Monday, August 31, 2009

Le notizie che le borse non vogliono sentire

C'è una notizia che è passata quasi inosservata in questi giorni: i clienti di Cerberus stanno ritirando i loro soldi dall'hedge fund. Parliamo di 5,5 miliardi di dollari o di circa il 71% degli asset dell'hedge fund.

Quando investitori e depositanti chiedono l'immediato ritiro del 71% dei loro risparmi c'è un modo solo per definire la cosa: si chiama assalto agli sportelli.

La ripresa poggia sulle sabbie mobili

Immagino cosa ne pensa il Mago di SondriOz, lui unico al mondo ad aver visto arrivare la crisi, anche se proveniente da tutt'altra direzione, ma si sa, se Nostradamus va interpretato post factum, lui, il nostro per tre volte ministro dell'economia, non parla nemmeno per quartine ma per quartini. Noi, che siamo parchi di libagioni e non confondiamo, per lo più, le lucciole per lanterne, ci siamo fatti guidare in questa crisi da alcune stelle polari che ci hanno indicato sempre la giusta direzione anche nel buio più profondo. Tra questi i bravi analisti di Comstock, che non frequentano gli antri di Maghi o apprendisti stregoni e non usano filtri o pozioni magiche ma numeri, dati e la cruda analisi economica per spiegare quello che sta accadendo e dove stiamo andando. Quello che segue è il loro ultimo commento settimanale che conferma e riassume molte delle osservazioni ed analisi sparpagliate qua e la in questo ed in altri blog non iscritti al Club degli ottimisti di professione.

La ripresa economica tanto celebrata è costruita sulle sabbie mobili. L'attesa risalita del PIL nel terzo trimestre è basata su una massiccia spesa pubblica, un rallentamento nella diminuzione delle scorte, il programma cash-for-clunkers e alcuni numeri fuorvianti del mercato immobiliare. Allo stesso tempo i più importanti motori di una ripresa sostenuta, come una robusta spesa dei consumatori, l'aumento dei salari reali e una ripresa reale del mercato immobiliare, i motori necessari ad una ripresa economica, mancano tutti dall'elenco dei rimedi.

La spesa dei consumatori, che rappresenta il 70% del PIL, è probabile che rimannga depressa per qualche tempo a venire. Con l'indebitamento delle famiglie ancora vicino a livelli record, il deleveraging sarà una caratteristica dell'economia per un periodo prolungato. Il tasso del risparmio delle famiglie, che in precedenza costituiva in media circa il 9% del reddito disponibile, è ancora ad un misero 4,2% dopo essere caduto a zero durante il precedente boom. Da quando il reddito netto delle famiglie è crollato, la necessità di ricostituire il risparmio continuerà a soffocare la spesa. Allo stesso tempo i salari continuano a diminuire, la disoccupazione è in crescita, le ore di lavoro vengono tagliate e un gran numero di lavoratori sono stati costretti a lavoro part-time quando preferirebbero lavorare a tempo pieno. Inoltre, poiché i ricavi delle imprese sono ancora in picchiata, come risulta dai rapporti del secondo trimestre, le imprese continueranno a tagliare il costo del lavoro, riducendo in tal modo il reddito familiare ulteriormente. Inoltre c'è ancora la stretta creditizia e solo la parte dei consumatori più affidabile finanziariamente ha accesso ai prestiti. Tutti questi fattori fanno sì che la spesa dei consumatori e i profitti rimangono sotto pressione e impediscono a qualsiasi vera ripresa di acquistare velocità.

Al tempo stesso i recenti dati sulle case stanno dando una immagine fuorviante della solidità del mercato immobiliare. Le vendite di case esistenti in luglio sono salite del 7,2%, ma gli inventari di case invendute sono cresciuti del 7,3%. Una recente indagine a livello nazionale degli agenti immobiliari ha indicato che solo il 36% di vendite di case non sono state fatte sotto pressione. Le restanti vendite riguardano tutte procedimenti esecutivi (foreclosure), o short sales (al prezzo di vendita pari alla quota di mutuo da pagare) da parte di banche o di venditori non in default, ma in difficoltà finanziarie perchè disoccupati, o con una grave malattia o con problemi familiari. Inoltre il 30% delle vendite riguardano acquirenti della prima casa che hanno approfittato del credito d'imposta di 8.000 dollari che scade alla fine di novembre. Le vendite di case nuove sono salite anche a luglio, raggiungendo le 433.000 unità su base annua. Questo a fronte di 776.000 per il 2007 e 485.000 per il 2008, sempre su base annua. Ricordate anche che le vendite mensili annualizzate di nuove case ha raggiunto i circa 1,4 milioni nel 2007. Sciaguratamente nei prossimi tempi è probabile un'ondata di nuove forclosures. Un recente studio di Deutche Bank dimostra che il 26% di tutte le case con un mutuo sono ad un valore inferiore all'importo del mutuo e che questa percentuale salirà al 48% entro il primo trimestre del 2011. Questo porterà a ulteriori foreclosures e a prezzi più bassi, così come a un peggioramento dei bilanci delle istituzioni finanziarie che hanno concesso i mutui. Da aggiungere al quadro negativo un'altra ondata di azzeramenti di mutui a tasso variabile che aggraverà ulteriormente la situazione.

In conclusione le possibilità per una ripresa di tipo a V sono estremamente ridotte, ed è più probabile che, dopo un trimestre o due di incremento del PIL, l'economia continuerà a sprofondare in una ulteriore recessione. Questo sarebbe un tipico comportamento dell'economia a seguito di una crisi finanziaria. Dopo una risalita del 55% dal fondo, il mercato azionario sta scontando uno scenario molto più roseo, e probabilmente resterà estremamente deluso di come la situazione evolverà nel prossimo periodo.

Saturday, August 29, 2009

Incentivi da rottamare

A guardarli bene i risultati del programma di incentivi alla rottamazione che negli Stati Uniti chiamano ‘cash-for-clunkers’ (spesi oltre 3 miliardi di dollari dei contribuenti) non hanno risollevato le sorti del mercato americano dell'auto. Anzi per i due giganti di Detroit, General Motors e Chrysler, sono stati abbastanza deludenti.

Infatti la GM, superata dalla Toyota, si è guadagnata il 17,6% dei 690.100 veicoli venduti sotto il programma, mentre la Chrysler, superata anche da Nissan e Hyundai, ha ottenuto appena il 6.6% di vendite. Dato ancor più sconfortante se consideriamo che la quota di mercato della GM nei primi sette mesi del 2009 era stata del 19,6 per cento e per la Chrysler del 9,6%. Insomma chi ha pensato bene di cambiare la propria vecchia macchina utilizzando fino a 4.500 dollari di incentivi - presi dalle tasche di altri contribuenti americani - ha preferito, segno dei tempi che cambiano, le più piccole, economiche ed ecologiche auto giapponesi e coreane.

Inoltre stanno già emergendo segnali che le vendite complessive torneranno giù decisamente, ora che gli incentivi sono finiti. Jeremy Anwyl, chief executive di Edmunds.com, un servizio online che fornisce i prezzi delle auto, ha dichiarato al Financial Times che il ‘Cash-for-clunkers’ ha alterato il mercato in modo da far respirare l'industria per quattro settimane. Ora inizia il tempo di pagarne lo scotto: secondo Edmunds, basandosi sulle visite al suo sito, l'intenzione d'acquisto è andata giù dell'11% dalla media di Giugno, prima che iniziasse il programma ‘cash-for-clunkers’.

Tutto già visto e previsto: gli incentivi alla rottamazione sono pannicelli e acqua calda i cui risultati possono esaltare solo gli ottimisti di professione, perchè anticipano e concentrano in un breve periodo gli acquisti che altrimenti verrebbero rimandati di mesi ma non fanno terminare lo sciopero dei consumatori. Ora non resta che aspettare di vedere quanto ha inciso il cash-for-clunkers sulle future vendite. Non occorre essere profeti di sventura per intuire che probabilmente l'industria dell'auto conoscerà da Settembre il peggiore ciclo di vendite dopo la crisi dei primi anni '70.

Friday, August 28, 2009

Le notizie che le borse non vorrebbero sentire

Il Wall Street Journal ci informa che il fondo della Federal Deposit Insurance Corp.(FDIC) che garantisce più di 4.500 miliardi di dollari (o se preferite 4,5 trilioni) depositati nelle banche americane, è sceso a 10,4 miliardi alla fine di giugno, a seguito delle continue difficoltà incontrate dal settore bancario alle prese con il deteriorarsi dei crediti e il sostegno dato dalle autorità regolatrici nel tentativo di mettere ordine nel caos.

Il livello del fondo di garanzia, il più basso dai tempi della crisi delle Casse di Risparmio americane, assicura quasi certamente un nuovo intervento del governo a sostegno del settore bancario con le risorse necessarie per ricapitalizzare le sue riserve. L'amministrazione potrebbe anche chiedere un prestito di 100 miliardi al dipartimento del Tesoro, ma finora hanno evitato questa opzione.

"La FDIC è stata specificatamente creata per tempi come questi" dice il presidente della FDIC Sheila Bair. "Non importa quanto impegnativa è la situazione, la FDIC ha larghe risorse per continuare a proteggere i depositanti come abbiamo fatto negli ultimi 75 anni." Il fondo a garanzia dei depositi ha raggiunto il suo massimo con 45 miliardi di dollari un anno fa.

La FDIC dichiara di avere 416 banche nella sua lista dei "problemi" alla fine del secondo trimestre, in crescita rispetto alle 305 della fine di marzo. Le banche sulla lista dei problemi sono considerate a più alto rischio di fallimento e sottoposte a una più stretta sorveglianza dei regolatori. L'agenzia afferma che il totale degli asset delle banche nella lista dei problemi sono pari a quasi 300 miliardi di dollari, il che suggerisce che sia Citigroup che le altre più grandi banche, restano fuori dalla lista non perchè - aggiungo io - non abbiano problemi ma perchè, essendo "troppo grandi per fallire", questi restano direttamente in carico al governo e al Tesoro.

La FDIC nel suo rapporto trimestrale dice che il settore ha dichiarato un aggregato netto di perdite di 2,7 miliardi di dollari nel secondo trimestre, soprattutto dovute all'incremento dei costi per i cattivi crediti. Questa è un'inversione di tendenza rispetto al primo trimestre in cui le banche erano tornate a fare leggeri profitti, e dimostra che le banche hanno ancora molto lavoro da fare prima di risolvere i loro problemi, ammonisce il WSJ.

La FDIC rivela anche che i debitori rimangono indietro con i pagamenti a livelli record e in tutti i più diffusi tipi di prestiti. I prestiti con almeno 90 giorni di arretrato sono saliti per 13 trimestri consecutivi mentre la percentuale di prestiti con almeno tre mesi di insolvenza sono saliti al 4,35%, il più alto livello da quando la FDIC ha iniziato a rilevare questo dato 26 anni fa.

L'area maggiormente problematica continua ad essere quella relativa alle proprietà immobiliari, suggerendo al WSJ di ammettere, bontà sua, che il mercato immobiliare deve essere ancora sotto stress nonostante qualche recente buona notizia. Secondo la FDIC i mutui residenziali con almeno 90 giorni di morosità sono saliti al 12,7% nel trimestre, i mutui edilizi e di valorizzazione delle aree con almeno 3 mesi di morosità sono cresciuti al 16.6%.

Le banche hanno risposto ai problemi del credito svalutando i propri asset a un ritmo record e continuando ad aumentare le proprie riserve. Le banche hanno aggiunto 16,8 miliardi di dollari alle loro riserve per perdite su crediti durante il secondo trimestre, svalutando 48,9 miliardi. Il tasso netto annualizzato delle svalutazioni ha raggiunto il 2,55% nel trimestre, toccando il precedente record, quando le banche avevano svalutato anche le sofferenze per le carte di credito.

Nonostante le banche mettano da parte fondi per coprire le perdite, il deterioramento dei prestiti in essere continua a superare la capacità delle banche di raccogliere fondi. La FDIC dice che le banche nel secondo trimestre avevano solamente il 63,5% di riserve per ogni dollaro di prestiti con almeno 3 mesi di morosità, il più basso livello a partire dal terzo trimestre del 1991.

E questa sarebbe la stabilizzazione di cui parla Bernanke? Il sistema bancario è in grado dsvvero di camminare sulle sue gambe? Dal rapporto della FDIC non si direbbe, ma, per saperlo, non dovremo aspettare a lungo, l'autunno si avvicina.

Thursday, August 27, 2009

Non dire gatto finchè non l'hai nel sacco

Continua a crescere il tasso di insolvenza sui mutui casa. Secondo Equifax credit bureau nel mese di luglio le insolvenze sono passate dal 7,23 per cento di giugno al 7,32. I dati di Equifax non sono comparabili con quelli della MBA diffusi pochi giorni fa e relativi al secondo trimestre ma indicano comunque una tendenza alla crescita delle insolvenze, il cui picco è previsto per la fine del 2010 e soprattutto...

Rising unemployment continues to make more Americans miss their mortgage payments, a negative sign for the U.S. housing market that has lately enjoyed strong data on sales, prices and mortgage applications.

Già, la crescente disoccupazione fa saltare il pagamento delle rate di mutuo di un numero sempre maggiore di americani, un segno negativo per il mercato immobiliare che pure ultimamente aveva festeggiato per i buoni dati su vendite, prezzi e richieste di mutuo.

Fed e governo americani hanno inondato il sistema con migliaia di miliardi di dollari, e come loro più silenziosamente l'hanno fatto quasi tutti (non certo l'Italia dove a quanto pare si è scelto il decorso naturale della malattia fino al suo stadio finale...) i maggiori paesi industrializzati della terra, ma l'unico effetto sortito è stato quello di provocare un'erezione al moribondo e l'ennesima bolla dei mercati azionari, dove si sono riversati i fiumi di liquidità a basso costo nelle mani di banche e istituzioni finanziarie. L'economia vera ha tratto beneficio solo dal ciclo delle scorte di magazzino e degli incentivi a termine erogati dai governi (vedi a fondo pagina la tabella relativa agli incentivi alla rottamazione negli Stati Uniti), non certo da una impossibile ritorno dei consumi.

Sono infatti questi due ultimi elementi (ciclo scorte e incentivi) ad aver provocato quei segnali di ripresa e di crescita dei PIL di alcuni paesi che fa gridare a tutti gli imbecilli che il peggio è passato e stiamo uscendo dalla crisi. Ma se depurassimo i dati positivi dagli aiuti e dagli stimoli governativi ci renderemmo conto che non ci troviamo di fronte a una ripresa sostenibile. Cosa succederà a settembre quando i deboli effetti degli stimoli termineranno? Se continua la crescita della disoccupazione e della povertà, e continuerà anche nel 2010, come è pensabile che riprenda quel circolo virtuoso(?) che possa smaltire la sovraproduzione mondiale? No, il peggio deve ancora arrivare se ci si limita solo a drogare un sistema che dovrebbe invece cambiare dalle fondamenta.

NOTA: Le colonne sono selezionabili - clicca sulle colonna di testa: State (include distretti e territori), Clunker dollars (dollari erogati per la rottamazione), Population, Dollars per person

Wednesday, August 26, 2009

Una poltrona tutta per Ben

Quello che ha combinato veramente Ben Bernanke, insieme al suo predecessore Greenspan, ce lo spiega molto bene, come al solito, Icebergfinanza. Dire che assomiglia tanto a quei piromani che danno fuoco al bosco e poi si uniscono ai pompieri, potrebbe sembrare eccessivo, ma rende l'idea.

Ora quelli che amano i barbuti o i teneri orsacchiotti di peluche gioiscono e si congratulano con colui che sembra averci salvato dalla fine del mondo oppure, come dicono i commentatori più prudenti, solo dal ritorno della barbarie e magari dal cannibalismo.

Purtroppo, per chi non lo sapesse, mentre spegneva il fuoco, il buon Ben ha sparso in giro gli inneschi per il prossimo incendio. Anche se il mondo, a quanto pare, si è risparmiato comunque un "Larry Summers che ci spiega perchè le donne non sono abbastanza sveglie per dirigere una banca oppure il vecchio Paul Volcker che tira giù i pantaloni a Summers durante le audizioni del Congresso".

Tuesday, August 25, 2009

Che fa oggi il mercato?

Nonostante qualche instabilità dei titoli petroliferi causata da una diminuzione dei prezzi del carburante l'indebolimento è stato moderato e non si è diffuso agli altri settori. Alcuni dei maggiori titoli industriali hanno raggiunto i migliori livelli dal picco di Luglio. Il Dow Jones guadagna lo 0,8%.

Il Wall Street Journal commentava così l'andamento del mercato il 25 agosto 1930. Ed oggi che fa la borsa? Oggi fa la rima baciata:

Le azioni si sono mosse più in alto, aiutate da positive notizie economiche ma frenate da vendite del greggio che hanno pesato sul settore energetico. Il Dow Jones sta guadagnando lo 0,48%.

Monday, August 24, 2009

La zona grigia

Paul Krugman via The Economic Populist:

"Noi abbiamo un problema di terminologia in quanto di solito parliamo o di economia in recessione o in ripresa. Ovvero siamo all'inferno o in paradiso. Il guaio è che in questo momento siamo in purgatorio. Oggi siamo in una situazione in cui quasi sicuramente il PIL sta crescendo; quasi sicuramente la commissione che decide il ciclo economico (Krugman si riferisce alla NBER. N.d.R.) alla fine dichiarerà che la recessione è finita questa estate. Ma quasi sicuramente noi stiamo anche perdendo ancora posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione continuerà a crescere. Per questo siamo nell'infame stato del "jobless recovery" (ripresa che non produce un aumento dell'occupazione. N.d.R.)."


E dal suo blog, The Conscience of a Liberal:

Non credo che quello attraverso cui stiamo passando siano delle buone notizie, ma il PIL sta quasi sicuramente crescendo, perciò la recessione, così come convenzionalmente considerata, è finita. Ma l'attuale situazione non è affatto migliore - anzi è davvero peggiore - di quanto pensassi quando sostenevo che il piano economico di Obama fosse inadeguato. L'economia non sta recuperando nell'area più cruciale, la creazione di posti di lavoro, e lo stimolo non sarà sufficiente a restituirci la prosperità.


Saturday, August 22, 2009

Ripresa sostenibile

Sostenuta da chi?

Variazioni percentuali del reddito negli Stati Uniti
Le barre grigie corrispondono ai periodi di recessione

Friday, August 21, 2009

Collateral parmesan

Tutto il mondo della finanza anglosassone è rimasto colpito da un'intervista del Guardian a Gianni Zonin dove il famoso vignaiolo nonché presidente della Popolare di Vicenza, spalleggiato dal ministro Zaia, esprime quella che dovrebbe essere un'idea geniale e "originale", ovvero prestiti garantiti da vini pregiati, formaggi e prosciutti invece che da collaterali. L'imprenditore-produttore darebbe i suoi prodotti in custodia alla banca, che li conserverebbe nei propri locali, a garanzia della restituzione del credito.

Mathew Katz su Planet Money immagina addirittura di entrare nel caveau di una banca imbottito di vini, prosciutti e formaggi, ma devo deluderlo. Niente sotterranei blindati ma capannoni e magazzini climatizzati ed attrezzati alla stagionatura e alla conservazione dei prodotti. L'idea poi non è nuova ed era praticata sin dalla notte dei tempi. In epoche più moderne, nel ventennio fascista, venne fondata addirittura una banca alla bisogna, la Banca Nazionale dell'Agricoltura, una creatura di Benito Mussolini e del conte Auletta Armenise, con magazzini di stoccaggio in varie località parmigiane e ferraresi.

Piuttosto c'è da notare che anche allora fu una risposta alla crisi del credito e alla recessione durante la Grande Depressione, e che andando avanti di questo passo potremmo tornare all'epoca del baratto. Io comunque una domanda me la pongo sul serio: cosa succederebbe se anche i formaggi andassero a male e si rivelassero "tossici"?

Se lo dice Bernanke...

Ben Bernanke, anche se l'economia si trova su un terreno più stabile, non si aspetta una rapida ripresa economica. E' quanto ha affermato il presidente della Federal Reserve parlando ad un gruppo di banchieri alla conferenza annuale della Fed di Kansas City tenutasi a Jackson Hole, nel Wyoming. "L'attività economica sembra stabilizzarsi negli Stati Uniti e fuori del paese" ha detto, ed ha aggiunto che le prospettive per un ritorno a breve termine della crescita "sembrano buone" ma la ripresa economica "sarà probabilmente relativamente lenta all'inizio, con la disoccupazione in diminuzione solo gradualmente dagli alti livelli". Per chi è disposto a soffrire e conosce l'inglese, qui il testo completo del discorso. Se poi volete sapere se Bernanke è uno che c'azzecca, leggetevi questo articolo su Repubblica del 10 giugno 2008, giusto 14 mesi fa, alla vigilia del crollo di Settembre-Ottobre.

Non aprite quella porta

Ieri, quasi in contemporanea con gli ultimi dati sulle insolvenze e le procedure di esproprio sui mutui immobiliari residenziali che, come ci ricorda Marco Sarli, si tratta di una una mina da poco meno di 1.500 miliardi di dollari su un totale che si aggira tra i 10 e 15 mila miliardi e suscettibile di aumenti nel corso di quest'anno e del prossimo visto che il picco è previsto per la fine del 2010 - situazione che non dovrebbe lasciare dormire sonni tranquilli ai banchieri americani già alle prese con altri gravi problemi che riguardano la qualità del credito nei bilanci delle banche - sono arrivati i dati sulla disoccupazione, peggiori di quanto previsto dagli economisti.

Infatti le richieste iniziali di sussidi di disoccupazione sono salite di 15.000 a 576.000 nell'ultima settimana, il più alto livello delle ultime tre settimane che porta la media del mese a 570.000 richieste. Gli economisti dovranno rivedere dunque le loro stime al rialzo rispetto a quella di "soli" 200.000 posti di lavoro persi nel mese di Agosto e aspettarsi che il miglioramento sarà molto più graduale di quanto previsto.

Qualcuno ora forse si sarà illuso che di fronte ai dati sulle insolvenze e sulla disoccupazione a Wall Street abbiano tirato il freno a mano. Invece no. Al NYSE le notizie se le scelgono e quelle sulla manifattura nel distretto di Philadelphia facevano più comodo. Pensate, l'indice delle scorte di magazzino misurato dalla filiale di Philadelphia della Fed è cresciuto in Agosto di ben lo 0,3 per cento rispetto al meno 15,4 per cento di Luglio. Champagne a fiumi e altro idrogeno liquido per gonfiare la bolla che è ormai diventata una mongolfiera.

A richiamarci alla realtà David Rosenberg, capo economista della Gluskin Sheff, il quale ci ricorda che buona parte del rally realizzato dallo S&P 500 dai minimi di marzo (vedi anche questo cartello) si è basato sull'abbondante intervento e sullo stimolo del governo ma che questi effetti potrebbero finire. "Ci sono molte buone notizie ora che sono diventate vangelo, che la recessione è finita e che nella seconda metà dell'anno il PIL degli Stati Uniti crescerà ad un tasso annuale tra il 2 e il 4 per cento" dice Rosenberg ma "dal nostro punto di vista, i rischi di questa congiuntura stanno tutti nel fatto che un'economia che ha bisogno di una proroga del Talf (vedi etichetta) o del programma di incentivi alla rottamazione, è un'economia che cammina ancora sulle stampelle".

Ma a Wall Street, occupati come sono a gonfiare tasche e bolle, non ascoltano chi grida al lupo, meglio addormentarsi al canto delle sirene e sognare indici che salgono, economia in ripresa, consumi e petrolio alle stelle. Verranno per loro i tempi del brusco risveglio e della penitenza ma, poichè ogni volta gli uomini dimenticano gli insegnamenti della Storia, saranno sempre pronti a saltare sulla prossima bolla. Io, vi ho già messo sull'avviso: attenti, non aprite quella porta.

Thursday, August 20, 2009

E la chiamano... ripresa

Insolvenze e pignoramenti da record negli Stati Uniti denunciati dalla Mortgage Bankers Association (MBA) nel secondo trimestre del 2009.

Le insolvenze sono cresciute al tasso aggiustato stagionalmente del 9,24 per cento per tutti i mutui in essere alla fine del secondo trimestre su proprietà residenziali, in aumento di 12 punti base rispetto al primo trimestre e di 283 punti su base annua, stabilendo il record da quando è iniziata la rilevazione stratistica della MBA nel 1972.

Il tasso d'insolvenza comprende mutui con almeno una rata arretrata impagata ma non comprende mutui per i quali è iniziata una procedura esecutiva (foreclosure). La percentuale dei mutui relativi a foreclosures alla fine del secondo trimestre era del 4,30 per cento. La combinazione tra la percentuale dei mutui relativi alle foreclosures e quella dei mutui con almeno una rata impagata è pari al 13,16 per cento su base non aggiustata stagionalmente, la più alta mai registrata dalle statistiche della MBA sulle insolvenze.

Dichiara il capo economista della MBA, Jay Brinkmann: "Mentre il tasso delle foreclosures avviate è rimasto essenzialmente invariato rispetto al record del precedente trimestre, c'è stata una importante diminuzione delle foreclosures per mutui ARM subprime. La discesa, tuttavia, è stata compensata dagli incrementi delle foreclosures su altri tipi di mutui, con i mutui prime a tasso fisso che hanno segnato il più grande incremento. A riprova che la performance dei mutui è ancora una volta determinata dalla disoccupazione, i mutui prime a tasso fisso ora pesano per uno ogni tre foreclosure. Un anno fa pesavano per uno ogni cinque...."

Se poi volete divertirvi con dovizia di grafici vi dirotto su Calculated Risk che esamina anche le previsioni della MBA con il picco delle foreclosures raggiunto alla fine del 2010!

Wednesday, August 19, 2009

Attenti alle borse

Due chiacchiere al Café Américain.

"... il mercato è più avanti della realtà ... preoccupato in particolare che le cose stiano entrando nel Ramadan, il 22 (agosto) ... ci sono cose raccolte qui attorno (NYSE), che sono di natura esoterica, ma forse potremmo vedere uno storico periodo di trading nelle prossime otto settimane ... potenzialmente un periodo molto emozionante ". Art Cashin, UBS Financial Service, 18 agosto 2009.

Larry Summers, Tim Geithner, e Ben Bernanke sono riusciti, ancora una volta, a mettere l'economia sul bordo dell'abisso per compiacere Wall Street, che ha la narcisistica ossessione di imbottirsi le tasche a breve termine ad ogni costo o rischio, mentre i media distraggono il pubblico con una scandalosa sfilza di deliri, disinformazione, e confusione.

I mercati del mondo stanno entrando in un periodo ad alto rischio e volatilità. Nessuno sa per certo quel che verrà. I trader di professione si stanno preparando a questo per gestire i loro rischi. Ci siamo anche noi.

Non chiedete più quando finirà la recessione

Non è certamente un bel quadro quello che esce dalla Newsletter settimanale di RGE Monitor, il team economico guidato da Nouriel Roubini. Le previsioni mostrano alcune luci ma le prospettive non sono tali da fare felici gli inguaribili ottimisti alle prese in questi giorni con i tonfi delle borse, spiegabili per loro come semplici storni e prese di profitto. Oggi la borsa di Shangai è arrivata a toccare una perdita di quasi il 5% a riprova che i mercati non sono molto convinti che la recessione sia finita, come televisioni, politici ed economisti allineati strombazzano ai quattro venti.

Secondo RGE Montor una serie di dati economici e finanziari hanno mostrato segni di miglioramento anche se gli indicatori macro sono ancora negativi, Il corso del deterioramento economico ha rallentato significativamente e dopo quattro trimestri di severa contrazione dell'attività economica è prevedibile ora che gli Stati Uniti mostrino una crescita positiva in termini reali del PIL nella seconda metà del 2009.

Ma attenzione, questo non significa che la recessione sia finita, come molti economisti sostengono. Invece tutte le variabili utilizzate dal NBER (National Bureau of Economic Research) per delimitare i periodi di recessione continueranno a contrarsi o a mostrare una crescita al di sotto dei normali standard medi. Secondo RGE le scelte di politica economica e altri fattori rafforzeranno la crescita del PIL, sebbene in via temporanea, nella seconda metà del 2009. Inoltre la forma della ripresa (sarà a V a U o a W?) ed altri fattori condizioneranno il miglioramento dei risultati dell'economia statunitense. Per RGE la crescita rimarrà ben al di sotto del suo potenziale nel 2010, mentre la ripresa sarà molto più vicina a quella a forma di U.

Alcuni dei cosiddetti "germogli verdi" osservati nell'economia negli ultimi mesi possono essere definiti germogli verdi solamente se comparati con il quadro economico che avevamo ad inizio dell'anno. La contrazione di alcuni indicatori, come la produzione industriale, è ancora comparabile alla recessione degli anni '70 e '80. Il rapporto di Luglio sull'occupazione ha mostrato "solo" 247.000 posti di lavoro in meno, cosa difficilmente spacciabile come germoglio verde in qualsiasi altra recessione del dopoguerra. Tuttavia, visto quanto gli Stati Uniti sono andati vicini ad entrare in una depressione, anche 250.000 posti di lavoro persi in un mese sembrano in grado di fare felici gli investitori.

Secondo RGE Monitor nella seconda metà del 2009, dopo che l'economia ha toccato il fondo di una contrazione record (la peggiore degli ultimi 60 anni), avverrano degli assestamenti, come una più lenta diminuzione delle scorte di magazzino, mentre le misure di politica economica come gli incentivi alla rottamazione daranno una spinta alla produzione di auto e alla spesa prodotta dalle altre misure di stimolo. Secondo RGE Monitor, questi fattori porteranno probabilmente il PIL in territorio positivo nel 3° trimestre del 2009.

Tuttavia la NBER probabilmente non dichiarerà finita la recessione fino alla fine del 2009 o all'inizio del 2010. Per di più, oltre la crescita del PIL, la NBER guarda ad altre quattro variabili quando dichiara una recessione: i reali redditi personali al netto della spesa sociale, la manifattura reale e le vendite all'ingrosso e al dettaglio, la produzione industriale e l'occupazione. Mentre tutti questi indicatori potrebbero dare risultati migliori nella seconda metà dell'anno rispetto al primo semestre probabilmente rimarranno in contrazione o registreranno una crescita al di sotto dello standard medio. Con il mercato del lavoro ora primario indicatore della ripresa nei consumi privati e dello sviluppo economico, i trend sui posti di lavoro influenzeranno in modo definitivo la dichiarazione della NBER.

L'assestamento delle scorte di magazzino terminerà per larga parte entro la metà del 2010 così come l'impatto dello stimolo. ma poichè la ripresa nella domanda privata sarà debole, rischierà di scivolare in una crescita anemica (ben al di sotto delle potenzialità) nel 2010, con il pericolo di una ricaduta nella recessione (double-dip recession, a forma di W). L'esaurimento della maggior parte delle misure di politica economica significherà che ci sarà poco spazio in futuro per stimoli fiscali e monetari addizionali. Le misure di politica economica che richiedono costi fiscali di lungo termine possono determinare solo stimoli temporanei alla crescita. Qualsiasi tipo di ripresa sostenibile in definitiva deve arrivare da una ripresa nella domanda privata, attraverso i consumi e gli investimenti, entrambi i quali verranno contratti da fattori strutturali.

Preceduta dalla crisi finanziaria, quella attuale è la più severa e prolungata recessione dagli anni '30. Evitando la sofferenza a breve nel settore privato con la socializzazione delle perdite e incrementando il debito nel settore pubblico attraverso larghi deficit e accumulazione di debiti si determineranno costi a lungo termine e verranno forzati i consumi privati. I motori del precedente boom dei consumi, il settore edilizio e il credito facile rimarranno sotto pressione anche dopo che l'economia sarà uscita dalla recessione. Debolezze strutturali persisteranno. Fino a quando non troverà nuove fonti di crescita l'economia crescerà al di sotto delle potenzialità per diversi anni. Le potenzialità di crescita del PIL potrebbero anche ricevere un colpo, passando da una media di circa il 2,8% nel periodo 1997-2008 a circa il 2,25% nei prossimi anni. La crescita della produttività è stata temporaneamente difesa durante la recessione non grazie all'innovazione o agli investimenti produttivi, ma grazie a tagli aggressivi del lavoro e delle ore lavorate effettuati dalle imprese. Nei prossimi anni, la crescita della produttività rimarrà sotto pressione per l'invecchiamento dei lavoratori, aumenterà la disoccupazione strutturale, le professionalità diminuiranno, e gli investimenti e l'innovazione rallenteranno.

Salvare le imprese? No, le banche

Ovvero cosa succede quando la fantasia dei banchieri si sposa in una radiosa giornata di mezza estate con quella - creativa per antonomasia - del ministro Tremonti. Succede che le Banche continueranno a fare quello che hanno sempre fatto ma ricavandoci sgravi fiscali e nuovi criteri contabili per mascherare le perdite, il governo sbandiera il nulla come se avesse salvato la patria, gli imprenditori non ci guadagnano proprio un bel niente e noi contribuenti mettiamo mano al portafoglio e paghiamo, come sempre, il conto più gli interessi. Tutto spiegato in questo articolo.

Tuesday, August 18, 2009

La ricetta inglese contro la crisi delle banche

Che le principali attrici di questa crisi, le banche, nonostante gli iniziali mea culpa e i peana sull'avidità umana e la necessità di un ritorno a virtuosi comportamenti etici, una volta incassati gli aiuti pubblici, ovvero i nostri soldi, siano tornate a fare quello che facevano prima come se nulla fosse successo è sotto gli occhi di tutti. Trucchi contabili per gonfiare gli attivi, attività di trading e uso spericolato della leva finanziaria, profitti trimestrali ottenuti con tagli feroci sui costi e servizi sempre più scadenti sono all'ordine del giorno nella vita aziendale di ogni banca che si rispetti.

Che tutto questo avvenga a spese dei consumatori-investitori e del fattore lavoro è un piccolo dettaglio che non spaventa la razza dei banchieri. In fondo bisogna tirare a campare e a fare risultati immediati per rimpolpare i propri sacri e intoccabili bonus. Poco importa se questi comportamenti nascondono quella contraddizione che ci porterà presto dritti dritti dentro il prossimo tunnel nero in fondo al quale c'è solo il capolinea. Ma veniamo alla notizia.

Le Banche retail del Regno Unito potrebbero considerare misure come la chiusura di un terzo dei loro sportelli per recuperare redditività, dice un nuovo studio della Bain, società di consulenza londinese, secondo la quale le banche inglesi affronteranno un duro futuro nel quale il loro RoE potrebbe essere più basso di almeno il 50% rispetto ai picchi toccati prima della recessione. A riferirlo il Financial Times.

Per quasi un ventennio le più importanti banche retail inglesi hanno registrato medie di RoE pari al 24 per cento ma i bei tempi sono andati e sarà alquanto improbabile tornare a quei livelli nel prossimo futuro. Quegli alti RoE erano generati grazie al fatto che le banche avevano meno necessità di capitali di garanzia e grazie all'uso della leva finanziaria. Poi la crisi ha costretto le banche ad avere più capitali a fronte dei loro impieghi e più asset liquidi, nonchè a ridurre notevolmente la leva finanziaria.

Oggi le Banche retail cercano di attrarre depositi, ma questi sono molto più costosi dei prodotti della finanza creativa e meno remunerativi. A breve queste banche non saranno più in grado di guadagnare da prodotti quali le coperture assicurative, che saranno vendute separatamente dai prestiti personali. E ad essere colpite dovrebbero essere soprattutto le banche che hanno ricevuto maggiori aiuti dal governo, in quanto si presume che l'azionista di maggioranza farà pressioni perchè concedano più credito, aumentando quindi il rischio e restringendo i margini di profitto.

Ecco così trovata la ricetta vecchia quanto il cucco e per la quale sicuramente quella società di consulenza riceverà fior di quattrini: tagliare i costi e incrementare i profitti. Ma come? Ovvio, è l'uovo di Colombo, tagliando posti di lavoro e sulla clientela costituita dai comuni mortali. Il piano prevede infatti la chiusura di un terzo degli sportelli (che significano migliaia di licenziamenti) e la parola fine posta sul conto corrente esente da spese di cui gode buona parte della clientela delle banche d'oltremanica.

Dice Matt Symonds, uno dei soci della Bain, che in questo modo le banche potrebbero concentrarsi sui servizi e i prodotti offerti ai clienti "top" che rappresentano il 5% della clientela e con i quali le banche fanno i loro maggiori profitti e che usano più prodotti bancari. Insomma approfittare della crisi per trasformare le Banche retail in banche d'elite, dai costi ridotti e magari con una bella divisione di investment banking che continui a fare trading come prima e più di prima.

E in Italia? Siamo sulla buona strada, nonostante i RoE non abbiano mai volato come nel Regno Unito. Qui per recuperare redditività bisognerà però inventarsi qualcosa di più originale visto che da sempre la normale clientela viene raggirata con prodotti bidone e poi tosata con nuove e spesso fantasiose spese e commissioni e annualmente si varano ristrutturazioni e conseguenti piani di prepensionamento per migliaia di lavoratori. Ma non mettiamo limiti alla provvidenza, anzi alla fantasia dei nostri banchieri.

Monday, August 17, 2009

Colpo di coda o Big One?

Non vi tedio con numeri e percentuali. Potete consultare l'andamento delle borse in qualsiasi sito finanziario. Questo post solo per segnare sul calendario questa giornata e ricordarla come quella in cui gli inguaribili ottimisti dissero che si trattava solo di un colpo di coda della crisi. Mentre qualcun altro parlò di Big One.

Un'improbabile ripresa

Gli analisti della Comstock Partners non sono certamente iscritti al Club degli inguaribili ottimisti che da due anni a questa parte non fanno che ripetere che il peggio è passato. Ultimamente l'enfasi posta su alcuni dati meno negativi di quelli previsti ha fatto gridare al miracolo e all'inizio della ripresa. Purtroppo sappiamo bene che le cose non stanno così. Non si tratta di essere ottimisti o menagrami: basta leggere attentamente tutti i dati macroeconomici per dover ammettere onestamente che l'unica conclusione possibile è che la discesa è solamente rallentata o che le cose, per dirla in altro modo, stanno peggiorando più lentamente. Quelli di Comstock Partners ci spiegano chiaramente perchè non c'è nessuna vera ripresa e che anzi la prospettiva è quella di una ricaduta in un'altra profonda recessione.

Anche se il PIL nel trimestre in corso probabilmente risalirà, le possibilità di una tipica ripresa a forma di V sono estremamente scarse. In primo luogo, trimestri con un PIL positivo non sono insoliti durante le recessioni, e si sono verificati in sei delle dieci recessioni avute dal dopoguerra ad oggi. In secondo luogo, anche se l'attuale trimestre provasse la fine statistica della recessione, la conseguente ripresa è probabile che sia così debole che sarà difficilmente percepibile. In terzo luogo, l'incremento nel trimestre in corso sarà il risultato di un temporaneo recupero delle scorte per far fronte ad un ancora tiepido livello della domanda, e il programma di incentivi alla rottamazione che sta semplicemente anticipando le vendite di auto sposta la domanda dai consumi alternativi. Guardando al futuro, quelli di Comstock non vedono alcun motore di una ripresa sostenibile e ce ne elencano i motivi.

1) La spesa dei consumatori pesa per più di due terzi del PIL e, per una serie di motivi, i consumatori saranno sotto pressione per un po' di tempo a venire.

2) La spesa dei consumatori negli ultimi dieci anni è stata sostenuta dal credito facile e dalle due bolle consecutive del dot-com e delle case. Le bolle dot-com e delle case non ci sono più e, mentre i tassi di interesse sono bassi, le condizioni per i prestiti sono molto più severi.

3) I tassi di risparmio delle famiglie nei decenni precedenti al 1992 erano in gran parte tra il 7% e l' 11%. Il tasso è sceso costantemente fino a zero nel 2008 e salito al 5,2% nel 2° trimestre. Senza il conforto di un elevato e crescente reddito netto, l'aliquota del risparmio è probabile salga al 9% o più, con conseguente riduzione della spesa per beni discrezionali.

4) La spesa dei consumatori in genere ha rappresentato tra il 61% e il 64% del PIL dal 1955 al 1985, ma è ora al 70,5%. Un ritorno al 65% ridurrebbe la spesa del 7,8%, anche se non succederebbe tutto in una volta.

5) Il debito delle famiglie negli ultimi 55 anni è stato in media il 55% del PIL ed era del 64% non più tardi del 1995. Oggi è circa il 100% ed è un peso enorme per un gran numero di famiglie. Ogni riduzione del debito è un altro freno alla spesa.

6) L'attuale situazione del settore immobiliare è ancora un altro peso per i consumatori. Un recente studio della Deutsche Bank ha dimostrato che al 31 marzo, il 26% dei proprietari di case americani avevano mutui superiori al valore delle loro case e che questa percentuale crescerà al 48 % entro il 1° trimestre del 2011 così come ci sarà un ulteriore calo dei prezzi del 14%. Questo si tradurrà in un continuo aumento di foreclosures, riducendo ulteriormente capacità e propensione alla spesa dei consumatori. Le foreclosures a luglio sono salite del 7% mese su mese e del 32% anno su anno.

7) L'occupazione è ancora in calo, anche se ad un tasso inferiore, e i salari sono del 4,7% al di sotto di un anno fa, il più grande declino da quando è iniziata nel 1960 la serie statistica. Vediamo continuamente notizie su ulteriori riduzioni salariali, riduzioni di orari di lavoro e ferie forzate non retribuite, segno che il reddito delle famiglie rimarrà sotto pressione per qualche tempo.

8) Nonostante la recente crescita del valore delle azioni, il settore bancario è ancora molto fragile. Elizabeth Warren, professoressa all'università di Harvard e presidente della Commissione di vigilanza del Congresso, ha dichiarato che quasi tutti gli asset tossici che erano nei libri contabili delle banche lo scorso autunno sono oggi ancora là. Inoltre dopo il cambiamento delle regole contabili che ha permesso loro di non essere più vincolate al mark to market, le banche non hanno certo intenzione di vendere a prezzi di mercato molto più bassi che comporterebbero una pesante svalutazione. La Warren ha anche aggiunto che "Abbiamo un vero problema in arrivo" nei prestiti commerciali concessi per la maggior parte dalle piccole e medie banche. Larga parte di questi prestiti sono in scadenza dal 2010 al 2012 e c'è stato già un alto tasso di default in quelli già scaduti.

9) Un recente studio sulle passate crisi finanziarie svolto dai professori Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart indica che le recessioni causate da crisi del credito sono durate molto più a lungo e si sono rivelate più gravi rispetto alla media, e che le conseguenti riprese sono state sotto lo standard medio. Inoltre, con l'eccezione della depressione dal 1929 al 1932, tutte le recessioni sono state limitate ad un solo paese o una regione e non sono stati di natura globale. Pertanto, nella maggior parte dei casi, la nazione colpita era in grado di trovare una via d'uscita nelle esportazioni, un' opzione che non è disponibile in questo momento.

In conclusione, ora non ci sono i motori per un recupero duraturo e sostenibile. Bassi redditi e bassi consumi non sono in grado di sostenere null'altro che una debolissima ripresa e la ricaduta in una nuova recessione diventa una rilevante possibilità. Le azioni sono in un mercato orso fin dall'inizio del 2000, e con i tempi che arrivano, è probabile che i guadagni di oggi vengano abbattuti con un rapporto prezzo/utili che scende ben al di sotto del livello attuale.

Il Gioco della Federal Reserve

Hai sempre desiderato testare le tue capacità di banchiere centrale e metterti nei panni di Bernanke e Greenspan? Da oggi puoi farlo giocando online il Gioco della Federal Reserve. Puoi alzare troppo i tassi provocando una recessione o abbassarli tanto da causare un'inflazione. Le istruzioni sono in inglese ma il gioco è abbastanza intuitivo. Abbiate un attimo di pazienza per il caricamento del gioco. Per quanto mi riguarda il mio primo tentativo è stato disastroso: ho provocato un'inflazione al 28% nel 2014. Ma Bernanke saprà fare meglio?

Quando la storia non si ripete ma fa la rima

Oggi Andrea Mazzalai ci regala una graffiante e breve pennellata sui corsi e ricorsi della Storia ricordandoci che chiunque dimentica il suo passato è condannato a riviverlo. Un post da non dimenticare come sono da non dimenticare le parole del Presidente americano Herbert Hoover pronunciate dopo appena sei mesi dall'inizio della Grande Depressione:

“While the crash only took place six months ago, I am convinced we have now passed through the worst — and with continued unity of effort we shall rapidly recover. There has been no significant bank or industrial failure. That danger, too, is safely behind us.”
– Herbert Hoover, May 1, 1930


"Mentre il crollo è avvenuto solo sei mesi fa, mi sono convinto che ormai siamo passati attraverso il peggio, e continuando nell'unità di intenti e sforzi, noi recupereremo rapidamente. Non vi è stato alcun significativo fallimento bancario o industriale. Questo pericolo, è sicuramente dietro di noi."

Non vi risuonano, queste parole, alquanto familiari? Attenti alle imitazioni e a chi promette che ne usciremo meglio degli altri.

Saturday, August 15, 2009

Eurorimbalzo, esultanza prematura

Questo grafico, via Paul Krugman, dovrebbe far tornare con i piedi per terra tutti quelli che in questi giorni hanno esultato e suonato le trombe perchè il Pil di Francia e Germania è tornato leggermente a salire.


Qui sono comparati i Pil di Stati Uniti e Germania (GDP sta per Gross Domestic Produict - Prodotto interno lordo, per l'appunto) fatti pari a 100 nel secondo trimestre del 2008.

Certo, nota Krugman, la Germania cresce nel secondo trimestre del 2009 ma questo dopo aver sofferto un calo molto più forte che gli Stati Uniti, nonostante la Germania non abbia avuto una bolla immobiliare.

Non saltate dunque subito alla conclusione che la Germania ha risposto bene alla crisi.

Friday, August 14, 2009

In arrivo un'altra Lehman Brothers?

Bank of America ha ottenuto parere favorevole da parte di una corte distrettuale di Miami alla richiesta di un'ordinanza restrittiva alla liquidazione di asset legati a mutui immobiliari per 1 miliardo di dollari da parte di Colonial Bank. L'atto di citazione di Bank of America riguardava oltre 6mila mutui emessi da sue sussidiarie. Il giudice, nella sua motivazione, ha concluso che la misura era necessaria in quanto la Colonial "è sull'orlo del collasso".

La Colonial Bank ha 355 filiali in cinque Stati e 25 miliardi di asset. L'istituto è sotto investigazione da parte delle autorità federali per irregolarità contabili e potrebbe ora dover fronteggiare ulteriori difficoltà. Se non ce la facesse a sopravvivere, si tratterebbe del quinto più grande fallimento nella storia del sistema bancario americano e il più grande fallimento di un'istituzione finanziaria federale dopo la confisca e la vendita nello scorso Settembre della Washington Mutual alla J.P. Morgan. Ovviamente un' eventuale bancarotta costerebbe al fondo di garanzia del governo miliardi di dollari.

E per fortuna che solo qualche giorno fa Ben Bernanke si vantava di aver fermato l'Armageddon finanziario dandosi così da solo una bella pacca sulla spalla. Vedremo quello che accadrà a Settembre, forse anche prima, consapevoli che, come la storia insegna, la tragedia si ripresenta sempre come farsa.

Update. Non ho fatto in tempo a scrivere il post che la Colonial è già praticamente fallita. I funzionari della FDIC si saranno già presentati per il sequestro e per dare l'avvio alla procedura speciale. Una volta ripulita e risanata sembra ci sia già pronto il compratore, la BB&T, una banca regionale del Sud-Est americano. Anche questa volta è andata "meglio delle attese". O no?

fotomontaggio tratto da LOLFed

Thursday, August 13, 2009

Il Re è nudo, ma nessuno osa dirlo (update)

Alla faccia di tante buone notizie e degli incentivi alla rottamazione arrivano freschi freschi i dati delle vendite retail a deprimere gli ottimisti ad oltranza e Wall Street. A Luglio negli Stati Uniti le vendite sono calate dello 0,1% ma se escludiamo il settore auto, aiutato dagli incentivi alla rottamazione, la contrazione è dello 0,6%, mentre gli economisti intervistati dal Dow Jones prevedevano addirittura un incremento dello 0,1 per cento.

C'è da meravigliarsi? No di certo se leggessimo con attenzione i dati che ci vengono presentati come positivi. E vedrete che fine farà la crescita, annunciata oggi, del Pil in Francia e Germania. Non c'è ripresa economica reale senza ripresa dei consumi e certamente questi non riprenderanno mai ai livelli pre-crisi, se i redditi dei lavoratori diminuiscono e aumentano i disoccupati.

Quanto a questi, sempre negli Stati Uniti, le richieste di sussidio aumentano, all'8 Agosto, di 4 mila unità, a 558.000 (su base stagionale aggiustata) portando la media delle quattro settimane a 565.000 (+8.500 richieste), la più alta dal 18 luglio.

E gli economisti del Dow Jones? Manco a dirlo si aspettavano addirittura un decremento di 5.000 richieste e tuttavia a dispetto dell'aumento continuano a vedere sviluppi positivi nel mercato del lavoro e si aspettano che il trend migliori nelle prossime settimane. E' sempre quello che ci raccontano da due anni a questa parte. E la borsa che fa? Prima si deprime e poi sale. Tanto c'è la ripresa, è confermato.

Il Re è nudo, ma nessuno osa dirlo

La Fed, era scontato, lascia le cose come stanno: tassi prossimi allo zero per garantire liquidità e una nuova immissione di 300 miliardi di dollari di denaro fresco di stampa, segno che i germogli verdi non sono poi così verdi, e con una pietosa bugia chiama tutto ciò "stabilizzazione", ad uso e consumo di banchieri, media allineati e politici ignoranti (non sono una prerogativa solo italiana).

Così gira il mondo: banche sottocapitalizzate, crediti deteriorati, perdite camuffate, migliaia di miliardi di dollari spesi per salvare solo le grandi banche mentre poco o niente è stato fatto per aiutare le vere vittime della tempesta perfetta, mutuatari, imprese, lavoratori. Quanto effimeri siano i segnali di ripresa e legati a fattori stagionali - come il ciclo delle scorte di magazzino - sono lì a dimostrarlo i fallimenti in serie, il calo dei commerci internazionali e dei consumi, il continuo aumento, anche se rallentato, dei disoccupati.

Quale persona in buona fede o sana di mente parlerebbe in questa situazione di ripresa? E invece siamo qui, come per tutto il corso di questi due ultimi anni a sentirci raccontare ancora una volta la favoletta che il peggio è passato, che c'è una stabilizzazione, segnali di ripresa, che stà ritornando la fiducia degli investitori. Già la borsa, la nuova bolla finanziaria, l'ultima tenda ad ossigeno allestita per far respirare il morto.

clicca sull'immagine per ingrandirla
vignetta tratta da Jesse's Café Américain

Wednesday, August 12, 2009

Il "quantitative easing" chiaramente spiegato

Dalla pagina delle lettere al Financial Times

Egregio Direttore,

In una sonnolenta cittadina di villeggiatura europea, in una economia depressa e, pertanto senza turisti, c'è grande entusiasmo quando un facoltoso cliente russo appare nella reception dell'hotel locale, annuncia che ha intenzione di soggiornare per un lungo periodo di tempo e a garanzia lascia un banconota da 100 euro sul bancone chiedendo di poter vedere le camere disponibili.

Mentre al cliente russo vengono mostrate le stanze, l'albergatore prende la banconota da 100 euro e la gira al suo macellaio, che preme per essere pagato. Il macellaio, a sua volta, paga il suo grossista che, a sua volta, paga l'agricoltore che lo rifornisce.

L'agricoltore gira la banconota alla sua "amichetta" preferita alla quale deve 100 euro per i servizi resi. La donna, a sua volta, si precipita all'hotel per saldare il conto delle camere prese a credito.

Nel frattempo, il Russo ritorna all'ingresso, annuncia che le camere non sono soddisfacenti, riprende i suoi 100 euro e se ne va, e non fu mai più rivisto.

Non sono stati immessi nuovi soldi nell'economia locale, ma i debiti di ciascuno sono stati saldati. E' questo il "quantitative easing"?

Eric Keetch,
London W4, UK

Un'ondata di produttività

Nel secondo trimestre la produttività in Usa ha segnato un aumento del 6,4%, ben al di sopra delle attese degli analisti. Ma insieme al balzo di produttività, si registra un calo drastico del costo del lavoro per unità oraria: è sceso del 5,8%, quasi triplicando le attese degli analisti. Si spiegano così le ottime trimestrali delle società USA ma anche il rischio di una "double-dip recession": le imprese a stelle e strisce stanno espellendo forza lavoro, pagando gli occupati assai meno di prima. Se questi dati apparentemente positivi fanno felici le borse, non è certo una buona ricetta per uscire dalla recessione, come ci spiega Oscar Giannino:

Se la produttività sale per severa contrazione della base produttiva e creando frotte di disoccupati cioè diminuendo il reddito disponibile delle famiglie; se questo a propria volta deve poi energicamente contrarsi anche per riequilibrare i livelli troppo alti di debito toccati in precedenza; e se in più il debito pubblico esplode spiazzando il risparmio privato, allora gli investimenti per tornare ad estendere la produzione mancheranno tanto più, quanto più bassa sarà prevedibile la base dei consumi conseguente. Risultato: recessione secca, amici miei. Chissà se i listini lo capiranno, e soprattutto i banchieri centrali che generosamente li sostengono.

Arrivederci alla prossima onda.

Saturday, August 08, 2009

Lifeguard


Sì, vado in vacanza, ma sotto l'ombrellone. Questo sole non mi riscalda più....diceva una famosa canzone degli anni '60. Ai tempi moderni invece questo sole sembra bruciare e causare malattie della pelle, per cui anche voi fate attenzione e non entrate nella bolla dell'abbronzatura a tutti i costi. Di bolle e problemi ne abbiamo già tanti e ancor più ne avremo al ritorno dalle vacanze. Se fosse per me, tornerei nel 2011. Comunque, arrivederci a presto, anche perchè se ci sarà qualche onda in arrivo ve ne darò conto anche da sotto l'ombrellone.

L'economia peggiora più lentamente

Ieri abbiamo visto con Krugman come la rilevazione dei dati sulla disoccupazione negli Stati Uniti non abbia nulla a che fare con la realtà e come avvenga invece sulla base di un sondaggio nel quale viene chiesto all'intervistato se lavora e, nel caso, se stia cercando un lavoro. Non entrano in questo conteggio i sotto-occupati, le centinaia di migliaia di lavoratori che negli ultimi due anni a causa della crisi sono dovuti passare da un rapporto di lavoro a full time ad uno a part-time e tutti coloro che, stanchi di cercare un posto di lavoro e non trovarlo, si sono rassegnati e non lo cercano più.

Oggi, sullo stesso argomento, vi propongo, insieme all'imperdibile fatica quotidiana di Andrea Mazzalai, la traduzione dell'ultimo articolo di Robert Reich. La sua tesi, manco a dirlo, è che l'unica verità che emerge dai nuovi dati sulla disoccupazione è che il peggioramento sta rallentando. Ma non illudiamoci di poter tornare da dove eravamo partiti. Ne usciremo fuori con un'economia che apparirà straordinariamente differente da quella che avevamo solo due anni fa.

L'economia sta peggiorando più lentamente. E' questa l'unica chiave di lettura che viene fuori dai report economici, incluso quello importante di stamattina sull'occupazione. L'andamento della perdita di posti di lavoro è rallentato -- le richieste di sussidio sono scese a 247.000 dopo le 443.000 di Giugno, e il tasso ufficiale della disoccupazione è passato da 9.5 a 9.4 per cento.

Tuttavia fate attenzione a questi dati. Essi non includono il crescente numero di persone che sono passate da un lavoro a tempo pieno ad un lavoro part-time. Nè includono un largo numero di quelli che non cercano più un lavoro. Nè considerano i molti milioni che hanno trovato un nuovo lavoro pagato meno rispetto al vecchio che hanno perso. E non includono nelle statistiche nessuno dei tipici brevi contratti settimanali, per coloro che hanno ancora un lavoro a tempo pieno. (Da questo punto di vista un'altra indicazione che le cose stanno peggiorando più lentamente -- la settimana lavorativa è salita molto leggermente dalle 33 ore). Nè, se è per questo, i numeri considerano le 130.000 persone che mensilmente entrano a far parte della forza lavoro, pronte e desiderose di lavorare, ma che non riescono a trovare un lavoro.

Se fossero incluse tutte queste persone, la mia stima sarebbe che un americano su cinque che altrimenti lavorerebbe a tempo pieno sia oggi sotto-occupato. Stiamo vivendo il più grande declino rispetto a qualsiasi crollo economico avvenuto dopo la seconda guerra mondiale.

L'economia a livello globale continua a contrarsi ma più lentamente di prima. Ma i consumatori non comprano, le esportazioni stanno ancora diminuendo e gli investimenti sono fermi, per cui la sola chiara ragione è che lo stimolo sta cominciando a funzionare. Pure -- questa un'altra importante cosa cui guardare -- la perdita di posti di lavoro continua a camminare più velocemente della contrazione. In altre parole, gli imprenditori stanno usando questa crisi per liberarsi di più lavoratori, proporzionalmente, di quanto abbiano mai fatto sin dalla Grande Depressione. L'economista Arthur Okun, dopo aver riconsiderato tutta la storia economica, una volta pronunciò una regola di massima secondo la quale ogni due per cento in meno di crescita dell'economia genera un aumento della disoccupazione pari all'uno per cento. Questa volta tale regola è stata infranta: la discesa della crescita si è risolta in un molto più grande incremento della disoccupazione. E se vi ricomprendiamo la sotto-occupazione, è cresciuta in modo davvero sorprendente.

Rallegriamoci allora che l'economia stia andando peggio più lentamente di prima. Ma non illudiamoci pensando di poter tornare dove eravamo. Molti dei posti di lavoro andati perduti non torneranno mai più. Alla fine nuovi posti di lavoro li rimpiazzeranno ma difficilmente tutti. La struttura dell'economia americana sta cambiando. Usciremo fuori da tutto questo con un'economia che apparirà straordinariamente differente da quella che avevamo nel 2007.

Friday, August 07, 2009

Disoccupazione USA: buone notizie?

Se seguite regolarmente Andrea Mazzalai saprete che i dati statistici sulla disoccupazione negli Stati Uniti forniti dal Dipartimento del Lavoro sono molto lontani dalla realtà. Oggi sono usciti i dati relativi al mese di luglio. Riprendo da Wall Street Italia:

Nel mese di luglio l'occupazione nel settore non agricolo negli Stati Uniti e' diminuita di 247 mila unita’. Gli analisti prevedevano un valore di -325 mila, quindi il dato e' migliore delle stime. Il tasso di disoccupazione e' stato del 9.4%, scendendo per la prima volta da aprile 2008, dopo che il mese precedente aveva raggiunto con il 9.5% il massimo degli ultimi 26 anni, cioe' dall'agosto 1983. Cio' significa che la peggior recessione degli ultimi 70 anni sta allentando la morsa sull'economia americana.

Gli analisti si aspettavano in media una perdita di 325 mila posti dopo il calo di 467 mila del mese precedente, poi rivisto al ribasso a 443 mila. Le ore di lavoro settimanali sono state in media pari a 33.1, in lieve rialzo rispetto alle 33 di giugno. Gli stipendi medi all'ora sono risultati in rialzo di 3 centesimi, pari al +0.2%, rispetto al mese precedente, attestandosi a $18.56. Su base annuale il dato e' in crescita del 2.5% rispetto a luglio 2008, in perfetta sintonia con le stime degli economisti, che su base mensile si aspettavano invece in media un incremento dello 0.1% dal mese precedente.

Con i numeri resi noti oggi, il totale dei posti di lavoro persi negli Stati Uniti da quando e' iniziata ufficialmente la recessione nel dicembre 2007 ammonta a circa 6.7 milioni, il piu' forte calo in assoluto dagli anni della Seconda Guerra Mondiale in poi.


Sono davvero buone notizie che annunciano la ripresa? O ci dicono semplicemente, come afferma Paul Krugman (che ci spiega anche come è possibile che il tasso di disoccupazione migliori nonostante il numero dei disoccupati aumenti), che la situazione in qualche modo si sta stabilizzando ma ancora non sta migliorando? Oppure ci troviamo di fronte ad una delle tante illusioni su cui si tiene ancora in piedi un sistema già morto? Che altro potrebbe essere un rapporto basato su un sondaggio che non conteggia tra i disoccupati i sotto-occupati, le centinaia di migliaia di lavoratori che negli ultimi due anni a causa della crisi sono dovuti passare da un rapporto di lavoro a full time ad uno a part-time, i lavoratori stagionali, i 30.000 nuovi entrati ogni mese nella forza lavoro in cerca di prima occupazione e tutti coloro che, stanchi di cercare un posto di lavoro e non trovarlo, si sono rassegnati e non lo cercano più?

Thursday, August 06, 2009

Zeru stimuli?

Abbiamo raggiunto il fondo della recessione, l'economia si sta riprendendo, non sono necessari ulteriori stimoli da parte delle banche centrali, questo il coro che proveniva dal Club sempre più numeroso degli inguaribili ottimisti. Perciò non erano attesi nuovi ritocchi dei tassi da parte di Bank of England e della Banca Centrale Europea nelle riunioni dei rispettivi board. E infatti i tassi che già sono molto prossimi allo zero sono rimasti invariati.

Ma che ti fa la Banca d'Inghilterra nella medesima riunione, a dispetto dei tanto sbandierati segni di ripresa dopo un lungo anno di recessione? Decide di iniettare altri 50 miliardi di sterline (circa 62 miliardi in euro) di denaro fresco acquistando ancora bond. Già perchè fino a Luglio aveva già inondato il mercato di denaro fresco per circa 125 miliardi di sterline e nessuno si aspettava questa ulteriore manovra di quantitative easing.

Evidentemente i bagliori di ripresa sono lucciole scambiate per lanterne e la situazione è molto meno rosea di quanto le borse facciano credere. La BOE resta preoccupata sullo stato del sistema bancario, e non è convinta che una ripresa sarà forte abbastanza da assicurare che l'obbiettivo di un tasso d'inflazione al 2% possa essere raggiunto senza ulteriori stimoli. E' la paura di quella parola innominabile che richiama alla mente prospettive giapponesi, deflazione.

"La necessità per le banche di continuare a rimettere in sesto i propri bilanci sta probabilmente restringendo la disponibilità di credito e la precedente caduta di valore degli asset e gli alti livelli del debito potrebbero pesare sugli impieghi" dichiara la BOE nel comunicato stampa finale dimostrando di essere meno ottimista di molti ottimisti di professione.

A dispetto di tanti risultati migliori delle attese l'economia continua a navigare con forti venti contrari e siamo ancora molto lontani da una solida ripresa. Il credito alle imprese resta ancora molto debole così come gli spread sui tassi sono elevati, creando una seria minaccia ad ogni prospettiva di ripresa economica.

Una conferma che non è stato ancora toccato il fondo è arrivata oggi dai dati di luglio delle vendite al dettaglio negli Stati Uniti (vedi tabella), con un calo, questa volta, molto peggiore delle attese. Domani sarà la volta dei dati sul mercato del lavoro con la disoccupazione che, benchè in crescita frenata, galoppa ormai al 10%. Che farà la borsa, festeggerà perchè nel mese di luglio le nuove domande di sussidi di disoccupazione sono state 540 mila invece delle 560 mila attese dagli analisti?

Tuesday, August 04, 2009

Alla borsa basta il profumo

Unicredit, il gruppo bancario guidato da Alessandro Profumo, ha chiuso il secondo trimestre dell'anno con un utile netto pari a 490 milioni di euro, in discesa del 74,4% su base annua ma in crescita rispetto ai 447 milioni dei primi tre mesi del 2009, un dato superiore rispetto alle attese degli analisti (434 milioni). Evviva, meno 74,4% e, anche se i risultati non reggono nemmeno il confronto con quelli delle pari e disastrate concorrenti europee, la borsa italiana festeggia con un, al momento, +4,4%.

A chi interessa poi se anche per Unicredit questo risultato stitico sia in buona parte dovuto ad un notevole incremento delle attività di investment banking, leggasi scommesse su cambi, titoli, materie prime e tutto quello su cui è possibile scommettere, mentre la qualità del credito continua a peggiorare? Sono stati infatti accantonati, a garanzia di crediti inesigibili a vario titolo, altri 2,431 miliardi, portando il dato complessivo del semestre a oltre 4 miliardi. Quisquilie, tanto se non c'è l'arrosto basta il profumo.

Monday, August 03, 2009

Pil americano peggio, non meglio, delle attese

The King Report fa le pulci ai dati forniti dal Dipartimento USA del commercio e spiega con metodo matematico come il Pil americano sia stato peggio, e non meglio, come tutti si sono affrettati a commentare, delle attese. Come è possibile che meno 1% sia peggio di meno 1,5%? Presto detto:

Fatto pari a 100 il quarto trimestre del 2008 se il Q1 del 2009 ha riportato un meno 5,5% e per il Q2 del 2009 era atteso un meno 1,5%, la previsione era per un Pil di 100 meno 5,5% ossia 94,5 unità, meno un altro 1,5% ossia 93.08 unità.

Con la revisione del Q1 del 2009 a meno 6.4%, le unità di Pil diventano 100 meno 6.4% ovvero 93.6 unità. Perciò il Q2 è meno 1% ovvero 92.664 unità. Ergo il Pil aggregato è stato peggiore di quello atteso.

E non dimentichiamo la probabile rettifica verso il basso del Q2, aggiunge Barry Ritholtz.

Banche sull'orlo di una crisi dei crediti

Che il "deterioramento" del credito stia diventando una costante nei risultati delle banche al di là e al di quà dell'oceano non è confermato solo dai timori espressi dal chief executive di Deutsche Bank, Joseph Ackermann, il quale afferma che i veri effetti della tempesta perfetta devono farsi ancora sentire, prevedendo l'arrivo di un'ondata di perdite sui crediti concessi alle imprese ed ai consumatori che potrebbe mettere in ginocchio il sistema finanziario peggio che il buco nero dei titoli tossici. Sono i numeri a parlare da soli.

Barclays ha chiuso i primi sei mesi dell’anno con una crescita degli utili del 9,9%, passati da 1,72 a 1,89 miliardi di sterline (3,16 miliardi di dollari), al di sotto di quanto previsto, per una volta, dagli analisti che avevano pronosticato una crescita a 2,2 miliardi di sterline. Ma come già abbiamo visto per Credit Suisse, Goldman Sachs, J.P. Morgan e la stessa Deutsche Bank gran parte degli utili (il 35% per Barclays) sono derivati dalle attività di investment banking, cioè tutte quelle attività che hanno a che fare con le scommesse sui cambi, i titoli, le materie prime e tutto quello su cui è possibile scommettere.

Dall'altro lato gli accantonamenti per future perdite sui crediti - l'introduzione del mark to fantasy se ha nascosto le perdite dovute ai titoli tossici non vale per la tradizionale attività creditizia - crescono esponenzialmente. La banca inglese ha dovuto accantonare per i rischi da deterioramento del credito 4.56 miliardi di sterline, il doppio di quanto accantonato nello stesso periodo dello scorso anno, un importo superiore anche a quello previsto dagli analisti.

John Varley, il numero uno della Barclays, bontà sua, minimizza, ma le cifre parlano chiaro e deve ammettere: "In alcune partite di credito abbiamo visto il tasso di deterioramento ridursi e qualche segnale di stabilizzazione ma - aggiunge - non voglio sopravvalutare tutto ciò perchè, ad esempio, la disoccupazione crescerà in molte economie dove siamo presenti e la disoccupazione ha un effetto ritardato sui crediti".

Più ottimista Stephen Green, il CEO di HSBC (Hongkong and Shangai Banking Corporation), con base a Londra, oggi al quinto posto delle classifiche mondiali per valore degli asset. Ottimismo forse obbligato anche per il nome che porta. Green pur dimostrandosi prudente con l'affermazione che le previsioni economiche rimangono incerte, tuttavia dichiara che "forse abbiamo toccato, o stiamo per toccare il fondo del ciclo dei mercati finanziari". Non sembrerebbe così dai risultati presentati dalla sua banca anche se il mercato ha premiato la sua dichiarazione con un bel +6,4%.

HSBC, infatti, ha riportato, nel primo semestre, una diminuzione dei suoi profitti pari al 57 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008, con un utile netto che dai 7,7 miliardi di dollari dello scorso anno scende a 3,3 miliardi di dollari, proprio a causa del deteriorarsi dei crediti concessi a imprese e consumatori negli United States e in qualche altro posto.

Anche in questo caso il segno positivo dei profitti è stato ottenuto dalla divisione investment banking che ha guadagnato nel primo semestre, al lordo delle tasse, 6.3 miliardi di dollari, in particolare speculando su titoli e cambi. Ma la cosiddetta "buona" notizia è bilanciata da persistenti perdite sui crediti concessi a imprese e consumatori. HSBC ha dovuto accantonare ben 13,93 miliardi di dollari, il 38% in più rispetto ai 10.1 miliardi accantonati nello stesso periodo l'anno precedente.

E il più grosso mal di testa per HSBC continua ad essere rappresentato dal credito al consumo con accantonamenti che arrivano a 7,3 miliardi di dollari, in crescita rispetto ai 6,69 miliardi dello stesso periodo, anche se inferiori se paragonati ai 8,8 miliardi del secondo semestre 2008.

Altro che stabilizzazione finanziaria! Tra la mina vagante delle carte di credito, l'aumento dei fallimenti e della disoccupazione dovremmo aspettarci l'arrivo dell'onda più alta della tempesta perfetta. Invece i responsabili della crisi continuano a usare il trucchetto di nascondere la polvere sotto il tappeto. E là sotto la bolla del mercato azionario continua a gonfiarsi. Non importa se sarà tra uno, tre, sei mesi o un anno. Alla fine esploderà anche questa bolla ma chi l'ha cavalcata questa volta non avrà più neanche il tappeto sotto al quale nascondersi.

Update. Sottotitolo del mio post: "Quello che non vi farà mai sapere la stampa ufficiale". Guardate qui come liquida i risultati di Barclays e HSBC un giornale "autorevole" come il Sole 24 Ore. A tanto siamo ridotti con gli affascinanti "conti migliori delle attese".

Saturday, August 01, 2009

Crescita e disoccupazione

Dunque il Pil americano a -1% nel secondo trimestre invece che a -1,5% è un segnale che fa sperare in una ripresa vicina. Quanto meno che è terminata la caduta libera dell'economia. Tuttavia ci sono altri segnali negativi che fanno essere prudenti i non iscritti al club degli inguaribili ottimisti.

Continuano a contrarsi gli investimenti per attrezzature e software al tasso annualizzato del 9% dopo che nel primo trimestre erano crollati del 36%. Si riducono le esportazioni del 7% dopo che nei due precedenti trimestri si erano ridotte rispettivamente del 30 e del 20%. I consumi scendono ancora del 1,2% e il tasso di disoccupazione cresce al 9,5%. Risultati che fanno dire a Edward McKelvey, economista della preveggente Goldman Sachs, che più che verso una forte ripresa stiamo andando incontro a qualcosa di alquanto lento.

Anche Paul Krugman pur ritenendo una buona scommessa puntare sulla ripresa ritiene che questa non verrà percepita come tale per lungo tempo. La sua tesi è che le riprese postmoderne tendono a includere un lungo periodo nel quale il Pil cresce ma il mercato del lavoro continua a peggiorare. E' la famosa "legge di Okun" di cui tutti gli economisti parlano.

Sull'asse orizzontale il tasso di crescita annuo del Pil reale, su quello verticale il tasso di variazione (cosicchè se la disoccupazione sale dal 5 al 6 per cento, questo segnerà un +1) della disoccupazione. Gli anni presi in considerazione partono dal 1995 perchè quello è il periodo in cui sembra esserci un miglioramento al di sotto della crescita della produttività, rendendo problematiche le comparazioni con gli anni precedenti.


Quel che vedete è che la disoccupazione tende a cadere quando la crescita è alta, a crescere quando è bassa o negativa. Vedete anche che la crescita deve essere abbastanza solida - più del 2 per cento - proprio per impedire al tasso di disoccupazione di crescere. Perchè? Perchè la produttività cresce sì da permettere
ad ogni livello dato di produrre con meno lavoratori; per questo la produzione deve salire per impedire che l'occupazione scenda. E l'età lavorativa della popolazione cresce, per cui c'è bisogno di una crescita positiva dell'occupazione proprio per impedire alla disoccupazione di salire.

Questo spiega come si può avere una ripresa che sembra una recessione: il Pil reale può anche crescere, ma se non sale ad un tasso sufficientemente alto, la disoccupazione continua a salire.

Ora osservate il punto rosso in alto a sinistra, Esso rappresenta quello che è accaduto dal secondo trimestre del 2008 al secondo del 2009: una considerevole caduta del Pil reale, una notevole crescita della disoccupazione.

La crescita della disoccupazione è stata maggiore di quanto ci dovessimo aspettare, dato il tracollo del Pil? Secondo Krugman no, ma in quanto questa recessione è su una scala completamente diversa da qualsiasi cosa abbiamo mai potuto vedere da tanto tanto tempo. Difficile sapere cosa ci saremmo dovuti attendere.