Monday, October 26, 2009

Roulette russa

Se se ne parla vuol dire che il rischio c'è. E non riguarda solo Citi group o Bank of America. "Se sono troppo grandi per fallire, vuol dire che sono troppo grandi" dice Greenspan, e a ragione, anche se l'ex presidente della Fed ha esaurito ormai ogni credibilità. A guardare il dibattito che si sviluppa ai massimi livelli governativi e tra gli addetti ai lavori negli Stati Uniti un nuovo scossone ai mercati finanziari sembrerebbe ineluttabile ed imminente.

C'è il vecchio e saggio Paul Volcker, apprezzato ex presidente della Fed e membro del team economico di Obama, che propone uno spezzatino preventivo e una separazione delle attività prettamente bancarie da quelle di bank investment delle cinque maggiori entità creditizie americane. Il che significa ad esempio che Bank of America dovrebbe scorporare e mettere sul mercato le attività ereditate da Merrill Lynch, JPMorgan Chase gli asset ricevuti da Bear Stearns e Goldman Sachs dovrebbe rinunciare al suo status di holding bancaria.

Purtroppo l'amministrazione Obama non è dello stesso avviso e la sua politica rimane pericolosamente attendista, ben attenta a non pestare i calli ai banchieri di Wall Street. Così da una parte si lanciano proclami demagogici sui bonus dei banchieri, dall'altra non si fa nulla per evitare il pericolo di un probabile collasso, continuando nella politica dei rinvii che finora è servita solo a nascondere la polvere sotto il tappeto.

Così si aspetta il casus belli, che l'entità più traballante, probabilmente Citi group, si trovi in difficoltà tale che il governo, il suo maggior azionista, dovrà intervenire vendendo i gioielli di famiglia per pagare i creditori, lasciando con un palmo di naso gli azionisti. Oppure peggio ricorrere di nuovo ad aiuti di Stato nell'attesa che passi la tempesta. Intanto le cinque big continuano ad incrementare i loro profitti giocando al tavolo dei derivati, il cui mercato è cresciuto dieci volte tanto rispetto a quando è scoppiata la crisi. Insomma siamo alla roulette russa.

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Wednesday, September 16, 2009

Obama alza la voce, i banchieri fanno orecchie da mercante

Milano Finanza, riprendendo un articolo del Wall Street Journal, ci fa sapere che il Tesoro americano si prepara a vendere azioni Citigroup:

Il Dipartimento del Tesoro americano e Citigroup hanno iniziato a confrontarsi su come procedere alla vendita della quota del 34% detenuta dal Governo nel capitale della banca, in seguito al salvataggio pubblico da circa 50 miliardi di dollari accordato all'istituto a suo tempo.

Secondo fonti informate sulla vicenda, il Tesoro americano potrebbe iniziare a cedere i titoli in suo possesso già a partire da ottobre per poi arrivare a completare l'operazione nel giro di sei-otto mesi. Il progetto è ancora in una fase iniziale e alcune transazioni dovranno ottenere il via libera degli organi di controllo.

Sono due i possibili scenari: nel primo caso, il Governo potrebbe mettere sul mercato la propria quota a blocchi nel corso dei prossimi sei o otto mesi, mentre nel secondo caso lo Stato potrebbe vendere piccole tranche di titoli giornalmente o settimanalmente.

Ci sarebbe anche una terza possibilità che prevede la cessione dell'intera quota in un unico blocco. In realtà, secondo il Wall Street Journal, il piano che prevede una riduzione della quota controllata dal Tesoro americano si accompagnerà all'emissione di nuove azioni che verranno offerte sul mercato.

Stando alle ricostruzioni del Wsj, la scorsa settimana il Tesoro ha ricevuto circa 7,7 milioni di azioni ordinarie Citigroup, in sostituzione di azioni privilegiate che aveva ottenuto quando, nel pieno della tempesta finanziaria, le aveva concesso aiuti per 45 miliardi di dollari.

Ora Citigroup potrebbe procedere all'emissione di nuove azioni per 5 miliardi di dollari e sfruttare quindi la raccolta per ridurre la partecipazione pubblica.


Il piano, in sintesi, prevede un'emissione di nuove azioni per 5 miliardi di dollari e la simultanea vendita da parte del governo di una sua indeterminata quota di azioni. Al contempo Citigroup potrebbe usare quanto ricavato dalla vendita delle azioni di nuova emissione per riacquistare parte delle azioni privilegiate ancora in mano al Tesoro.

Facciamo due conti. Il totale degli aiuti governativi messi in campo per il salvataggio di Citigroup è stato per la precisione di 45 miliardi di dollari (escluse le garanzie). Poi in Febbraio una quota di azioni privilegiate, per un valore di 25 miliardi di dollari, sono state convertite in azioni ordinarie a 3,25 dollari per azione.

Perciò, anche vendendo tutto il pacchetto di azioni ordinarie nelle mani del Tesoro rimarrebbero 20 miliardi di dollari in azioni privilegiate, cosa che porterebbe la quota di Citigroup detenuta dal governo dal 34% a circa il 22%.

Ancora molto ma meglio di niente penseranno i contribuenti americani, i quali, però, farebbero bene a non esultare tanto per una restituzione ancora tutta da vedere, perchè potrebbero essere comunque richiamati presto a metter mano al portafoglio.

Infatti su Citigroup, così come sulle altre grandi banche americane (mentre delle piccole ne muore una al giorno) si sta addensando la nube nera delle carte di credito e continua a peggiorare la situazione dei mutui. Il CEO di Citigroup, Vikram Bandit, è stato alquanto evasivo sull'argomento in una recente intervista televisiva:

But when Bartiromo went right for the jugular and asked when the company would return to operating profitability — a question that investors and analysts have been wondering for some time — Pandit was again vague.

“A lot of this to me is a question of where the economy is,” Pandit said. He noted that two particularly troubling businesses for the company are the credit card and mortgage portfolios. “When we see those assets turn, I think you will start to see a change in the profitability of Citi. … We do believe that we’re seeing some good signs in both the credit card portfolio and the mortgage portfolio.”


Si, un ragionamento geniale, "quando smetteremo di perdere soldi nei due maggiori settori nei quali stiamo andando male, allora potremmo smettere di andare male". Ecco, questi sono i grandi banchieri che hanno in mano il destino della finanza e dell'economia mondiale, a cui oggi Barack Obama mostra il pugno alzando la voce, ben sapendo che sono solo chiacchiere e che tutto continuerà a girare come prima.

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Monday, September 14, 2009

Corradino sempreinpiedi

Il Presidente dell’Abi, Corrado Faissola, nel corso dell’incontro con i piccoli imprenditori di Confesercenti, è tornato a difendere l’operato del sistema bancario italiano. Faissola ha affermato che "le banche ce l'hanno fatta da sole, hanno pagato il loro scotto alla crisi e retto alla bufera". E ancora "dal governo è arrivato un grande contributo nel momento in cui ha predisposto dei salvagente, ma in concreto non c’è stato niente". Le banche "se sono rimaste in piedi non lo devono allo Stato". E sui Tremonti Bond: "costano troppo e rischiano di introdurre lo Stato nella gestione degli istituti".

Caro Faissola, facile fare i banchieri quando a remare sulle scialuppe sono sempre i risparmiatori. Certo il bagnino Tremonti ha solo predisposto i salvagente ma ci vuole una bella faccia tosta a dire che le banche ce l'hanno fatta da sole.

Chi è che paga ogni volta il conto - e la lista, a partire dai bond argentini, Cirio, Parmalat e così via, è lunga - grazie ad autorità regolatrici che non regolano, controllori che non controllano, legislatori che non legiferano uno straccio di class action (altro che lobbies americane!)? Per non parlare di commissioni, condizioni, spese bancarie e quant'altro viene imposto da una quanto mai dubbia libera concorrenza (antitrust dove sei?).

Lo so, non è colpa di voi banchieri se poi gli italiani sono così sprovveduti e, quando avete bisogno di capitali, si fanno tranquillamente inondare di schifezze che non vi costano niente al contrario dei Tremonti-bond. Ma almeno un pò di riconoscenza: non ti prendere tutti i meriti e ammettilo, se le banche sono rimaste in piedi non lo devono allo Stato ma a quei poveri fessi che ancora vi danno retta.

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Wednesday, September 09, 2009

Chi si contenta gode?

Gli investitori hanno largamente respinto l'offerta del Santander, relativa al buy-back di titoli abs per un valore nominale di 16.5 miliardi di euro. La mega offerta ha raggiunto meno del 4 per cento del totale. Anche la maggior parte degli analisti si aspettava un'adesione bassissima.

La banca spagnola guidata da Emilio Botin aveva annunciato l'avvio del programma di riacquisto dei titoli il 24 agosto scorso. Si trattava di un'ulteriore mossa della banca per capitalizzare il ribasso dei prezzi sul mercato del debito. L'iniziativa riguardava 27 cartolarizzazioni emesse dall'istituto gran parte delle quali avente come sottostante mutui, crediti al consumo e prestiti commerciali, ad un prezzo scontato del 39 per cento.

Secondo il Financial Times "la scarsa adesione suggerisce che l'offerta era troppo bassa, vista la crescente fiducia nelle prospettive di crescita sia di Santander che dei prezzi di negoziazione dei titoli abs, difficili da valutare durante tutta la crisi finanziaria". Ora, scrive il quotidiano economico, "sebbene privato del capital gain previsto con il piano di riacquisto, è probabile che Santander descriva il risultato come una dimostrazione di fiducia degli investitori".

Sarà forse così, ma allora che necessità aveva Don Emilio di lanciare l'operazione di buy-back più grande della storia? Ci ha provato? Possibile che la banca considerata la più solida al mondo improvvisi un'operazione di tale portata senza conoscerne l'asito più scontato? O non è vero piuttosto che Don Emilio le sta provando tutte per raschiare il fondo del barile, fino ad arrivare a svendere anche parte dei suoi gioielli brasiliani?

Lo scrivevo già lo scorso luglio: "Non si può che concludere che Santander ha bisogno di questi soldi per puntellare il proprio capitale di garanzia e che viene fatto più per disperazione che per qualsiasi altro tipo di logica strategica. E se Santander, una delle più solide banche al mondo, è in cerca disperata di capitali, possiamo immaginare in quale stato siano le altre banche". E una conferma viene dalle voci che circolano in questi giorni sulla sottocapitalizzazione delle banche europee.

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Tuesday, September 08, 2009

E l'Oracolo di Omaha cosa prevede?

Il New York Times ci aggiorna sull'ex più ricco uomo del mondo (oggi numero 2 dietro il suo amico Bill Gates):

Warren E. Buffett segue due regole cardinali negli investimenti. Regola No. 1: Mai perdere soldi. Regola No. 2: Mai dimenticare la Regola No. 1.

Orbene un sacco di vecchie regole sono finite nella spazzatura quando la crisi finanziaria ha colpito anche l'Oracolo di Omaha.

A 79 anni Buffet sta venendo fuori dal peggior anno della sua lunga, leggendaria carriera. Sulla carta ha perso personalmente circa 25 miliardi di dollari durante il panico finanziario del 2008, abbastanza da costargli il titolo di uomo più ricco del mondo.

Eppure poche persone dentro o fuori Wall Street hanno capitalizzato la crisi più abilmente di lui. Dopo aver consigliato Washington di salvare l'industria finanziaria nazionale ed aver sollecitato gli Americani a comprare azioni mentre il mercato annaspava, ci si è tuffato lui stesso. Buffet ha approfittato di un mercato disastrato -- come pure di tutti quei salvataggi finanziati dai contribuenti -- tanto da mettere al sicuro la sua fama di uno dei più grandi investitori di ogni tempo.

Quando tanti altri lo scorso autunno scappavano impauriti, Buffet ha investito miliardi in Goldman Sachs -- facendo di gran lunga un miglior affare di Washington. Poi ha rischiato altri miliardi in General Electric. Mentre non hanno mai salvato direttamente Buffet, i contribuenti salvavano alcune delle sue scelte azionarie. Goldman, American Express, Bank of America, Wells Fargo, U.S. Bancorp -- tutte hanno ricevuto un aiuto pubblico di cui in ultima istanza hanno beneficiato gli azionisti privati come Buffet.

Buffett ci ha preso così bene -- almeno, finora, sembra l'abbia fatto -- che il suo guadagno potrebbe essere enorme. Ma ora, solo un anno dopo che la crisi ha colpito, sembra essere preoccupato che il più forte mercato azionario potrebbe vacillare di nuovo. Dopo aver comprato con tanta audacia quando in tanti vendevano i loro asset, la sua holding, Berkshire Hathaway, si tira indietro, comprando meno azioni e investendo invece sul debito corporate e governativo. E Buffet avverte che l'economia, sia pure in miglioramento, rimane profondamente in sofferenza.

"Non siamo ancora fuori dai guai", ha detto Buffet la scorsa settimana in un'intervista, nella quale rifletteva sulle lezioni degli ultimi 12 mesi. "Dobbiamo far riprendere un'economia balbettante in modo che funzioni come dovrebbe".

Tuttavia Buffet non sembrava così traumatizzato dalla rievocazione di quello che una volta definì come l'equivalente finanziario di Pearl Harbour. (Un guadagno netto stimato 37 miliardi di dollari sarebbe un balsamo per la psiche di chiunque).

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Monday, August 31, 2009

Le notizie che le borse non vogliono sentire

C'è una notizia che è passata quasi inosservata in questi giorni: i clienti di Cerberus stanno ritirando i loro soldi dall'hedge fund. Parliamo di 5,5 miliardi di dollari o di circa il 71% degli asset dell'hedge fund.

Quando investitori e depositanti chiedono l'immediato ritiro del 71% dei loro risparmi c'è un modo solo per definire la cosa: si chiama assalto agli sportelli.

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Monday, August 17, 2009

Colpo di coda o Big One?

Non vi tedio con numeri e percentuali. Potete consultare l'andamento delle borse in qualsiasi sito finanziario. Questo post solo per segnare sul calendario questa giornata e ricordarla come quella in cui gli inguaribili ottimisti dissero che si trattava solo di un colpo di coda della crisi. Mentre qualcun altro parlò di Big One.

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Friday, August 14, 2009

In arrivo un'altra Lehman Brothers?

Bank of America ha ottenuto parere favorevole da parte di una corte distrettuale di Miami alla richiesta di un'ordinanza restrittiva alla liquidazione di asset legati a mutui immobiliari per 1 miliardo di dollari da parte di Colonial Bank. L'atto di citazione di Bank of America riguardava oltre 6mila mutui emessi da sue sussidiarie. Il giudice, nella sua motivazione, ha concluso che la misura era necessaria in quanto la Colonial "è sull'orlo del collasso".

La Colonial Bank ha 355 filiali in cinque Stati e 25 miliardi di asset. L'istituto è sotto investigazione da parte delle autorità federali per irregolarità contabili e potrebbe ora dover fronteggiare ulteriori difficoltà. Se non ce la facesse a sopravvivere, si tratterebbe del quinto più grande fallimento nella storia del sistema bancario americano e il più grande fallimento di un'istituzione finanziaria federale dopo la confisca e la vendita nello scorso Settembre della Washington Mutual alla J.P. Morgan. Ovviamente un' eventuale bancarotta costerebbe al fondo di garanzia del governo miliardi di dollari.

E per fortuna che solo qualche giorno fa Ben Bernanke si vantava di aver fermato l'Armageddon finanziario dandosi così da solo una bella pacca sulla spalla. Vedremo quello che accadrà a Settembre, forse anche prima, consapevoli che, come la storia insegna, la tragedia si ripresenta sempre come farsa.

Update. Non ho fatto in tempo a scrivere il post che la Colonial è già praticamente fallita. I funzionari della FDIC si saranno già presentati per il sequestro e per dare l'avvio alla procedura speciale. Una volta ripulita e risanata sembra ci sia già pronto il compratore, la BB&T, una banca regionale del Sud-Est americano. Anche questa volta è andata "meglio delle attese". O no?

fotomontaggio tratto da LOLFed

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Monday, August 03, 2009

Banche sull'orlo di una crisi dei crediti

Che il "deterioramento" del credito stia diventando una costante nei risultati delle banche al di là e al di quà dell'oceano non è confermato solo dai timori espressi dal chief executive di Deutsche Bank, Joseph Ackermann, il quale afferma che i veri effetti della tempesta perfetta devono farsi ancora sentire, prevedendo l'arrivo di un'ondata di perdite sui crediti concessi alle imprese ed ai consumatori che potrebbe mettere in ginocchio il sistema finanziario peggio che il buco nero dei titoli tossici. Sono i numeri a parlare da soli.

Barclays ha chiuso i primi sei mesi dell’anno con una crescita degli utili del 9,9%, passati da 1,72 a 1,89 miliardi di sterline (3,16 miliardi di dollari), al di sotto di quanto previsto, per una volta, dagli analisti che avevano pronosticato una crescita a 2,2 miliardi di sterline. Ma come già abbiamo visto per Credit Suisse, Goldman Sachs, J.P. Morgan e la stessa Deutsche Bank gran parte degli utili (il 35% per Barclays) sono derivati dalle attività di investment banking, cioè tutte quelle attività che hanno a che fare con le scommesse sui cambi, i titoli, le materie prime e tutto quello su cui è possibile scommettere.

Dall'altro lato gli accantonamenti per future perdite sui crediti - l'introduzione del mark to fantasy se ha nascosto le perdite dovute ai titoli tossici non vale per la tradizionale attività creditizia - crescono esponenzialmente. La banca inglese ha dovuto accantonare per i rischi da deterioramento del credito 4.56 miliardi di sterline, il doppio di quanto accantonato nello stesso periodo dello scorso anno, un importo superiore anche a quello previsto dagli analisti.

John Varley, il numero uno della Barclays, bontà sua, minimizza, ma le cifre parlano chiaro e deve ammettere: "In alcune partite di credito abbiamo visto il tasso di deterioramento ridursi e qualche segnale di stabilizzazione ma - aggiunge - non voglio sopravvalutare tutto ciò perchè, ad esempio, la disoccupazione crescerà in molte economie dove siamo presenti e la disoccupazione ha un effetto ritardato sui crediti".

Più ottimista Stephen Green, il CEO di HSBC (Hongkong and Shangai Banking Corporation), con base a Londra, oggi al quinto posto delle classifiche mondiali per valore degli asset. Ottimismo forse obbligato anche per il nome che porta. Green pur dimostrandosi prudente con l'affermazione che le previsioni economiche rimangono incerte, tuttavia dichiara che "forse abbiamo toccato, o stiamo per toccare il fondo del ciclo dei mercati finanziari". Non sembrerebbe così dai risultati presentati dalla sua banca anche se il mercato ha premiato la sua dichiarazione con un bel +6,4%.

HSBC, infatti, ha riportato, nel primo semestre, una diminuzione dei suoi profitti pari al 57 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008, con un utile netto che dai 7,7 miliardi di dollari dello scorso anno scende a 3,3 miliardi di dollari, proprio a causa del deteriorarsi dei crediti concessi a imprese e consumatori negli United States e in qualche altro posto.

Anche in questo caso il segno positivo dei profitti è stato ottenuto dalla divisione investment banking che ha guadagnato nel primo semestre, al lordo delle tasse, 6.3 miliardi di dollari, in particolare speculando su titoli e cambi. Ma la cosiddetta "buona" notizia è bilanciata da persistenti perdite sui crediti concessi a imprese e consumatori. HSBC ha dovuto accantonare ben 13,93 miliardi di dollari, il 38% in più rispetto ai 10.1 miliardi accantonati nello stesso periodo l'anno precedente.

E il più grosso mal di testa per HSBC continua ad essere rappresentato dal credito al consumo con accantonamenti che arrivano a 7,3 miliardi di dollari, in crescita rispetto ai 6,69 miliardi dello stesso periodo, anche se inferiori se paragonati ai 8,8 miliardi del secondo semestre 2008.

Altro che stabilizzazione finanziaria! Tra la mina vagante delle carte di credito, l'aumento dei fallimenti e della disoccupazione dovremmo aspettarci l'arrivo dell'onda più alta della tempesta perfetta. Invece i responsabili della crisi continuano a usare il trucchetto di nascondere la polvere sotto il tappeto. E là sotto la bolla del mercato azionario continua a gonfiarsi. Non importa se sarà tra uno, tre, sei mesi o un anno. Alla fine esploderà anche questa bolla ma chi l'ha cavalcata questa volta non avrà più neanche il tappeto sotto al quale nascondersi.

Update. Sottotitolo del mio post: "Quello che non vi farà mai sapere la stampa ufficiale". Guardate qui come liquida i risultati di Barclays e HSBC un giornale "autorevole" come il Sole 24 Ore. A tanto siamo ridotti con gli affascinanti "conti migliori delle attese".

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Tuesday, July 28, 2009

Roulette tedesca

Dopo l'arrivo dei soliti risultati al di sopra delle attese con le trimestrali delle sue colleghe a stelle e strisce, tocca a Deutsche Bank iniziare il balletto delle banche europee. Ma non sono rose e fiori.

La più grande banca tedesca presenta sì infatti un utile netto di 1,1 miliardi di euro nel secondo trimestre, al di sopra, non c'era da sbagliarsi, delle previsioni degli analisti, ma purtroppo è costretta ad accantonare per rischi su future perdite la bazzecola di 1 miliardo di euro, il doppio di quanto accantonato nel trimestre precedente e pari a tutto l'accantonato nel 2008.

Il totale include 433 milioni relativi a due controparti, non citate dalla banca, come pure una crescita del 50% di accantonamenti per prestiti a clienti private e corporate, a causa del deteriorarsi della situazione economica e del mercato del credito in Germania e Spagna.

Non si fanno previsioni da parte della banca per il 2009, con il chief executive Josef Ackermann che sforna l'ovvia considerazione che i risultati saranno fortemente influenzati dai progressi nell'economia mondiale.

Ma da dove arrivano allora i profitti? Semplice, come Goldman insegna, dall'attività di trading, cioè quell’attività che, abbiamo già visto, consiste essenzialmente nel fare scommesse sull’andamento degli indici azionari, delle materie prime, dei tassi di interesse, dei cambi e di qualunque cosa su cui sia possibile scommettere. Si sa, il lupo perde il pelo ma non il vizio.

Intanto Deutsche Bank perde il 7.4% in borsa trascinandosi dietro, salvo qualche rara eccezione tutto il settore finanziario europeo, Unicredit in testa, che oggi scende del 4,53%, in attesa di conoscere i suoi risultati al di sopra delle attese.

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Banche in cura dimagrante

Il CEO di Citigroup Vikram Pandit, Bandit per gli amici, ha dichiarato ieri che la banca non si ritirerà dalle attività in Asia anche se la crisi finanziaria ha ridotto il bilancio di Citi di un buon 25%.

"Non abbiamo alcun dubbio che l'Asia rappresenterà una smisurata fetta della crescita mondiale nei prossimi dieci anni e Citi avrà una grande opportunità per espandere la sua presenza", ha affermato il banchiere già salvato dal governo americano, che detiene ora il 34% del colosso creditizio.

Se punta sull'Asia in un lontano futuro ed è difficile prevedere quel che accadrà solo nei prossimi mesi, Citigroup continua la sua cura dimagrante e si disimpegna anche dal tavolo italiano, dove sta pensando di vendere o, in assenza di buone offerte, di chiudere la sua divisione di private banking.

L'operazione, che fa parte di un programma mondiale di ristrutturazione del gruppo da cui ci si attende la dismissione di asset del valore di 650 miliardi di dollari, prevede una diminuzione del personale di 500 unità entro la fine dell'anno, con un taglio dei posti di lavoro che colpirà proprio l'attività del credito al consumo.

Intanto anche Bank of America continua sulla strada del ridimensionamento e del taglio dei costi grazie ai quali vengono fuori le trimestrali che fanno gridare al miracolo i soliti ottimisti di professione. Il suo Chief Executive Kenneth Lewis ha annunciato che la banca chiuderà circa 610 filiali, riducendo del 10% la sua rete, dopo un'espansione da costa a costa durata vent'anni.

Insomma prosegue lo sciopero dei consumatori, i profitti arrivano solamente grazie a drammatici tagli dei costi e continua ad aumentare la disoccupazione. Se volete, non chiamatela depressione.

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Monday, July 27, 2009

Toro seduto

Le vendite di nuove case unifamiliari, dati forniti oggi dal Dipartimento USA del Commercio, sono cresciute in giugno dell'11 per cento rispetto al mese precedente. Anche se, anno su anno, le vendite di nuove case sono diminuite del 21,3% rispetto a Giugno 2008.

Ovviamente questo dato viene presentato come positivo rispetto alle previsioni degli economisti che si aspettavano una crescita inferiore. Ma se il mercato immobiliare si sta riprendendo così alla grande, come si spiega che il prezzo medio delle nuove costruzioni è sceso a 206.202 dollari in Giugno, mentre a Giugno 2008 era di 234.300 (-12%) e a maggio 2009 è stato di 219.000 dollari?

Oggi anche Wall Street sembra cominci a porsi qualche domanda su tutti questi risultati migliori delle attese.

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Casino Royale

Sempre a proposito di bische a cielo aperto e giocatori che vincono grazie a carte truccate, ovvero come Goldman Sachs, la Regina delle banche d'affari, riesce a fare profitti enormi in tempo di crisi attraverso strategie di insider trading ad altissima frequenza. Questo post di Andrea Mazzalai ci spiega il trucco in maniera esemplare. Per chi volesse approfondire l'argomento c'è questo lavoro, rigorosamente in inglese.

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Saturday, July 25, 2009

Così giù che sembra di star sù

L'ho scritto in tutte le salse che Wall Street è diventata una bisca a cielo aperto, dove tra i pochi giocatori che si aggirano tra i tavoli la fanno da padroni quei pochissimi che possono permettersi di rischiare grosso (vedi Goldman Sachs), anche perchè giocano con le fiches pagate dai contribuenti americani e la garanzia che se perdono pagherà Pantalone, truccando il mercato anche con dati manipolati e comunque sempre "migliori di quelli attesi". Ormai c'è poco altro da aggiungere, se non segnalare questi due interessanti contributi (articoli in inglese) di Jeffrey Cooper e di Smita Sadana e offrirvi la mia traduzione libera di quel che ne pensa anche Robert Reich.

Been Down So Long It Seems Like Up To Me (sono stato giù così tanto che ora mi sembra di star sù), il precoce libro del 1966 di un Richard Farina al tramonto della sua vita, definiva i tardi anni '60 come gli anni della controcultura. Al rally del mercato azionario che ha spinto l'indice Dow Jones di nuovo sopra i 9000 punti per la prima volta dall'inizio dell'anno potrebbe essere dato il medesimo titolo e potrebbe essere definito come molto-desiderato per la ripresa finanziaria.

Cosa ha spinto il mercato azionario verso l'alto? Principalmente gli inaspettati risultati positivi delle società nel secondo trimestre. Ma quei profitti non sono stati dovuti ai consumatori che all'improvviso si sono ritrovati con un mucchio di soldi in più nei loro portafogli. I profitti sono venuti da drammatici tagli ai costi -- inclusi, cosa più ragguardevole, i tagli al costo del lavoro. Se un'azienda taglia a sufficienza i suoi costi, può mostrare un profitto anche se le sue vendite sono vicine allo zero.

Qui il problema è duplice. Primo, tali profitti non possono essere mantenuti. C'è un limite ai tagli oltre il quale l'attività scompare. Secondo, quando viene tagliato il costo del lavoro per mostrare dei profitti, il consumatore finisce per avere meno soldi in tasca per comprare i beni che quell'attività produce. Anche se conservano il posto di lavoro, essi probabilmente avranno paura di perderlo, per cui eviteranno ulteriormente gli ipermercati.

La maggior parte delle compagnie che hanno riportato degli utili hanno superato le aspettative degli analisti, ma questo significa solamente che i profitti sono stati meno cattivi di quanto gli analisti temevano. Secondo il responsabile degli investimenti della BNY Mellon Wealth Management se le società che non hanno ancora presentato le trimestrali mostrano i medesimi risultati di quelle che l'hanno già fatto, complessivamente i profitti delle società saranno scesi del 25% rispetto all'anno passato. Questa potrebbe essere una contrazione inferiore rispetto a quella attesa dagli analisti, ma è comunque terribile. L'utile operativo che le società presenti nel listino S&P 500 hanno dichiarato finora è stato quasi il 29% più basso di quello dello scorso anno e l'80% più basso di quello del 2007, secondo Standard and Poors. Ahi.

"Meglio delle attese" è un eufemismo di moda in questi giorni a Wall Street che stà per "Siamo più felici di quanto pensavamo potessimo essere". Ma Wall Street è il leader nel mercato dei festeggiamenti, anche quando non c'è nulla di cui rallegrarsi. Si vuole che gli investitori pensino positivamente, nella presunzione che pensare positivimanete possa essere una profezia auto-realizzantesi: se gli investitori iniziano a mettere più soldi nel mercato, allora il mercato automaticamente crescerà, conducendo più investitori a metterci più soldi -- prima che, è questa la verità, il rally finisca perchè niente di fondamentale è cambiato nell'economia reale.

Guardate sempre all'economia reale, dove disoccupazione e sotto-occupazione stanno salendo. Non è così divertente quanto festeggiare ed investitire proprio ora, ma è di gran lunga più sicuro.

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Wednesday, July 22, 2009

I conti senza l'oste

Oggi andrebbero rilette sotto un'altra luce le dichiarazioni rese ieri da Bernanke nella parte che gli ottimisti ad oltranza hanno ignorato, quella in cui, per intenderci, il presidente della Fed afferma che molte banche sono ancora a rischio.

Dopo diverse trimestrali di cui il mercato, arrampicandosi sugli specchi, ha messo in evidenza solo gli aspetti positivi - positivi rispetto a quanto previsto dagli analisti più pessimisti -, oggi infatti sono arrivati i risultati di Morgan Stanley, passata inopinatamente in rosso in questo secondo trimestre.

La banca ha messo a segno una perdita netta di 1,26 miliardi di dollari, pari a 1,10 dollari ad azione, a fronte dell'utile da 1,06 miliardi, o 61 cent, dello stesso periodo dello scorso anno. La banca d'affari ha anche reso noto di aver registrato oneri per 74 cent ad azione legati ai rimborsi versati al fondo di salvataggio Tarp.

Gli inguaribili ottimisti si rifanno la bocca con la Wells Fargo: la quarta banca Usa per valore degli asset, ha registrato un aumento dell'81% degli utili nel secondo trimestre a al livello record di 3,17 miliardi di dollari (57 cent ad azione). Il risultato è superiore agli attesi 34 centesimi dei soliti pessimisti.

Peccato che sulla testa della Wells penda la spada di Damocle di quei 5,1 miliardi di dollari di capitali freschi che la banca deve raccogliere entro Novembre, grazie alla performance ottenuta negli stress test a cui è stata sottoposta nel mese di Aprile. Tanto che addirittura il Wall Street Journal (per gli abbonati) è costretto ad ammettere che c'è un buco nel portafoglio della banca e il rischio è che il buco si allarghi mentre i profitti si riducono, visto che deve anche restituire i 25 miliardi ricevuti dal governo.

E dove ha previsto di raccogliere tutti questi soldi la Wells Fargo? Dal mercato dei mutui, che sembra diventata la sua principale attività dopo l'acquisizione della Wachovia. Purtroppo, chiosa il WSJ, i tassi sui mutui e la disoccupazione sono in crescita e non si vede all'orizzonte un'altra fonte di profitti, finchè il mercato immobiliare è fermo.

Già la solita storia, tutti prevedono una ripresa entro l'anno, quando invece i dati fondamentali - il mercato immobiliare, la disoccupazione e la domanda aggregata - peggiorano. Ma tanto abbiamo capito come funziona: finchè c'è musica si balla! Anche al tempo di una marcia funebre.

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Bernanke nel cestino

Beh, oggi avevo scritto un articolo, ma poi mi sono accorto che le mie stesse considerazioni le ha svolte meglio di me Marco Sarli nel suo pezzo quotidiano, di cui condivido anche le virgole.

Non mi rimane che anticipare la chiusura estiva del blog o invitare Marco a prendersi delle meritatissime ferie.

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Monday, July 20, 2009

Tiramisù

Ovvero cosa succede quando le si provano proprio tutte per tirare sù un mercato tenuto artificialmente in vita manipolando dati e scorgendo germogli verdi anche tra le erbacce già bruciate dal sole infuocato di questa caldissima estate.

Giovedì scorso, nonostante il solito dato macroeconomico meno peggiore dello zero virgola zero rispetto a quanto previsto dal più pessimista degli analisti, le borse sino ad un'ora dalla chiusura erano in territorio negativo. Ecco allora i media accorrere in soccorso con una notizia che ha l'effetto di rianimare il moribondo: Nouriel Roubini, l’economista americano che per primo previde la crisi finanziaria e che è sempre stato scettico sulle possibilità di un superamento rapido della recessione, a quanto pare comincerebbe a vedere rosa.

A Roubini con un abile montaggio viene fatto dire in un'intervista apparsa sulla CNBC: «Credo di poter dire che abbiamo passato il momento peggiore, o per lo meno che siamo molto vicini all’inversione di tendenza. Sia in termini economici che finanziari le condizioni possono volgere al miglioramento, anche se la recessione continuerà fino alla fine dell’anno». Tutto rigorosamente virgolettato e ripreso anche da Bloomberg che sottolinea come le dichiarazioni di Roubini hanno contribuito a infondere ottimismo negli analisti e nel mercato, spingendo Wall Street al rialzo.

Peccato che non fosse vero niente, o meglio quelle frasi erano state estrapolate da un contesto dando loro un diverso significato. Tanto è vero che è dovuto intervenire Nouriel Roubini in persona con un comunicato stampa che ha rimesso le cose a posto e tutti i puntini sulle i.

Naturalmente le autorità di borsa si guardano bene dall'intervenire e dall'andare a vedere cosa stia succedendo in un mercato ormai ridotto a una bisca a cielo aperto e facilmente manipolabile dati i bassi volumi di scambio. Anche attraverso l'informazione, distorcendo dati e notizie come sta avvenendo per i risultati delle trimestrali o semplicemente ignorandoli come ad esempio il collasso delle esportazioni nei primi sette paesi industrializzati del mondo.

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Monday, July 13, 2009

Rimbalzi e correzioni

Dedico questo grafico a quelli che ancora vedono tori, la ripresa delle borse, rimbalzi e correzioni. E' l'andamento dell'indice Dow Jones nelle ultime quattro settimane.

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Friday, July 10, 2009

Stimoli e panico da inflazione

Si prepara un'aspra battaglia tra gli economisti (molti) contrari al secondo piano di stimoli fiscali preannunciato dall'amministrazione Obama e i favorevoli (pochi) ad ulteriori stimoli all'economia. Tra questi ultimi non è un mistero che il premio Nobel Paul Krugman a suo tempo aveva detto che i 700 miliardi di dollari dello stimulus bill erano pochi ed arrivavano tardi per scongiurare una recessione che acquista sempre più le forme e le caratteristiche della lost decade giapponese.

Secondo i primi, preoccupati per la crescita del debito pubblico e una ripresa dell'inflazione, bisognerebbe aspettare ancora che il piano di aiuti già varato dispieghi completamente i suoi effetti e danno per scontato che il tasso di disoccupazione si fermerà nel giugno del 2010 al 10% per poi scendere al 9.5% entro la fine dell'anno.

Per i secondi, Krugman in testa, è illusorio pensare che il tasso di disoccupazione non sfondi già dai prossimi mesi il 10% in quanto gli stimoli fiscali dispiegano il loro effetto su un lasso più lungo di tempo e il rischio è che la situazione si avviti nella spirale disoccupazione - calo dei consumi e della produzione - disoccupazione andando fuori controllo e aggravando la recessione. Per Krugman il rischio è la deflazione e non l'inflazione. Siamo nella trappola della liquidità.

Nel frattempo, polemizzando con chi vede segnali d'inflazione in ogni dato e grida "al lupo al lupo", il nostro premio Nobel affila le armi e controbatte colpo su colpo. In questo caso a chi ha visto nel rialzo dei tassi a lungo termine di qualche settimana fa un'aspettativa dell'allargamento del deficit pubblico e dell'inflazione.

Over the course of the spring there was a substantial rise in long-term interest rates; it was fed partly by talk of green shoots, but also, I suspect, by all the yelling about deficits and inflation. And, of course, the rise in rates was itself taken as evidence that inflation fears etc. were justified.

But the panic seems to be subsiding. Rates are still well above their post-Lehman lows, when credit markets were completely frozen and everyone was piling into govt. debt. But they’re low by historical standards, and not giving much ammunition to the worriers these days.

Sì, nel corso della primavera c'è stata una consistente crescita del tasso d'interesse a lungo termine; in parte dovuta ai discorsi della Fed sui germogli verdi, ma anche, sospetta Krugman, agli allarmi sul debito e l'inflazione. E naturalmente l'aumento dei tassi è stato visto di per se stesso come una prova che la paura dell'inflazione era giustificata.

Ma il panico sembra scemare. I tassi sono ben al di sopra dei minimi toccati dopo il fallimento Lehman, quando il mercato del credito rimase completamente congelato e tutti accumulavano denaro pubblico. Tuttavia (i tassi) rimangono al di sotto degli standard storici e in questi giorni non forniscono molte munizioni ai "preoccupatori" di professione.



Update. Stamattina devo aver azzeccato l'argomento perchè vedo che lo stesso Krugman interviene sul fatto che la maggior parte degli analisti economici che fanno previsioni sono contrari a nuovi stimoli. La ragione, secondo Krugman non è che questi economisti vedono una ripresa dell'economia, anzi descrivono una situazione desolante. Non dicono che tutto è OK, non dicono che non sarebbero necessari altri stimoli, dicono solamente che a loro non piacciono gli stimoli. Non c'è da sorprendersi, secondo Krugman: sono economisti che si occupano di affari e in genere anche conservatori.

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Thursday, July 02, 2009

No, il peggio deve ancora arrivare

Annunciati ieri dai dati del declino dell'occupazione nel settore privato sono arrivati oggi quelli dell'occupazione forniti dall'Agenzia federale del lavoro, che hanno gettato nello sconforto coloro che vedono germogli verdi dappertutto e ovviamente le borse.

Le nuove richieste di sussidi di disoccupazione sono calate a 614mila unità negli Stati Uniti, ma meno delle attese che vedevano una discesa a 605mila unità.

Cattive notizie anche dal rapporto sul mercato del lavoro di giugno, con un tasso di disoccupazione, che pur non essendosi spinto al 9,6% messo in conto dagli operatori finanziari, è arrivato al 9,5%, il livello più alto degli ultimi 25 anni.

Ancor più deludente l'indicazione di nuovi posti di lavoro, visto che il mese scorso ne sono stati persi 467mila, ben oltre i 375mila previsti dagli analisti. Un dato che segnala un peggioramento rispetto alla lettura di maggio, rivista al rialzo da -345mila a -322mila unità.

L'economia a stelle e strisce ha perso finora 6 milioni e mezzo di posti di lavoro da quando è partita la recessione, nel dicembre del 2007. Particolarmente colpiti il settore manifatturiero, quello dei servizi professionali e delle costruzioni.

Notizie che fanno il paio con quelle di ieri sul settore immobiliare che vede una lieve crescita delle vendite di case esistenti (ma sappiamo già che un'ampia percentuale è rappresentata da vendite all'asta spesso a prezzi irrisori), accompagnata dalla mancata ripresa nelle vendite delle nuove che, a sua volta, spiega bene l’ennesimo calo dello 0,9 per cento della spesa per costruzioni e il vero e proprio crollo delle richieste di mutui di rifinanziamento, scesi del 30 per cento.

Un mixer di informazioni che confermano che la strada verso la ripresa economica è ancora lunga e il peggio deve ancora arrivare. Non ci sarà ripresa a livello mondiale senza ripresa del mercato immobiliare americano e fintantochè la disoccupazione continuerà a crescere. Hanno una bella faccia tosta i nostri governanti a ripetere la formula esorcistica "il peggio è alle nostre spalle" e a minacciare l'informazione rea di deprimere i consumatori dicendo loro la verità.

A ricordarcelo nel giorno in cui l'Istat pubblica i disastrosi dati dei nostri conti pubblici, è anche l'Economist che dedica un articolo all'Italia in cui si evidenzia che l'insistenza con cui Berlusconi continua a proclamare che nel nostro Paese la recessione non sarà né così severa né così prolungata come in qualunque altro paese, potrebbe rivelarsi un boomerang.

Berlusconi - scrive l'Economist - si trova ad affrontare molti scandali in casa, ma il più grande è il suo rifiuto di accettare la portata delle difficoltà economiche dell'Italia che evidenzia la contraddizione tra le affermazioni del premier e la realtà economica. Se il piano è di compensare la perdita di esportazioni fregando i consumatori italiani facendoli spendere di più, è un piano rischioso, sia per il governo che per il Paese, afferma l'Economist, puntualizzando che Berlusconi "ha già un problema di credibilità in casa riguardo la propria vita privata".

La nozione che l'Italia, che ha alle spalle 20 anni di "under performance", eviterà l'intero impatto della recessione è fantasiosa. Inoltre insistendo che non c'è nulla che non va - conclude il settimanale economico - Berlusconi e Tremonti si stanno anche lasciando scappare l'opportunità di cominciare quelle riforme che non solo farebbero correre la ripresa dell'economia, ma migliorerebbero realmente la produttività dell'Italia e le finanze pubbliche.

Parole equilibrate che in un paese normale dovrebbero far riflettere ma che in una nazione trasformata in un immenso Bagaglino a cielo aperto dove un banchiere le cui capacità sono universalmente riconosciute viene bollato come un pericoloso disfattista e qualsiasi voce fuori dal coro viene iscritta d'ufficio a qualche quotidiano complotto della sinistra, tra balletti di veline ed escort, incapperanno sicuramente nell'anatema del capocomico e liquidate come spazzatura comunista.

Scriveva Nassim Nicholas Taleb in un recente articolo (vedi etichette) che a gente che guida bendata un autobus scolastico e l'ha fracassato non dovrebbe mai essere dato un nuovo autobus. Noi non solo gliene abbiamo dato un altro ma ad ogni incidente lo premiamo aggiungendo punti alla patente. Come potremo mai evitare la catastrofe?

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