamento dei poteri della banca centrale. Esilarante questo passaggio dell' "interrogatorio". Dal Wall Street Journal:

In question and answer session, Mr. Bernanke said he didn't see any asset bubbles emerging in the United States. "We do not see, at this point, any extreme misevaluation of assets in the United States," Mr. Bernanke said.

A questo punto credo che il via libera delle lobbies finanziarie sia scontato: sempre meglio un asino alla presidenza della Fed piuttosto che una Fed che metta il naso nei loro affari.

Wednesday, December 02, 2009

Gli Stati Uniti stanno uscendo dalla recessione?


Thanks to mintlife

Lost decade Americana

Per le azioni siamo già al Giappone. E da un bel pezzo. Lo S&P 500 nell'ultimo decennio per la prima volta dalla Grande Depressione ha fatto registrare un risultato negativo. Nel grafico qui sotto sono espressi, divisi per decadi, i profitti totali (compresi i dividendi) al loro valore nominale.

Considerando anche la svalutazione del dollaro e l'inflazione, investire in azioni in base alla filosofia del "buy and hold" è risultato un pessimo affare soprattutto per i risparmiatori e i fondi pensione. Invece a leccarsi i baffi speculatori e insider.

Thanks to EconomPic

Orizzonti di recessione

Come sottolinea Paul Krugman sembrano crescere le probabilità di cadere in una nuova recessione. L'ipotesi di trovarci di fronte a una "double dip recession" o ad una recessione a forma di W non va per la maggiore ma è quella che da tempo tutti i segnali, che mi sforzo di evidenziare un giorno sì e l'altro pure, ci dicono si stia minacciosamente profilando all'orizzonte.

Nonostante borse e mercati continuino ad alimentarsi di speranze e della liquidità immessa a fiumi nel cuore della crisi, ci sono molte ragioni che dovrebbero far riflettere sulla possibilità di una ricaduta. In primo luogo buona parte della crescita che abbiamo visto realizzarsi in questi mesi è dovuta ai programmi di stimolo messi in campo dai governi.

Nel motore del mercato senza la cui ripartenza non c'è speranza di ripresa per il resto del mondo industrializzato, quello degli Stati Uniti, lo stimolo ha già prodotto il suo massimo impatto sulla crescita del Prodotto Interno Lordo e raggiungerà l'apice dei suoi effetti sul livello del Pil a metà del prossimo anno e quindi comincerà ad affievolirsi, ci avverte Krugman.

In secondo luogo, la crescita della produzione manifatturiera è dovuta per larga parte, come ho sottolineato tante volte, alla ricostituzione delle scorte di magazzino e anche questo fattore è destinato a svanire nei prossimi trimestri. Due articoli pubblicati ieri sul Wall Street Journal descrivono bene questi segnali messaggeri di una nuova recessione.

Nel primo, intitolato Si profilano tagli occupazionali allo svanire dello stimolo, si parla delle società costruttrici di grandi vie di comunicazione che, dopo aver completato la maggior parte dei piccoli progetti finanziati dal pacchetto di stimoli economici messo in campo dal governo, stanno cominciando a veder fermarsi le proprie attività, un minaccioso presagio per il debole quadro occupazionale della nazione.

Highway-construction companies around the country, having completed the mostly small projects paid for by the federal economic-stimulus package, are starting to see their business run aground, an ominous sign for the nation’s weak employment picture.

Nello stesso tempo sempre ieri l'Institute for Supply Management (ISM) ha dichiarato che l'indice dell'attività manifatturiera è sceso rispetto al precedente mese di ottobre, passando a novembre da 55.7 a 53.6, sebbene pur sempre al di sopra dei 50 punti che indicano espansione, ma suggerendo che la crescita della produzione sta già rallentando.

Anche Paul Krugman si direbbe più ottimista rispetto a questi segnali preoccupanti se ci fosse qualche indicazione di una sia pur tenue ripresa della domanda privata, dei consumi, degli investimenti produttivi, di qualunque cosa. Ma non c'è nulla che vada in questa direzione. Solo le borse sembrano impermeabili ai venti di tempesta. Ma si sà che proprio nell'occhio del ciclone regna la calma più perfetta.

Update: Thanks to EconomPic