Friday, July 31, 2009

Quando i dati sul Pil diventano un'opinione

Il Dipartimento del Commercio Usa ha reso noto che nei tre mesi da aprile a giugno l'economia a stelle e strisce si è contratta dell'1%, flessione meno marcata rispetto al -1,5% stimato in media dal mercato. Rullano i tamburi degli inguaribili ottimisti: la recessione è agli sgoccioli, strillano! Tuttavia, come sottolinea Beatotrader nel suo blog

- Il PIL del 1° trimestre è stato rivisto al ribasso da -5,5% a -6,4% con un peggioramento di -0,9%
- Il PIL del 2° trimestre batte le attese degli analisti che vedevano una discesa a -1,5%: la discesa è "solo" dell'1%. Le attese sono state battute dello 0,5%...ma quel -1% viene calcolato sul primo trimestre che è stato rivisto al ribasso dello 0,9%....Se la matematica non è un'opinione, traetene voi le conclusioni...

A ingarbugliare ancor più i dati e le analisi ci si mette anche lo stesso Dipartimento del commercio americano che, attraverso la BEA (Bureau of Economic Analysis), ha rivisto tutta la serie dei dati statistici riguardanti il Pil degli ultimi 80 anni, dal 1929 al 2009, dando luogo a sorprendenti risultati, come ci spiega Crossing Wall Street con dovizia di grafici.

Ad esempio il primo trimestre del 2008 prima considerato positivo con un +0.87%, ora diventa un meno 0.73%. La crescita del secondo trimestre del 2008 ora è stata tagliata quasi della metà e la contrazione nel terzo trimestre dello stesso anno è stato cinque volte peggiore di quanto a suo tempo si era pensato. Chiaro che questi nuovi dati dovrebbero determinare una diversa rilettura anche degli ultimi risultati e della crisi stessa. Ma tanto, che importa? Non siamo forse già usciti dalla Grande Recessione?

Thursday, July 30, 2009

Don Emilio balla il samba

Il Santander, che viene tuttora considerato come uno dei gruppi bancari più solidi del mondo, dopo aver concluso indenne la scalata di Abn Amro, che vedeva in cordata anche Fortis e Royal Bank of Scotland, affondate poi nella tempesta perfetta, oggi sembra cominciare a perdere colpi, tanto che il suo presidente-padrone, Don Emilio Botin, mette in vendita il 15% dei suoi più preziosi gioielli di famiglia, quelli brasiliani.

L'unico vincitore di quella scalata fu il Santander che riuscì con una spesa di 15.6 miliardi dollari ad acquisire l'asset brasiliano di Abn Amro, il Banco Real, e a creare il più grande gruppo bancario in America latina, del valore di 30 miliardi di dollari, fondendolo con Banespa, sua sussidaria sudamericana. Oggi Santander opera in una posizione quasi di monopolio in molti paesi del sud America e fa specie che proprio ora Don Emilio metta in vendita il 15% dei suoi asset, perdendo il completo controllo sul 100% e spalancando la porta di casa alla concorrenza.

Molti commentatori presentano positivamente l'operazione che porterebbe nelle casse di Santander circa 4,5 miliardi di dollari che potrebbero poi permettere a Don Emilio di fare shopping in Sud America. Ma, come fa notare Felix Salmon, Santander ha già un monopolio in Cile, una posizione dominante in Argentina, Uruguay, Venezuela e Brasile, e non ha reali possibilità di quadagnare una quota di mercato in Messico dove i primi due player del paese sono saldamente posizionati. C'è qualche banca andina alla quale Botin potrebbe essere interessato? Forse, ma niente che potrebbe avvicinarsi al valore rappresentato da quel 15%.

One can only conclude that Santander needs this money to shore up its own capital base, and that it’s being done more out of desperation than out of any kind of strategic vision. And if Santander — one of the world’s strongest banks — is desperate for capital, one can only imagine what kind of state our weaker banks are in.

Come non essere d'accordo? Non si può che concludere che Santander ha bisogno di questi soldi per puntellare il proprio capitale di garanzia e che viene fatto più per disperazione che per qualsiasi altro tipo di logica strategica. E se Santander, una delle più solide banche al mondo, è in cerca disperata di capitali, possiamo immaginare in quale stato siano le altre banche.

Passaggio a Nord-Ovest

Secondo un recentissimo sondaggio del Wall Street Journal solo il 36% degli americani ritiene che Obama ed il Congresso dovrebbero preoccuparsi di rilanciare l'economia da subito anche se questo significasse un maggior debito pubblico, mentre il 59% pensa che dovrebbero puntare a mantenere sotto controllo il deficit anche se questo può voler dire ritardare la ripresa.

Senonchè ad una precedente domanda, il 38% degli intervistati aveva dichiarato che le priorità assolute del governo dovrebbero essere la creazione di posti di lavoro e la crescita dell'economia, mentre solo il 17% aveva indicato in cima alle priorità il controllo del deficit e della spesa statale.

Evidentemente gli americani ritengono che ci sia un modo per rilanciare l'economia e creare posti di lavoro senza che il governo tiri fuori un solo dollaro, ovvero come avere la botte piena e la moglie ubriaca. Purtroppo il sondaggio del Wall Street Journal non ci rivela come i pionieri americani pensano di raggiungere il nuovo Eldorado.

Tuesday, July 28, 2009

Roulette tedesca

Dopo l'arrivo dei soliti risultati al di sopra delle attese con le trimestrali delle sue colleghe a stelle e strisce, tocca a Deutsche Bank iniziare il balletto delle banche europee. Ma non sono rose e fiori.

La più grande banca tedesca presenta sì infatti un utile netto di 1,1 miliardi di euro nel secondo trimestre, al di sopra, non c'era da sbagliarsi, delle previsioni degli analisti, ma purtroppo è costretta ad accantonare per rischi su future perdite la bazzecola di 1 miliardo di euro, il doppio di quanto accantonato nel trimestre precedente e pari a tutto l'accantonato nel 2008.

Il totale include 433 milioni relativi a due controparti, non citate dalla banca, come pure una crescita del 50% di accantonamenti per prestiti a clienti private e corporate, a causa del deteriorarsi della situazione economica e del mercato del credito in Germania e Spagna.

Non si fanno previsioni da parte della banca per il 2009, con il chief executive Josef Ackermann che sforna l'ovvia considerazione che i risultati saranno fortemente influenzati dai progressi nell'economia mondiale.

Ma da dove arrivano allora i profitti? Semplice, come Goldman insegna, dall'attività di trading, cioè quell’attività che, abbiamo già visto, consiste essenzialmente nel fare scommesse sull’andamento degli indici azionari, delle materie prime, dei tassi di interesse, dei cambi e di qualunque cosa su cui sia possibile scommettere. Si sa, il lupo perde il pelo ma non il vizio.

Intanto Deutsche Bank perde il 7.4% in borsa trascinandosi dietro, salvo qualche rara eccezione tutto il settore finanziario europeo, Unicredit in testa, che oggi scende del 4,53%, in attesa di conoscere i suoi risultati al di sopra delle attese.

Banche in cura dimagrante

Il CEO di Citigroup Vikram Pandit, Bandit per gli amici, ha dichiarato ieri che la banca non si ritirerà dalle attività in Asia anche se la crisi finanziaria ha ridotto il bilancio di Citi di un buon 25%.

"Non abbiamo alcun dubbio che l'Asia rappresenterà una smisurata fetta della crescita mondiale nei prossimi dieci anni e Citi avrà una grande opportunità per espandere la sua presenza", ha affermato il banchiere già salvato dal governo americano, che detiene ora il 34% del colosso creditizio.

Se punta sull'Asia in un lontano futuro ed è difficile prevedere quel che accadrà solo nei prossimi mesi, Citigroup continua la sua cura dimagrante e si disimpegna anche dal tavolo italiano, dove sta pensando di vendere o, in assenza di buone offerte, di chiudere la sua divisione di private banking.

L'operazione, che fa parte di un programma mondiale di ristrutturazione del gruppo da cui ci si attende la dismissione di asset del valore di 650 miliardi di dollari, prevede una diminuzione del personale di 500 unità entro la fine dell'anno, con un taglio dei posti di lavoro che colpirà proprio l'attività del credito al consumo.

Intanto anche Bank of America continua sulla strada del ridimensionamento e del taglio dei costi grazie ai quali vengono fuori le trimestrali che fanno gridare al miracolo i soliti ottimisti di professione. Il suo Chief Executive Kenneth Lewis ha annunciato che la banca chiuderà circa 610 filiali, riducendo del 10% la sua rete, dopo un'espansione da costa a costa durata vent'anni.

Insomma prosegue lo sciopero dei consumatori, i profitti arrivano solamente grazie a drammatici tagli dei costi e continua ad aumentare la disoccupazione. Se volete, non chiamatela depressione.

Monday, July 27, 2009

Toro seduto

Le vendite di nuove case unifamiliari, dati forniti oggi dal Dipartimento USA del Commercio, sono cresciute in giugno dell'11 per cento rispetto al mese precedente. Anche se, anno su anno, le vendite di nuove case sono diminuite del 21,3% rispetto a Giugno 2008.

Ovviamente questo dato viene presentato come positivo rispetto alle previsioni degli economisti che si aspettavano una crescita inferiore. Ma se il mercato immobiliare si sta riprendendo così alla grande, come si spiega che il prezzo medio delle nuove costruzioni è sceso a 206.202 dollari in Giugno, mentre a Giugno 2008 era di 234.300 (-12%) e a maggio 2009 è stato di 219.000 dollari?

Oggi anche Wall Street sembra cominci a porsi qualche domanda su tutti questi risultati migliori delle attese.

Casino Royale

Sempre a proposito di bische a cielo aperto e giocatori che vincono grazie a carte truccate, ovvero come Goldman Sachs, la Regina delle banche d'affari, riesce a fare profitti enormi in tempo di crisi attraverso strategie di insider trading ad altissima frequenza. Questo post di Andrea Mazzalai ci spiega il trucco in maniera esemplare. Per chi volesse approfondire l'argomento c'è questo lavoro, rigorosamente in inglese.

Saturday, July 25, 2009

Ritorno al Passato

Second-quarter earnings so far better than expected. Già, i profitti del secondo trimestre sono di gran lunga migliori di quelli attesi. E il mercato ha aperto con consistenti ordini di acquisto per i principali titoli industriali. Nelle prime contrattazioni molti dei principali titoli hanno raggiunto il punto più alto dell'ultima settimana. Gli acquisti si sono estesi al resto dei titoli industriali nella tarda mattinata; il movimento al rialzo è proseguito per quasi tutto il giorno. Forti i titoli auto, in particolare GM.....e così via.

Un report dalla Borsa di New York di questi giorni? Indovinato, è un report del Wall Street Journal del 24 luglio, ma di 79 anni fa, del 24 luglio del 1930 per la precisione. Non vi dice niente questa data?

Thanks to News from 1930

Così giù che sembra di star sù

L'ho scritto in tutte le salse che Wall Street è diventata una bisca a cielo aperto, dove tra i pochi giocatori che si aggirano tra i tavoli la fanno da padroni quei pochissimi che possono permettersi di rischiare grosso (vedi Goldman Sachs), anche perchè giocano con le fiches pagate dai contribuenti americani e la garanzia che se perdono pagherà Pantalone, truccando il mercato anche con dati manipolati e comunque sempre "migliori di quelli attesi". Ormai c'è poco altro da aggiungere, se non segnalare questi due interessanti contributi (articoli in inglese) di Jeffrey Cooper e di Smita Sadana e offrirvi la mia traduzione libera di quel che ne pensa anche Robert Reich.

Been Down So Long It Seems Like Up To Me (sono stato giù così tanto che ora mi sembra di star sù), il precoce libro del 1966 di un Richard Farina al tramonto della sua vita, definiva i tardi anni '60 come gli anni della controcultura. Al rally del mercato azionario che ha spinto l'indice Dow Jones di nuovo sopra i 9000 punti per la prima volta dall'inizio dell'anno potrebbe essere dato il medesimo titolo e potrebbe essere definito come molto-desiderato per la ripresa finanziaria.

Cosa ha spinto il mercato azionario verso l'alto? Principalmente gli inaspettati risultati positivi delle società nel secondo trimestre. Ma quei profitti non sono stati dovuti ai consumatori che all'improvviso si sono ritrovati con un mucchio di soldi in più nei loro portafogli. I profitti sono venuti da drammatici tagli ai costi -- inclusi, cosa più ragguardevole, i tagli al costo del lavoro. Se un'azienda taglia a sufficienza i suoi costi, può mostrare un profitto anche se le sue vendite sono vicine allo zero.

Qui il problema è duplice. Primo, tali profitti non possono essere mantenuti. C'è un limite ai tagli oltre il quale l'attività scompare. Secondo, quando viene tagliato il costo del lavoro per mostrare dei profitti, il consumatore finisce per avere meno soldi in tasca per comprare i beni che quell'attività produce. Anche se conservano il posto di lavoro, essi probabilmente avranno paura di perderlo, per cui eviteranno ulteriormente gli ipermercati.

La maggior parte delle compagnie che hanno riportato degli utili hanno superato le aspettative degli analisti, ma questo significa solamente che i profitti sono stati meno cattivi di quanto gli analisti temevano. Secondo il responsabile degli investimenti della BNY Mellon Wealth Management se le società che non hanno ancora presentato le trimestrali mostrano i medesimi risultati di quelle che l'hanno già fatto, complessivamente i profitti delle società saranno scesi del 25% rispetto all'anno passato. Questa potrebbe essere una contrazione inferiore rispetto a quella attesa dagli analisti, ma è comunque terribile. L'utile operativo che le società presenti nel listino S&P 500 hanno dichiarato finora è stato quasi il 29% più basso di quello dello scorso anno e l'80% più basso di quello del 2007, secondo Standard and Poors. Ahi.

"Meglio delle attese" è un eufemismo di moda in questi giorni a Wall Street che stà per "Siamo più felici di quanto pensavamo potessimo essere". Ma Wall Street è il leader nel mercato dei festeggiamenti, anche quando non c'è nulla di cui rallegrarsi. Si vuole che gli investitori pensino positivamente, nella presunzione che pensare positivimanete possa essere una profezia auto-realizzantesi: se gli investitori iniziano a mettere più soldi nel mercato, allora il mercato automaticamente crescerà, conducendo più investitori a metterci più soldi -- prima che, è questa la verità, il rally finisca perchè niente di fondamentale è cambiato nell'economia reale.

Guardate sempre all'economia reale, dove disoccupazione e sotto-occupazione stanno salendo. Non è così divertente quanto festeggiare ed investitire proprio ora, ma è di gran lunga più sicuro.

Wednesday, July 22, 2009

I conti senza l'oste

Oggi andrebbero rilette sotto un'altra luce le dichiarazioni rese ieri da Bernanke nella parte che gli ottimisti ad oltranza hanno ignorato, quella in cui, per intenderci, il presidente della Fed afferma che molte banche sono ancora a rischio.

Dopo diverse trimestrali di cui il mercato, arrampicandosi sugli specchi, ha messo in evidenza solo gli aspetti positivi - positivi rispetto a quanto previsto dagli analisti più pessimisti -, oggi infatti sono arrivati i risultati di Morgan Stanley, passata inopinatamente in rosso in questo secondo trimestre.

La banca ha messo a segno una perdita netta di 1,26 miliardi di dollari, pari a 1,10 dollari ad azione, a fronte dell'utile da 1,06 miliardi, o 61 cent, dello stesso periodo dello scorso anno. La banca d'affari ha anche reso noto di aver registrato oneri per 74 cent ad azione legati ai rimborsi versati al fondo di salvataggio Tarp.

Gli inguaribili ottimisti si rifanno la bocca con la Wells Fargo: la quarta banca Usa per valore degli asset, ha registrato un aumento dell'81% degli utili nel secondo trimestre a al livello record di 3,17 miliardi di dollari (57 cent ad azione). Il risultato è superiore agli attesi 34 centesimi dei soliti pessimisti.

Peccato che sulla testa della Wells penda la spada di Damocle di quei 5,1 miliardi di dollari di capitali freschi che la banca deve raccogliere entro Novembre, grazie alla performance ottenuta negli stress test a cui è stata sottoposta nel mese di Aprile. Tanto che addirittura il Wall Street Journal (per gli abbonati) è costretto ad ammettere che c'è un buco nel portafoglio della banca e il rischio è che il buco si allarghi mentre i profitti si riducono, visto che deve anche restituire i 25 miliardi ricevuti dal governo.

E dove ha previsto di raccogliere tutti questi soldi la Wells Fargo? Dal mercato dei mutui, che sembra diventata la sua principale attività dopo l'acquisizione della Wachovia. Purtroppo, chiosa il WSJ, i tassi sui mutui e la disoccupazione sono in crescita e non si vede all'orizzonte un'altra fonte di profitti, finchè il mercato immobiliare è fermo.

Già la solita storia, tutti prevedono una ripresa entro l'anno, quando invece i dati fondamentali - il mercato immobiliare, la disoccupazione e la domanda aggregata - peggiorano. Ma tanto abbiamo capito come funziona: finchè c'è musica si balla! Anche al tempo di una marcia funebre.

Bernanke nel cestino

Beh, oggi avevo scritto un articolo, ma poi mi sono accorto che le mie stesse considerazioni le ha svolte meglio di me Marco Sarli nel suo pezzo quotidiano, di cui condivido anche le virgole.

Non mi rimane che anticipare la chiusura estiva del blog o invitare Marco a prendersi delle meritatissime ferie.

Monday, July 20, 2009

Tiramisù

Ovvero cosa succede quando le si provano proprio tutte per tirare sù un mercato tenuto artificialmente in vita manipolando dati e scorgendo germogli verdi anche tra le erbacce già bruciate dal sole infuocato di questa caldissima estate.

Giovedì scorso, nonostante il solito dato macroeconomico meno peggiore dello zero virgola zero rispetto a quanto previsto dal più pessimista degli analisti, le borse sino ad un'ora dalla chiusura erano in territorio negativo. Ecco allora i media accorrere in soccorso con una notizia che ha l'effetto di rianimare il moribondo: Nouriel Roubini, l’economista americano che per primo previde la crisi finanziaria e che è sempre stato scettico sulle possibilità di un superamento rapido della recessione, a quanto pare comincerebbe a vedere rosa.

A Roubini con un abile montaggio viene fatto dire in un'intervista apparsa sulla CNBC: «Credo di poter dire che abbiamo passato il momento peggiore, o per lo meno che siamo molto vicini all’inversione di tendenza. Sia in termini economici che finanziari le condizioni possono volgere al miglioramento, anche se la recessione continuerà fino alla fine dell’anno». Tutto rigorosamente virgolettato e ripreso anche da Bloomberg che sottolinea come le dichiarazioni di Roubini hanno contribuito a infondere ottimismo negli analisti e nel mercato, spingendo Wall Street al rialzo.

Peccato che non fosse vero niente, o meglio quelle frasi erano state estrapolate da un contesto dando loro un diverso significato. Tanto è vero che è dovuto intervenire Nouriel Roubini in persona con un comunicato stampa che ha rimesso le cose a posto e tutti i puntini sulle i.

Naturalmente le autorità di borsa si guardano bene dall'intervenire e dall'andare a vedere cosa stia succedendo in un mercato ormai ridotto a una bisca a cielo aperto e facilmente manipolabile dati i bassi volumi di scambio. Anche attraverso l'informazione, distorcendo dati e notizie come sta avvenendo per i risultati delle trimestrali o semplicemente ignorandoli come ad esempio il collasso delle esportazioni nei primi sette paesi industrializzati del mondo.

Saturday, July 18, 2009

Attenti ai rimbalzi

Quel mattacchione di Paul Krugman ci ricorda che i davvero terribili dati di inizio anno avevano molto a che fare con le scorte di magazzino: gli imprenditori hanno deciso di avere troppe merci nei magazzini e perciò hanno tagliato la produzione ben al di sotto delle vendite finali.

Correlativamente, i germogli verdi che abbiamo visto sono dovuti a una rilevante conseguenza della fine di questo processo di destoccaggio. Il punto è, si chiede Krugman, quant'è cambiata la sopra esposta situazione? Stiamo vedendo oggi qualcosa di più di quel rimbalzo dovuto alla ricostituzione delle scorte di magazzino che la maggior parte di noi si aspettava, per l'appunto, dopo tre o quattro mesi?

Jan Hatzious, economista di punta della Goldman Sachs, è scettico. Le ultimissime notizie che ci fornisce suggeriscono che la domanda finale non sta andando da nessuna parte: tutte le linee del grafico si muovono da inizio anno lateralmente e non mostrano una ripresa ma una recessione a forma di L.

Friday, July 17, 2009

Banche di sabbia o castelli di carte?

Dopo i "ricchi" risultati trimestrali di Goldman Sachs e JPMorgan arrivano quelli meno brillanti, ma meno del previsto, di Citigroup e Bank of America. Anche qui il trucco c'è e si vede, sebbene gli analisti e le borse facciano finta di non vederlo.

Citigroup ha conseguito un risultato netto di 4,3 miliardi di dollari, in deciso recupero rispetto alla perdita netta di 2,5 miliardi dello stesso periodo dello scorso anno. Ma la banca è riuscita a realizzare una simile performance grazie ad un'entrata straordinaria di 6,7 miliardi di dollari derivante dalla vendita della divisione Smith Barney a Morgan Stanley. Se i numeri non sono un'opinione, Citigroup, senza questa cessione avrebbe riportato esattamente la stessa perdita dello scorso anno.

Invece gli utili netti di Bank of America nel secondo trimestre, calcolati tenendo conto dei dividendi pagati al governo Usa per i suoi prestiti, calano del 5,9% a 3,2 miliardi di euro (33 cent ad azione). Il risultato è superiore ai 28 cent attesi dagli analisti. Ma anche in questo caso non è tutta farina del suo sacco dato che la crescita del fatturato deriva dalla fusione con Merril Lynch.

Per i risultati di Goldman Sachs e JPMorgan vi rimando ai recenti post di Marco Sarli, che, tra l'altro ci ricorda che

...la maggior parte degli utili vengono dalla cosiddetta attività di trading, quell’attività che consiste essenzialmente nel fare scommesse sull’andamento degli indici azionari, delle materie prime, dei tassi di interesse, dei cambi e di qualunque cosa sia valutabile...


Insomma, come prima, più di prima, si continua a giocare in un mondo di carta, come se nulla fosse mai successo, in attesa del prossimo crash. O, per dirla alla Robert Reich, i due giganti troppo grandi per fallire, rimasti gli unici padroni del Casinò, giocano a poker con le fiches fornite dai contribuenti americani e stabilendo in proprio le regole del gioco.

Monday, July 13, 2009

Rimbalzi e correzioni

Dedico questo grafico a quelli che ancora vedono tori, la ripresa delle borse, rimbalzi e correzioni. E' l'andamento dell'indice Dow Jones nelle ultime quattro settimane.

Lamberto Cuor di leone

Il presidente della Consob, Lamberto Cardia, nella sua relazione annuale, veste i panni del moralizzatore: ha reclamato maggiore trasparenza e correttezza in tutti i settori finanziari, ha stigmatizzato le società calcistiche (un errore la quotazione) e ha lanciato l'allarme per le piccole e medie imprese strangolate dalle restrizioni del credito.

C'è da chiedersi, dove si fosse nascosto, il fustigatore, nelle scorse settimane - se non vogliamo tornare indietro a casi più antichi e clamorosi -, quando sono stati manipolati, con la complicità della Consob, i corsi di borsa in occasione dell'aumento di capitale di SEAT, Pirelli RE e Tiscali, a danno degli azionisti di minoranza e del parco buoi.

Le grida poi sul credit crunch che starebbe affossando la piccola impresa hanno un qualcosa di surreale. Ma in questo Cardia è in buona compagnia: il tiro al banchiere sembra diventato lo sport nazionale in cui si cimentano tutti, dal governo alla Marcegaglia.

Per una volta fatemi però spezzare una lancia a difesa dei banditi che, alle prese con un incremento esponenziale di incagli e sofferenze che fanno traballare i loro bilanci, non allentano i cordoni della borsa. Come pretendere che tirino fuori i soldi senza garanzie con questi chiari di luna?

Diciamola tutta. Le banche avranno le loro colpe e saranno pure arretrate, ma il governo quali politiche ha messo in campo per stimolare la ripresa e cosa ha messo in concreto a sostegno delle piccole e medie imprese? Nulla. La realtà è che si cercano sempre alibi e capri espiatori dietro i quali nascondersi: e ora chi meglio delle banche può prestarsi a vestire i panni del colpevole?

(Grafico tratto dall'edizione cartacea di Repubblica del 10-07-2009)

Sunday, July 12, 2009

Questione morale: due pesi e due misure

Secondo il senatore Ignazio Marino, candidato alle primarie del Pd, l'arresto di Luigi Bianchini, già coordinatore di un circolo del Pd di Roma e accusato di essere l'autore di diversi stupri nella capitale, riporta all'attenzione il tema della questione morale. E solleva pesanti obiezioni sui criteri di selezione dei dirigenti locali. Parole, le sue, che non piacciono a Dario Franceschini e alla dirigenza del partito: "Da segretario ho il dovere di respingerle - dice il leader dei democratici - offende migliaia di iscritti". E Bersani: "Cose del genere non le pensa di noi nemmeno il nostro peggiore avversario".

Forse a qualche anima candida verrà spontaneo chiedersi come abbia fatto il nuovo Girolimoni ad arrivare a coordinare un circolo senza nemmeno sapere chi fosse, che cosa avesse fatto nella vita, se davvero fosse in grado di guidare un circolo, anche dal punto di vista morale, visto che era stato già arrestato e condannato anni fa per un tentato stupro. Eppure perchè scandalizzarsi tanto se è vero che un pluri inquisito per reati di corruzione, sospettato di pedofilia, frequentatore e anfitrione di festini a base di prostitute, ricopre, impunito, addirittura una delle più alte cariche dello Stato?

Saturday, July 11, 2009

La ripresa che non verrà

Robert Reich, economista della University of California a Berkeley, già Ministro del Lavoro durante il primo mandato Clinton, non vede una ripresa all'orizzonte nè crede che potremo mai tornare ai precedenti livelli di benessere. Occorre una nuova economia per uscire dalla crisi.

I cosiddetti "germogli verdi" della ripresa si stanno incenerendo al cocente sole dell'estate. Di fatto tutto il dibattito sul quando e come inizierà una ripresa è mal formulata. Da una parte ci sono i sostenitori della crisi a forma di V che guardano indietro alle precedenti recessioni e concludono più rapidamente scende un'economia e più rapidamente essa torna in carreggiata. E poichè questa economia è precipitata repentinamente, si aspettano che torni in vita rapidamente l'anno prossimo. Da qui la forma a V.

Sfortunatamente, i sostenitori della crisi a forma di V guardano indietro alle recessioni sbagliate. Focalizzatevi su quelle che sono iniziate con l'esplosione di una gigantesca bolla speculativa e vedrete solo lente riprese. La ragione è che il valore degli asset quando toccano il fondo sono così bassi che la fiducia degli investitori recupera solo gradualmente.

E' qui che entrano in gioco i più lucidi sostenitori della forma a U che prevedono un recupero più graduale, in quanto gli investitori tornano più lentamente con prudenza nel mercato.

Personalmente non sto con nessuna delle due fazioni. In una recessione profonda come questa, la ripresa non dipende dagli investitori. Dipende dai consumatori che, oltre tutto, rappresentano il 70% dell'economia americana. E questa volta i consumatori sono stati colpiti davvero duramente. Finchè i consumatori non ricominciano a spendere, vi potete dimenticare qualsiasi ripresa, a forma di V o U che sia.

Il problema è che i consumatori non riprenderanno a spendere finchè non avranno soldi in tasca e non si sentiranno ragionevolmente tranquilli. Ma ora non hanno denaro, ed è difficile vedere da dove potrà venire. Non possono indebitarsi. Le loro case valgono una frazione di quanto valevano in precedenza, perciò dite addio a mutui e rifinanziamenti. Uno su dieci proprietari di case è sott'acqua -- avendo debiti sulla casa per un valore superiore a quello della casa. La disoccupazione continua a salire, e il numero delle ore lavorate continua a diminuire. Quelli che possono risparmiano. Quelli che non possono resistono, come è inevitabile.

Alla fine i consumatori cambieranno le loro auto e gli elettrodomestici usurati, ma una ripresa non può basarsi sul ricambio. Non aspettatevi molti più commerci senza tanti consumatori desiderosi di nuovi prodotti. E non contate sulle esportazioni. L'economia globale si stà contraendo.

La mia previsione, allora? Non una V, non una U. Ma una X. Questa economia non riesce a tornare in carreggiata perché la strada sulla quale siamo stati per anni -- caratterizzata da salari medi piatti o in diminuzione, debito dei consumatori montante, e crescente insicurezza, per non parlare dell'aumento di anidride carbonica nell'atmosfera -- semplicemente non può più essere percorsa.

La X segna una strada nuova di zecca -- una nuova economia. A cosa assomiglierà? Nessuno lo sa. Tutto quello che sappiamo è che l’attuale economia non riesce a "recuperare" perché non può tornare al punto in cui era prima di schiantarsi. Perciò invece di domandarci quando inizierà la ripresa, dovremmo chiederci quando e come inizierà la nuova economia.

Chi darà la triste notizia al nostro premier e al biblico Tremonti?

Friday, July 10, 2009

Stimoli e panico da inflazione

Si prepara un'aspra battaglia tra gli economisti (molti) contrari al secondo piano di stimoli fiscali preannunciato dall'amministrazione Obama e i favorevoli (pochi) ad ulteriori stimoli all'economia. Tra questi ultimi non è un mistero che il premio Nobel Paul Krugman a suo tempo aveva detto che i 700 miliardi di dollari dello stimulus bill erano pochi ed arrivavano tardi per scongiurare una recessione che acquista sempre più le forme e le caratteristiche della lost decade giapponese.

Secondo i primi, preoccupati per la crescita del debito pubblico e una ripresa dell'inflazione, bisognerebbe aspettare ancora che il piano di aiuti già varato dispieghi completamente i suoi effetti e danno per scontato che il tasso di disoccupazione si fermerà nel giugno del 2010 al 10% per poi scendere al 9.5% entro la fine dell'anno.

Per i secondi, Krugman in testa, è illusorio pensare che il tasso di disoccupazione non sfondi già dai prossimi mesi il 10% in quanto gli stimoli fiscali dispiegano il loro effetto su un lasso più lungo di tempo e il rischio è che la situazione si avviti nella spirale disoccupazione - calo dei consumi e della produzione - disoccupazione andando fuori controllo e aggravando la recessione. Per Krugman il rischio è la deflazione e non l'inflazione. Siamo nella trappola della liquidità.

Nel frattempo, polemizzando con chi vede segnali d'inflazione in ogni dato e grida "al lupo al lupo", il nostro premio Nobel affila le armi e controbatte colpo su colpo. In questo caso a chi ha visto nel rialzo dei tassi a lungo termine di qualche settimana fa un'aspettativa dell'allargamento del deficit pubblico e dell'inflazione.

Over the course of the spring there was a substantial rise in long-term interest rates; it was fed partly by talk of green shoots, but also, I suspect, by all the yelling about deficits and inflation. And, of course, the rise in rates was itself taken as evidence that inflation fears etc. were justified.

But the panic seems to be subsiding. Rates are still well above their post-Lehman lows, when credit markets were completely frozen and everyone was piling into govt. debt. But they’re low by historical standards, and not giving much ammunition to the worriers these days.

Sì, nel corso della primavera c'è stata una consistente crescita del tasso d'interesse a lungo termine; in parte dovuta ai discorsi della Fed sui germogli verdi, ma anche, sospetta Krugman, agli allarmi sul debito e l'inflazione. E naturalmente l'aumento dei tassi è stato visto di per se stesso come una prova che la paura dell'inflazione era giustificata.

Ma il panico sembra scemare. I tassi sono ben al di sopra dei minimi toccati dopo il fallimento Lehman, quando il mercato del credito rimase completamente congelato e tutti accumulavano denaro pubblico. Tuttavia (i tassi) rimangono al di sotto degli standard storici e in questi giorni non forniscono molte munizioni ai "preoccupatori" di professione.



Update. Stamattina devo aver azzeccato l'argomento perchè vedo che lo stesso Krugman interviene sul fatto che la maggior parte degli analisti economici che fanno previsioni sono contrari a nuovi stimoli. La ragione, secondo Krugman non è che questi economisti vedono una ripresa dell'economia, anzi descrivono una situazione desolante. Non dicono che tutto è OK, non dicono che non sarebbero necessari altri stimoli, dicono solamente che a loro non piacciono gli stimoli. Non c'è da sorprendersi, secondo Krugman: sono economisti che si occupano di affari e in genere anche conservatori.

Thursday, July 09, 2009

Gira il mondo gira

Mentre procede, a nostre spese, l'inutile villeggiatura dei grandi della terra in quel di Coppito (anche Gheddafi si è attendato nella caserma), Berlusconi con il fido Vespa finiscono, loro malgrado - ma come poteva essere diversamente per personaggi le cui gesta rivaleggiano con quelle di Gianni e Pinotto -, nel bel mezzo di un increscioso episodio di spionaggio (articolo per gli abbonati).

Ma il mondo, come dice la vecchia canzone, non si ferma e continua a girare come sempre. Anche per la cosiddetta stampa libera che, almeno per ora, non da conto di quella che dovrebbe essere una notizia e che solo il Financial Times riporta. (Update: Repubblica oggi pomeriggio ha ripreso l'articolo del F.T.)

Se non altro i magnifici 8, dopo essersi accordati (forse) su un dimezzamento delle emissioni di CO2 per il 2050 (quando loro non ci saranno più e probabilmente nemmeno il petrolio e le industrie inquinanti, per cui meglio non darsi obbiettivi intermedi e più ravvicinati) hanno trovato l'unanimità sul giudizio della crisi da dare ai mercati in trepidante attesa della Verità: il peggio forse è passato ma rimangono in piedi grandi rischi che potrebbero ritardare la ripresa. Con il che anche il nostro premier si è iscritto al club dei menagrami.

Già, i verdi germogli non hanno dato i fiori e i frutti sperati, ma sono ancora sufficienti, nonostante tutti i dati macroeconomici comunque negativi - anche se alcuni rivisti in rialzo rispetto alle previsioni -, a tenere artificialmente in vita le borse, almeno finchè non saranno finite le ricapitalizzazioni dei grandi gruppi finanziari e industriali. Quando il barile sarà raschiato fino in fondo e il parco buoi sarà al completo la bolla potrà esplodere tranquillamente, si fa per dire, perchè tanto ce ne sarà pronta un'altra, magari quella alimentata dal debito pubblico.

Così di bolla in bolla si rinvia il problema, non si affrontano i nodi cruciali di questa crisi, si rimanda ai prossimi mesi, ai prossimi anni, alle prossime tempeste finchè non arriverà quella che spazzerà via tutto. Cresce la disoccupazione, calano i consumi, a sua volta continua a diminuire la produzione e con questa anche i salari e i posti di lavoro, in un circolo vizioso che si autoalimenta all'infinito e potrebbe essere spezzato solo attraverso una redistribuzione della ricchezza. Ma chi ha il coraggio di aprire quella pentola a pressione?

La Verità è figlia del tempo così come questa crisi è figlia del mercato immobiliare. E qui le cose vanno di male in peggio e le banche si trovano a dover affrontare nuove e sempre più pesanti problematiche. Il Wall Street Journal (anche questo per gli abbonati) si accorge ora che il mercato immobiliare americano sta fronteggiando una nuova pressione al ribasso dovuta al fatto che i detentori di bond emessi sui mutui subprime stanno inondando il mercato di case a prezzi molto più bassi di quanto le banche siano disponibili a vendere.

While nationwide figures are scarce, a review of thousands of foreclosures in the Atlanta area shows that trusts managing pools of securitized mortgages sold six times as many properties as banks during the six months ended March 31. And homes dumped by subprime bondholders sold for thousands of dollars less on average than bank-owned properties, the data show.

Experts say this is a bad omen for residential real-estate prices and homeowners trying to sell or refinance, because the fire sales, many to cover soured subprime loans, put downward pressure on the value of nearby homes. All of this undermines federal efforts to stabilize the housing market and revive the broader economy.


Mentre i dati a livello nazionale sono scarsi, sappiamo invece che ad Atlanta migliaia di procedure di vendite all'incanto mostrano che pool di società di cartolarizzazione dei mutui hanno venduto nei sei mesi precedenti fino alla fine di marzo almeno 6 volte tanto rispetto a quanto venduto dalle banche. E le case sono state vendute sottocosto dai possessori di bond sui mutui subprime per migliaia di dollari in media di meno rispetto a quelle di proprietà delle banche.

I soliti esperti, che accorrono sempre quando non c'è bisogno delle loro spiegazioni, dicono che questo è un brutto segno per i prezzi del mercato immobiliare residenziale e per i proprietari di case che cercano di vendere o di rifinanziare i mutui, in quanto le vendite all'incanto, molte delle quali fatte per coprire le perdite sui mutui, fanno crollare i prezzi delle case vicine. Tutto ciò, chiosa la bibbia di Wall Street, minaccia di rendere vani gli sforzi della Federal Reserve di stabilizzare il mercato immobiliare e di far riprendere più in generale l'economia.

Già, datemi una leva e vi solleverò il mondo. Una leva di debiti per un mondo di debiti.

Monday, July 06, 2009

Tigre di carta

"Io penso che il peggio sia passato", mentre il presidente cinese Hu Jintao "è convinto che siamo ancora nel mezzo della crisi" ha affermato oggi Silvio Berlusconi durante il Forum Italia-Cina, cui ha partecipato anche il presidente della Repubblica popolare cinese.

Il nostro premier però non ha detto che dovrebbe essere tappata la bocca anche al presidente cinese così come ha proposto per i giornali e le istituzioni disfattiste. Sarà mica perchè è un comunista in carne ed ossa?

Saturday, July 04, 2009

Regolamentazione, anche la Svezia scende in campo

La Svezia proprio nel giorno in cui inizia il suo semestre alla presidenza dell'Unione Europea si schiera in difesa degli hedge fund e delle società di private equity, entrando a gamba tesa nel dibattito sulle riforme del settore finanziario, fortemente volute da Francia e Germania.

«C’è un timore eccessivo che i fondi di private equity portino con sé rischi esagerati – ha affermato il ministro delle finanze di Stoccolma Mats Odell - . Ma a scatenare la crisi non sono state né le società di private equity né gli hedge funds. In alcuni Paesi, tuttavia, il dibattito politico ha dipinto questi ultimi come la causa del problema. Non intendo dire che i fondi private equity e gli hedge non vadano regolati ma ritengo che il nostro obiettivo sia quello di regolamentare il settore, non quello di ucciderlo».

La presa di posizione di Stoccolma sancisce definitivamente la prevista spaccatura creatasi in Europa tra i sostenitori della linea dura, Germania in testa, e i promotori di una regolamentazione più leggera guidati idealmente dalla Gran Bretagna. In un discorso pronunciato a Berlino, il ministro delle finanze tedesco Peer Steinbrück ha apertamente accusato Londra di voler opporre resistenza ai propositi regolamentari dell’Unione nel timore di veder scemare la sua posizione di leadership nel mercato finanziario continentale.

Ma come stanno veramente le cose? Scrivevo in tempi meno sospetti, il 25 febbraio scorso (La banda degli onesti), in occasione di un vertice a Berlino in cui gli hedge fund furono chiamati in causa come tra i maggiori imputati dell'attuale disastro finanziario:

Ben venga una maggiore regolamentazione, ma sono davvero gli hedge fund responsabili della profondità di questa crisi? Che fossero presenti sulla scena del delitto, comprando e vendendo titoli tossici, è provato, ma sicuramente il loro ruolo è stato minore di quello delle tanto "regolamentate" banche americane ed europee.

Naturalmente molti hedge fund sono stati chiusi negli ultimi sei mesi, ma nessuno di essi ha mancato di restituire alle banche i prestiti ricevuti. Non ce n'è stato un sol caso. E allora? Allora quale occasione migliore di questa crisi per mettere le mani sul malloppo?

Friday, July 03, 2009

Profumo di deflazione

Ieri non c'e stato solo lo spietato dato sulla disoccupazione a fare paura. Paul Krugman con questo grafico, che mostra la variazione percentuale delle retribuzioni negli ultimi tre mesi, espressa su base annuale, ci invita a tenere a mente che solitamente l'inflazione sale al di sotto del valore della variazione percentuale delle retribuzioni, grazie alla crescita della produttività. Perciò in realtà ci stiamo muovendo verso uno scenario giapponese da deflazione.

Complotto svizzero

(ASCA) - Roma, 3 lug - Credit Suisse conferma il rating di Underperform sul titolo Mediaset (Milano: MS.MI) e riduce il target price da 4 a 3,10. Gli analisti hanno invece alzato il rating sull'intero settore europeo dei media, portandolo da Underweight a Overweight, "ma ritieniamo che Mediaset e JCDecaux siano titoli particolarmente vulnerabili", è scritto nel report. Ieri Mediaset ha reso noto un calo della raccolta pubblicitaria del 12-13% nel primo semestre di quest'anno.

Thursday, July 02, 2009

No, il peggio deve ancora arrivare

Annunciati ieri dai dati del declino dell'occupazione nel settore privato sono arrivati oggi quelli dell'occupazione forniti dall'Agenzia federale del lavoro, che hanno gettato nello sconforto coloro che vedono germogli verdi dappertutto e ovviamente le borse.

Le nuove richieste di sussidi di disoccupazione sono calate a 614mila unità negli Stati Uniti, ma meno delle attese che vedevano una discesa a 605mila unità.

Cattive notizie anche dal rapporto sul mercato del lavoro di giugno, con un tasso di disoccupazione, che pur non essendosi spinto al 9,6% messo in conto dagli operatori finanziari, è arrivato al 9,5%, il livello più alto degli ultimi 25 anni.

Ancor più deludente l'indicazione di nuovi posti di lavoro, visto che il mese scorso ne sono stati persi 467mila, ben oltre i 375mila previsti dagli analisti. Un dato che segnala un peggioramento rispetto alla lettura di maggio, rivista al rialzo da -345mila a -322mila unità.

L'economia a stelle e strisce ha perso finora 6 milioni e mezzo di posti di lavoro da quando è partita la recessione, nel dicembre del 2007. Particolarmente colpiti il settore manifatturiero, quello dei servizi professionali e delle costruzioni.

Notizie che fanno il paio con quelle di ieri sul settore immobiliare che vede una lieve crescita delle vendite di case esistenti (ma sappiamo già che un'ampia percentuale è rappresentata da vendite all'asta spesso a prezzi irrisori), accompagnata dalla mancata ripresa nelle vendite delle nuove che, a sua volta, spiega bene l’ennesimo calo dello 0,9 per cento della spesa per costruzioni e il vero e proprio crollo delle richieste di mutui di rifinanziamento, scesi del 30 per cento.

Un mixer di informazioni che confermano che la strada verso la ripresa economica è ancora lunga e il peggio deve ancora arrivare. Non ci sarà ripresa a livello mondiale senza ripresa del mercato immobiliare americano e fintantochè la disoccupazione continuerà a crescere. Hanno una bella faccia tosta i nostri governanti a ripetere la formula esorcistica "il peggio è alle nostre spalle" e a minacciare l'informazione rea di deprimere i consumatori dicendo loro la verità.

A ricordarcelo nel giorno in cui l'Istat pubblica i disastrosi dati dei nostri conti pubblici, è anche l'Economist che dedica un articolo all'Italia in cui si evidenzia che l'insistenza con cui Berlusconi continua a proclamare che nel nostro Paese la recessione non sarà né così severa né così prolungata come in qualunque altro paese, potrebbe rivelarsi un boomerang.

Berlusconi - scrive l'Economist - si trova ad affrontare molti scandali in casa, ma il più grande è il suo rifiuto di accettare la portata delle difficoltà economiche dell'Italia che evidenzia la contraddizione tra le affermazioni del premier e la realtà economica. Se il piano è di compensare la perdita di esportazioni fregando i consumatori italiani facendoli spendere di più, è un piano rischioso, sia per il governo che per il Paese, afferma l'Economist, puntualizzando che Berlusconi "ha già un problema di credibilità in casa riguardo la propria vita privata".

La nozione che l'Italia, che ha alle spalle 20 anni di "under performance", eviterà l'intero impatto della recessione è fantasiosa. Inoltre insistendo che non c'è nulla che non va - conclude il settimanale economico - Berlusconi e Tremonti si stanno anche lasciando scappare l'opportunità di cominciare quelle riforme che non solo farebbero correre la ripresa dell'economia, ma migliorerebbero realmente la produttività dell'Italia e le finanze pubbliche.

Parole equilibrate che in un paese normale dovrebbero far riflettere ma che in una nazione trasformata in un immenso Bagaglino a cielo aperto dove un banchiere le cui capacità sono universalmente riconosciute viene bollato come un pericoloso disfattista e qualsiasi voce fuori dal coro viene iscritta d'ufficio a qualche quotidiano complotto della sinistra, tra balletti di veline ed escort, incapperanno sicuramente nell'anatema del capocomico e liquidate come spazzatura comunista.

Scriveva Nassim Nicholas Taleb in un recente articolo (vedi etichette) che a gente che guida bendata un autobus scolastico e l'ha fracassato non dovrebbe mai essere dato un nuovo autobus. Noi non solo gliene abbiamo dato un altro ma ad ogni incidente lo premiamo aggiungendo punti alla patente. Come potremo mai evitare la catastrofe?

Wednesday, July 01, 2009

Votantonio

Bufera nel Partito Democratico contro la Serracchiani che viene criticata anche per aver spiegato di preferire Franceschini perché «più simpatico». Nicola Zingaretti, presidente della provincia di Roma, ironizza: «Anche Totò e Tina Pica erano simpatici, sarebbero stati un ticket straordinario».

Parole sante: non ci sono dubbi che Totò e Tina Pica sarebbero più credibili dei due attuali candidati alla Segreteria.

Inchieste sospette

Un'accuratissima (all'apparenza) inchiesta del Wall Street Journal ci rende edotti, con dovizia di dati, cifre e grafici, di come e di quanto il settore finanziario abbia tagliato le proprie spese lobbistiche nel corso del 2008 e nei primi mesi del nuovo anno.

Per la precisione, nei primi tre mesi del 2009, ci dice il giornale online, il settore finanziario ha speso 104.7 milioni di dollari per le sue attività lobbistiche nei confronti del Congresso e dell'amministrazione Obama, l'8% in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Il WSJ individua le cause di questo calo nella stretta a cui Obama prevede di sottoporre le banche mettendole sotto il ferreo(?) controllo(?) della Fed e nella caduta di immagine patita dalle istituzioni finanziarie presso politici e pubblico. Politici che però per parte loro hanno continuato ad incassare, nello stesso periodo, 19,9 milioni di dollari, andati per il 60% ai democratici, che hanno visto salire esponenzialmente la loro quota dal 54% del 2007 e dal 43% del 2005.

Con tutto il rispetto per la bibbia di Wall Street, dati e grafici potrebbero avere però una lettura più maliziosa, così come l'assenza di Goldman Sachs dalla categoria. Se guardiamo al grafico (cliccare sull'immagine per ingrandirla) noteremo che le entità nazionalizzate hanno ridotto a zero la loro spesa, le altre in proporzione inversa ai contributi pubblici ricevuti.

Oltretutto che bisogno avrebbero i banchieri di elargire contributi quando ormai, al di là delle sceneggiate sulle Grandi Riforme dei mercati finanziari, hanno il controllo del governo stesso? Se poi c'è bisogno di oliare il Congresso e di rinsaldare la compattezza delle truppe cammellate, bastano pochi spiccioli. E la curva del grafico è in leggera risalita. Come mai il Wall Street Journal non nota questi verdi germogli di speranza?