Saturday, February 28, 2009

Tieni d'occhio la crisi

Una pratica mappa dal quotidiano economico olandese NRC Handelsblad. La mappa cliccabile comprende i 27 paesi dell'Unione Europea e include debito pubblico, crescita (Pil), disoccupazione, deficit di bilancio e rating per ogni Paese.

Spot e realtà

Berlusconi e Tremonti continuano a sostenere che "noi ne usciremo meglio degli altri paesi". Intanto l’Italia festeggia 24 mesi consecutivi di contrazione nelle vendite al dettaglio.


Anche la fiducia delle imprese non sembra molto sù.


Almeno speriamo che al prossimo vertice europeo sia pronto il piano di salvataggio promesso da Angela Merkel per i paesi europei in difficoltà, visto che lo spread tra i titoli di stato tedeschi e quelli italiani è salito a 161 punti base, il più alto degli ultimi 12 anni. Se qualcuno dei miei lettori non lo sa, quello spread è indice di solvibilità di un paese: più è alto, più il mercato lo considera a rischio di bancarotta. Ormai siamo alla Grecia.

Friday, February 27, 2009

Citigroup, tanto rumore per nulla

I tentennamenti e le mezze misure di Obama e del suo Segretario del Tesoro nel formulare un piano efficace e definitivo per il salvataggio delle banche americane e di cui sto scrivendo da circa un mese (vedi tutti i post sull'argomento), insieme alla pesante revisione al ribasso delle stime sul Pil americano (-6,2%), hanno prodotto oggi l'ennesima depressione di Wall Street con Citigroup che ha aperto a meno 40 per cento.

Il tentativo di salvare Citi socializzando le perdite ma evitando la sua nazionalizzazione ha fatto uscire infatti dal cilindro dell'amministrazione americana il coniglio bianco di una semi-nazionalizzazione attraverso un accordo tra governo e Citi che prevede un'offerta di conversione in azioni ordinarie di 27.5 miliardi di dollari di azioni privilegiate vendute a privati investitori e contemporaneamente la conversione di 25 miliardi di dollari di azioni privilegiate attualmente in possesso del Tesoro in titoli ordinari con diritto di voto. E' quanto rivela il Wall Street Journal nella sua versione online.

La conversione, se pienamente eseguita, lascerà in mano al governo il 36% delle azioni della banca mentre l'attuale azionariato verrà diluito al 26% e i nuovi azionisti deterranno il restante 38%. Inoltre il governo chiede un rimpasto del consiglio d'amministrazione, in cui entreranno dei nuovi consiglieri indipendenti, cinque nuovi su quindici componenti, mentre il Chief Executive, Vikram Pandit, dovrebbe mantenere il suo incarico.

I termini dell'accordo sono particolarmente onerosi per tutte le parti, sia per i possessori di azioni ordinarie che vedono diluite le loro quote sia per i possessori delle privilegiate che le convertiranno in titoli ordinari più rischiosi. Non è che ci sia molta scelta, comunque. Citigroup come incentivo ad aderire sospenderà il pagamento del dividendo sulle azioni privilegiate e per convincere i possessori di azioni ordinarie ad un voto favorevole emetterà dei diritti a favore degli azionisti privilegiati aderenti alla conversione che permetteranno loro di comprare azioni ad un penny se gli azionisti non approvano l'accordo.

L'accordo comporta, inoltre, non poche difficoltà legali sia negli Usa sia a livello internazionale visto che Citigroup opera in 100 paesi nel mondo. La legge del Messico ad esempio impedisce a qualsiasi impresa controllata da un Governo straniero in misura superiore al 10% di operare nel paese. Numerose filiali di Citigroup nel mondo potrebbero ritrovarsi nella situazione di dover modificare le loro carte costitutive o quantomeno chiedere nuovi permessi ai governi ospitanti.

Alla fine di tutto questo guazzabuglio il risultato sarà, comunque, il salvataggio di Citigroup? Le cure palliative non guariscono mai le malattie e questa semi-nazionalizzazione rischia solo di essere una inutile ma costosa tappa prima della definitiva e ineluttabile nazionalizzazione. Ma allora potrebbe essere troppo tardi.

Banche, croce e delizia dei governi

Mentre il guru Tremonti ad Anno Zero ci spiega che la crisi è stata creata dai mezzi di informazione ma che comunque è quasi una benedizione divina e il governo non fa niente e lo sta facendo pure bene, negli Stati Uniti Barack Obama ha affrontato di petto la situazione attraverso alcuni audaci provvedimenti e riforme che rappresentano la più grande redistribuzione di reddito dai ricchi alla classe media e povera del paese mai avvenuta almeno negli ultimi quarant'anni.

Dove il presidente americano appare invece timido è nei confronti delle banche, tanto da attirarsi le critiche di un suo sostenitore eccellente, il Premio Nobel 2008 per l'economia Paul Krugman che, nel suo blog sul New York Times on-line riprende una domanda rivolta a Geithner, Segretario del Tesoro ed ex direttore della Fed di New York, da Simon Johnson, altro economista americano:

How long can you say, “we are being bold” when in fact you are not?
Quanto a lungo potrai dire, "Dobbiamo essere coraggiosi" quando in realtà tu stesso non lo sei?


Ci sono molte cose che piacciono a Krugman nella strada intrapresa da Obama: l'assistenza sanitaria, la trasparenza del governo, la fine della guerra in Iraq. Anche il pacchetto di stimolo va bene, sebbene non sia sufficiente. Ma sul salvataggio delle banche, in molti di noi - dice Krugman - sta crescendo un senso di disperazione.

Obama e Geithner dicono delle cose giuste:

If you underestimate the problem; if you do too little, too late; if you don’t move aggressively enough; if you are not open and honest in trying to assess the true cost of this; then you will face a deeper, long lasting crisis.
Se sottovaluti il problema; se fai troppo poco, troppo tardi; se non ti muovi abbastanza aggressivamente; se non sei aperto ed onesto nel provare a valutare il reale costo di questo; allora dovrai fare fronte a una più profonda crisi di lunga durata.


Ma quello che stanno realmente facendo - nota Krugman - è proprio sottovalutare il problema, fare poco e troppo tardi, senza essere aperti ed onesti nel provare a valutare il reale costo. Il piano attuale sembra sia quello di conservare le banche in uno stato di coma semi-vegetativo garantendo implicitamente le loro obbligazioni e dribblando sulle necessità finanziarie, mentre si proclama che sono adeguatamente capitalizzate e si spera che le cose cambino da sole. Siamo di nuovo al Giappone, osserva amaramente Krugman, facendo riferimento al cosiddetto "decennio perduto", la terribile crisi recessiva che negli anni '90 colpì - e da cui non si è mai ripreso - il paese del Sol levante. Il risultato sarà probabilmente una crisi più profonda e di più lunga durata, conclude l'autorevole economista.

Le analogie con la situazione delle banche in Italia sono molte benchè si continui a favoleggiare di una presunta maggiore solidità del nostro sistema bancario. In realtà sappiamo che i nostri principali gruppi bancari sono i meno patrimonializzati del continente e del mondo e che il crollo incombente di alcuni paesi dell'Europa centrale e dell'est coinvolgerebbe fino al collo i nostri primi due big: Unicredit e Intesa Sanpaolo. Per quanto riguarda invece il Monte Paschi Siena vi rimando a Marco Sarli che oggi scrive nel suo blog a proposito dell'operazione Antonveneta:

.... l’impresa corsara del giovane avvocato Mussari, calabrese di nascita ma senese di adozione, ha inferto un colpo che credo proprio si rivelerà mortale....



Thursday, February 26, 2009

La vendetta di Groenink

Camilla Conti e Lorenzo Di Lena hanno prodotto questo utilissimo lavoro in cui affrontano l'ipotesi di cosa succederebbe se lo stress test sulla solidità patrimoniale delle banche Usa fosse applicato anche per le big del credito italiane:

Guardando i numeri rischierebbe di trasformarsi in un crash test da cui, con l’eccezione di Ubi, il cui coefficiente patrimoniale “tangibile” si ridurrebbe comunque, la forza patrimoniale degli istituti nostrani verrebbe quasi dimezzata.


Lo abbiamo già visto nel mio post Stress Test che, ad esempio, il patrimonio netto del gruppo Monte Paschi Siena, risultante dalla trimestrale al 30 settembre 2008, è di 14.185 milioni di euro ma è comprensivo di 7.633 milioni di euro di avviamento (ben il 53,81% del patrimonio netto), dopo l'acquisizione di Banca Antonveneta. La forza patrimoniale del gruppo senese verrebbe dunque più che dimezzata.

A parziale consolazione, i due autori rilevano comunque che il Tce ratio, per quanto ridimensionato rispetto al tier1, resterebbe sopra la soglia (ritenuta) di sicurezza del 3%, sia nel caso Mps che per gli altri principali gruppi bancari italiani, se però considerassimo per buoni i loro bilanci patrimoniali, non tenendo conto delle svalutazioni intervenute negli ultimi mesi. Dunque "prognosi riservata":

Secondo i prezzi di mercato le banche oggi valgono molto meno del valore di libro, in qual che caso appena il 20-30% del patrimonio netto contabile, quello “ufficiale” che risulta dai bilanci. Ciò significa che gli operatori ritengono che molte attività siano da svalutare o che la redditività sia destinata a peggiorare in futuro, per effetto di una grave crisi che comporterà perdite sensibili su crediti e simili (o un mix delle due cose).


Problema con il quale è stata invece costretta a fare i conti Royal Bank of Scotland in Gran Bretagna, dove i criteri contabili sono evidentemente più stringenti ed è richiesta più trasparenza che in Italia, avendo la banca con sede ad Edinburgo dichiarato una perdita di circa 28 miliardi di euro, in larga parte dovuta a svalutazioni sulla sua acquisizione di ABN Amro, avvenuta nell'Ottobre del 2007, e per perdite su crediti.

Oggi RBS annuncia una profonda ristrutturazione del gruppo che prevede l'impacchettamento delle sue attività in sofferenza congelate per i prossimi tre-cinque anni in una divisione non-core (una bad bank aziendale insomma) pari al 20% - per un valore di 270 miliardi di euro - del totale dei suoi asset.

RBS si ristrutturerà anche dimensionalmente abbandonando il 90% dei mercati asiatici e delle sue attività globali, disinvestendo il 45% di tutto il capitale impiegato, tagliando più di 3 miliardi di costi (si parla di 20.000 posti di lavoro in meno) e concentrando la sua operatività sul territorio britannico.

Ironia della sorte RBS si augura che lo Stato lasci presto il controllo della banca nel momento stesso in cui viene previsto l'incremento dell'attuale quota di maggioranza detenuta dal governo, pari al 57% del capitale, fino a circa il 70%, attraverso la conversione delle azioni privilegiate in ordinarie. Con queste premesse è difficile prevedere a breve un disimpegno pubblico.

La morale della storia è nella notizia che il maggior responsabile di questo disastro, Sir Fred Goodwin, già defenestrato mesi or sono dalla guida del gruppo, dovrà rinunciare a buona parte della ricca pensione che si era fatto assegnare, circa 750 mila euro all'anno, per intervento del Cancelliere dello Scacchiere che ha giudicato disdicevole che il cinquantenne Sir Fred goda di un tale privilegio dopo aver condotto alla disfatta, per le sue manie di grandezza spacciate per scelte strategiche, un gruppo bancario che, prima dello sciagurata operazione di ABN Amro, godeva di ottima salute.

Mi chiedo: in Italia potremmo aspettarci un simile finale per un presidente o un amministratore delegato di una banca? E, nel caso, avrebbe almeno diritto ad accedere al Fondo di solidarietà oppure non sarebbe più giusto che fosse condannato a chiedere l'elemosina fuori dei cancelli della villa di Groenink sulle colline senesi?

Wednesday, February 25, 2009

Il mio nome è Bond, Tremonti Bond

Come ci spiega Isabella Bufacchi sul Sole 24 Ore è improprio chiamarli bond o obbligazioni in quanto non sono titoli di debito ma strumenti ibridi più assimilabili alle azioni e in quanto tali sono titoli rischiosi nel caso la banca che li ha emessi dovesse andare in rosso. Nè è giusto chiamarli Tremonti Bond perchè non sono un'invenzione di Tremonti ma sono strumenti finanziari usati in altri paesi d'Europa, così come negli Stati Uniti o in Nuova Zelanda.

Comunque sia il ministro dell'Economia ha firmato oggi il decreto che dà il via libera alla sottoscrizione, da parte del Tesoro, di questi titoli emessi dalle banche italiane. Come contropartita, le banche pagheranno una cedola annuale compresa tra il 7,5 e l'8,5% per i primi anni, per poi crescere gradualmente e si impegneranno a favorire il credito alle imprese, soprattutto piccole e medie, e alle famiglie.

Il Tesoro richiede alle banche impegni specifici, articolati in 5 punti, che saranno oggetto di attento monitoraggio, promette il Ministero, sul modello applicato con successo in Francia:

a) il contributo finanziario per rafforzare la dotazione del fondo di garanzia per le Pmi;
b) l'aumento delle risorse da mettere a disposizione per il credito alle piccole e medie imprese;
c) per i lavoratori in cassa integrazione o percettori di sussidio di disoccupazione, la sospensione del pagamento della rata di mutuo per almeno 12 mesi;
d) la promozione di accordi per anticipare le risorse necessarie alle imprese per il pagamento della cassa integrazione;
e) l'adozione di un codice etico.

Ora finalmente non c'è che da aspettare questo strumento alla prova dei fatti. Vedremo presto quali sono le banche così malridotte da ricorrervi accettando condizioni tanto stringenti ed onerose? E, nel caso, servirà realmente ad accrescere le opportunità di finanziamento all'economia?

Piani misteriosi

Nazionalizzazione si, nazionalizzazione no. L'incertezza, oltre che stucchevole e pericolosa per la credibilità dell'amministrazione Obama, sta scadendo nella farsa.

Piani e voci di piani per il salvataggio delle banche vengono presentati quotidianamente dai giornali e dalle tv ma non si capisce perchè debbano funzionare nè cosa abbia veramente in mente il Segretario del Tesoro Geithner che, come Penelope, di giorno tesse la tela e la notte la disfa, cercando forse l'impossibile quadratura del cerchio: evitare il fallimento delle banche, socializzando le perdite, ma senza nazionalizzarle.

L'ultima pensata è quella di convertire le azioni privilegiate detenute dal governo in azioni ordinarie. A demolire questa ipotesi di lavoro ci pensa il Premio Nobel per l'economia Paul Krugman che ricorre a questo disegno per descrivere la situazione:



In alto l'attivo di una banca. In basso la linea del suo passivo, con le obbligazioni che ha verso le diverse controparti con segmenti di colori differenti secondo il loro peso decrescente (rosso il debito, verde per le azioni privilegiate, blu per le ordinarie). Il disegno descrive l'ipotesi che ci interessa: quella in cui l'attivo non è sufficiente a coprire i debiti.

Ciò nonostante, le azioni, sia privilegiate che ordinarie, hanno ancora un certo valore di mercato. Perchè? Perchè gli investitori ritengono che Geithner impedirà il collasso della banca, tutelando i creditori, ma con gli azionisti che riceveranno un premio se in qualche modo ci sarà un'inversione di tendenza.

Quel che si vuole fare è ripulire i bilanci della banca, di modo che essa non sia più sotto tutela dello Stato. Quando la FDIC (Agenzia federale che svolge una funzione simile a quella del nostro Fondo interbancario di tutela dei depositi) deve fare fronte alla situazione di una banca in queste condizioni, confisca la banca, espropria gli azionisti, paga una parte dei debiti e poi riprivatizza.

Quello che il Tesoro sembra invece proporsi ora è di convertire parte delle azioni verdi in azioni blu, cioè convertire azioni privilegiate in ordinarie. E' vero che le azioni privilegiate hanno il valore del debito, il pagamento obbligatorio del dividendo, etc.. C'è qualcuno però che ritenga che la ragione per cui le banche sono in crisi è che esse siano strozzate dai loro obblighi nei confronti degli azionisti privilegiati invece che da quella linea rossa dei debiti?

Questo piano non risolve il problema e la sensazione di fondo è che l'amministrazione Obama abbia in mente solo un valzer di poltrone illudendosi che l'iceberg possa diventare più resistente mentre si scioglie.

La banda degli onesti

Nel recente vertice di Berlino tra i quattro principali paesi dell'Unione Europea, a cui hanno partecipato anche il presidente della UE, Barroso, il premier olandese, quello spagnolo e quello della Repubblica Ceca, gli hedge fund sono stati chiamati in causa tra i maggiori imputati dell'attuale disastro finanziario.

In particolare sono state proposte norme rigorose per imporre una più stringente regolamentazione, compresi una maggiore trasparenza e la sottomissione alle autorità di controllo. Di fatto questo sarà uno dei principali punti di cui verrà chiesta l'approvazione al summit del G20 di Londra in calendario il prossimo 2 aprile.

Ora ben venga una maggiore regolamentazione, ma sono davvero gli hedge fund responsabili della profondità di questa crisi? Che fossero presenti sulla scena del delitto, comprando e vendendo titoli tossici, è provato, ma sicuramente il loro ruolo è stato minore di quello delle "regolamentate" banche americane ed europee.

Naturalmente molti hedge fund sono stati chiusi negli ultimi sei mesi, ma nessuno di essi ha mancato di restituire alle banche i prestiti ricevuti. Non ce n'è stato un sol caso. E allora? Allora quale occasione migliore di questa crisi per mettere le mani sul malloppo?

Tuesday, February 24, 2009

Rassegna stampa

Il liberista Tremonti si accoda al liberista Greenspan, anzi rincara la dose e addirittura afferma che la nazionalizzazione delle banche americane andava fatta molto tempo prima. Comincio davvero a dubitare che la nazionalizzazione sia una buona soluzione, visto anche che il ministro dice sempre cose geniali ma non ne indovina mai una giusta.

I Giapponesi non vogliono essere da meno e il ministro delle Finanze Kaoru Yosano propone addirittura un intervento diretto del governo per comprare azioni in Borsa e tentare così di arginare la caduta delle quotazioni. Si avvererà così l'antica profezia che dopo le nazionalizzazioni tutti gli azionisti verranno spazzati via?

Bernanke invece fa l'oroscopo alla recessione e ci dice che la ripresa ci sarà nel 2010 se il pacchetto di stimolo di Obama avrà effetto. Non conosco l'ammontare dello stipendio del Presidente della Fed ma sicuramente sarà pagato profumatamente per esprimere opinioni così acute ed illuminanti.

Barack Obama invece entro il 2012 vuole dimezzare il debito pubblico. Come farà non l'ha detto ma stante che molti economisti prevedono che per uscire dalla recessione gli Stati Uniti hanno bisogno di risorse pari al doppio se non al triplo del suo debito pubblico spero non abbia in mente di abolire il dollaro e stampare una nuova moneta scambiata ad un decimo del valore dell'attuale banconota verde. I cinesi s'incazzerebbero.

Concludo questa breve rassegna stampa con Berlusconi che, come il presidente iraniano Ahmadinejad, vuole il nucleare. Avremo gli osservatori dell'Onu anche in Italia?

Monday, February 23, 2009

Stress test

Il Tesoro degli Stati Uniti inizia questa settimana gli "stress test" sulle principali banche utilizzando come indicatore di criticità il Tangible Common Equity (TCE) e non il Tier 1. Il TCE indica sostanzialmente quanto gli azionisti ordinari otterrebbero in ipotesi di scioglimento della società, ed esclude dai ratios le preferred shares e gli intangibles, come l’avviamento pagato per acquisire altre banche e i crediti d’imposta differiti.

Se il TCE dovesse essere usato come nuovo standard di valutazione della solvibilità delle banche anche in Italia, avremmo interessanti risultati, stante l’enorme incidenza di avviamenti da fusioni presenti nei bilanci dei nostri maggiori istituti di credito.

Tanto per fare un esempio, il patrimonio netto del gruppo Mps, risultante dalla trimestrale al 30 settembre 2008, è di 14.185 milioni di euro ma è comprensivo di 7.633 milioni di euro di avviamento (ben il 53,81% del patrimonio netto). Per fortuna non siamo in America, ma che succederebbe se al G20 di Londra si decidesse di adottare, a livello mondiale, lo stress test?

Nazionalizzazioni in corso

Si sta concretizzando quella che da settimane sembra l'unica via d'uscita per salvare le banche americane sull'orlo del fallimento e di cui ho già parlato in diversi post (vedi etichetta nazionalizzazione). A fare da cavia Citigroup. Ieri il Wall Street Journal ha scritto che lo Stato americano potrebbe arrivare a detenere una partecipazione del 40% nel colosso bancario.

"E' possibile che le trattative falliscano", scrive il Wsj, "ma il Governo potrebbe trovarsi in mano fino al 40% delle azioni ordinarie di Citigroup. I dirigenti della banca sperano che la quota della quale si approprierà lo Stato sia attorno al 25%". Secondo l'autorevole giornale lo Stato potrebbe trasformare gran parte delle azioni preferred, senza diritto di voto, in azioni ordinarie.

Il Wall Street Journal ha precisato che al momento le discussioni stanno avvenendo tra i responsabili della Fed e le altre autorità di regolamentazione. In un secondo momento il progetto sarà poi presentato all'amministrazione del presidente Barack Obama.

Ora però non vorrei che si guardasse alla nazionalizzazione come la panacea di tutti i mali, anche perchè il problema è sempre il tempo: si rischia di arrivare tardi e male. Inoltre la crisi è diventata prima di tutto una profonda crisi di fiducia dei consumatori e l'intervento sulle banche è condizione necessaria ma non sufficiente per il recupero dell'economia.

Anche le incertezze e le lungaggini dell'amministrazione Obama, le anticipazioni e i continui cambi di rotta che hanno reso vago e indefinito il piano di salvataggio delle banche del suo Segretario del Tesoro, Tim Geithner, contribuiscono più a diffondere sfiducia che a tranquillizzare i mercati. E dimostrano come e quanto i destinatari di quelle misure, i banchieri, premano attraverso agganci influenti nell'amministrazione per far fallire ogni ipotesi che li veda pagare il giusto prezzo.

Se gli Stati Uniti piangono, l'Europa non ride. A Berlino è stato fatto un passo avanti. I grandi d'Europa hanno deciso un'iniziativa comune della Ue per imporre al prossimo vertice G20 di Londra riforme strutturali, norme rigorose sulla vigilanza degli hedge funds e di ogni istituto e prodotto finanziario, disposizioni vincolanti alle banche di costituire in tempi di prosperità riserve per la crisi, e una lotta senza quartiere all'evasione tributaria nei paradisi fiscali.

Ma, come al solito, rimangono dichiarazioni d'intenti che rischiano di essere annacquate e svuotate al G20 e comunque non affrontano il cuore del problema, rimandando ancora una volta un piano ed un'azione incisivi, urgenti e comuni dell'UE con cui andrebbe affrontata la crisi. L'unico a proporre qualcosa di concreto il primo ministro inglese, Gordon Brown, che ha parlato di un fondo supplementare di 500 miliardi e di un piano preciso che punti, tra l'altro, sull'economia 'verde', ecologica, contro la crisi.

In una crisi la scelta non è agire o non agire, perchè alla fine si verrà costretti a prendere comunque dei provvedimenti e prima si prenderanno e minore sarà il prezzo pagato dai singoli e maggiori le possibilità di una forte ripresa. Invece gli egoismi rischiano, come abbiamo visto, di far saltare le economie dei paesi dell'est trascinando nel fallimento le maggiori banche europee fortemente esposte verso quei paesi.

Ed ha un bel dire il nostro premier che l'Italia sta meglio degli altri e il nostro sistema bancario è sano. Il suo è solo un esercizio esorcistico e propagandistico ad uso domestico. In realtà, in uno dei suoi attacchi di incontinenza verbale, è incorso in un lapsus freudiano parlando di nazionalizzazioni, anche se ha smentito immediatamente che si riferisse all'Italia.

Il suo ministro dell'economia gli avrà invece spiegato benissimo che se l'Europa lascia fallire le economie dei paesi dell'Est anche i nostri due maggiori gruppi bancari, Unicredit ed Intesa Sanpaolo, subirebbero perdite per miliardi di euro, rendendo ineluttabile la loro nazionalizzazione. Proprio quello che, cinicamente, fa al caso, per realizzare il suo progetto di potere.

Lezioni di sesso

Oggi si spendono più soldi per rifarsi il seno e per il Viagra che per la ricerca sull'Alzheimer. Questo significa che tra trent'anni avremo una maggioranza della popolazione composta da anziani con seni prosperosi, smisurate erezioni e assolutamente nessuna idea di cosa farci.

Saturday, February 21, 2009

Il cavaliere bianco e i banchieri di Wall Street

Sembra siano tutti d'accordo nel ritenere che ieri i timori della loro nazionalizzazione abbiano fatto precipitare i valori azionari delle banche negli Stati Uniti . Questo è probabilmente vero, ma le ragioni di tale reazione andrebbero approfondite, anche perchè l'esempio specifico potrebbe avere una valenza più generale in futuro per altri casi, anche di casa nostra.

Quella paura, credo, non è la paura ideologica che un governo comunista espropri delle società private in buona salute. Si sta discutendo di un'acquisizione temporanea da parte del governo ai prezzi di mercato dei principali gruppi finanziari - sicuramente Citigroup e Bank of America - che sono rimasti in attività e hanno mantenuto un loro valore solo perché i creditori ritengono ci sia una implicita garanzia del governo. Le maggiori banche del paese a stelle a strisce sono state già, fondamentalmente, nazionalizzate, ma facendo un grande regalo a banchieri ed azionisti, attraverso la prima trance di 350 miliardi di dollari del piano di salvataggio, già erogati dal Tesoro.

I valori di borsa toccati da queste banche non riflettono la differenza di valore tra le loro attività e la loro passività. Quelle banche sono tecnicamente fallite e una parte se non la totalità del loro valore deriva dall' "effetto Geithner", ovvero dalla speranza degli azionisti di ricevere aiuti statali, un altro grazioso regalo che pioverebbe ancora una volta come una manna sugli azionisti, da parte del nuovo Segretario del Tesoro.

In altro post avevo già sottolineato che Citi e BofA avrebbero bisogno di circa 200 miliardi di dollari come primo intervento della seconda fase di salvataggio, senza risolvere comunque il problema della loro solvibilità. Nello stesso tempo il loro valore di mercato in base alla capitalizzazione di Borsa è sceso a solo circa 32 miliardi. Sarebbe molto più conveniente per il sistema finanziario, per lo Stato e i contribuenti acquisire temporaneamente ai prezzi di mercato quelle banche, ripulirle degli attivi tossici, ristrutturarle e una volta risanate privatizzarle di nuovo.

Allora, non è abbastanza singolare che il mercato reagisca negativamente ad un'ipotesi di salvataggio in cambio del quale il governo chiederebbe la stessa cosa che un cavaliere bianco del settore privato avrebbe chiesto, ossia la proprietà? La paura non è dunque ideologica ma è la paura dei banchieri che temono di perdere poltrone e ricchi bonus e degli azionisti che non potrebbero continuare a lucrare sulla crisi ricevendo ancora aiuti a fondo perduto, a spese dei contribuenti.

Friday, February 20, 2009

Corvi e "ottimistri"

Il ministro Scajola accusa la Marcegaglia di essere un uccello del malaugurio perchè fornisce dati e previsioni nere (invece forse anche troppo ottimistiche) della crisi dell'economia italiana.

Berlusconi accusa l'informazione di fomentare il pessimismo e intanto parla di nazionalizzare le banche (tra l'altro come se fosse un'idea sua), smentendo subito dopo di riferirsi alle banche italiane che godrebbero di ottima salute.

Purtroppo per loro e per tutti gli inguaribili ottimisti anche le Borse smentiscono e in particolare i titoli bancari oggi subiscono l'ennesima Waterloo mondiale. E ci si mette anche l'Istat con i dati industriali di dicembre.

A Wall Street Citigroup perde il 19,52% e Bank of America il 16,79%. In difficoltà anche JpMorgan -6,75% e Wells Fargo -10,49 per cento.

A Piazza Affari Intesa Sanpaolo sprofonda sotto i 2 euro a 1,925 euro in calo dell'8,44%. Male anche Banco Popolare (-7,51%), Ubi (-6,04%), UniCredit (-5,55%), Mediobanca (-4,47%), Bpm (-4,3%). Contiene le perdite, si fa per dire, Mps che si attesta sotto un euro a 0,99 centesimi (-3,04%).

In Europa, Ubs cede il 12,81% dopo che il dipartimento di Giustizia americana ha avviato una nuova offensiva legale per forzare il gruppo elvetico a rivelare informazioni su 52.000 conti appartenenti a cittadini statunitensi. Giù anche Rbs (-9,17%), Hypo Real Estate (-18,79%), Axa (-15,99%) e Crédit Agricole (-9,48%).

E se le banche italiane si continua a ripetere sono quelle meno a rischio, comincia a profilarsi per loro un 2009 drammatico. L'ufficio studi di Intermonte stima che le banche italiane ridurranno del 70% i profitti a fine anno. E già oggi è allarme patrimonio:

[...] Ma il vero problema, quello che può non far avverare la profezia di Berlusconi, dopo vent'anni in cui quasi tutti gli istituti sono stati privatizzati - e si sarebbe detto con successo, almeno fino a un anno fa - riguarda il patrimonio. Nei marosi della crisi operatori e istituzioni vogliono solidità patrimoniale crescente, mentre perdite, accantonamenti e difficoltà nella raccolta indurrebbero le banche a ridurre il capitale di vigilanza misurato dall'indice Core Tier 1. Su questo le nostre banche sono tra le più deboli dell'Occidente.

Uno Stato, specie se ricco di denari e povero di debito pubblico, potrebbe dare una mano. L'Italia, dopo tre mesi di scontri tra governo e banchieri, presterà una decina di miliardi, a tassi salati dell'8,5% e altri gravami. Ciò malgrado, da marzo tutti i grandi istituti - tranne forse Mediobanca e Ubi - emetteranno i famigerati Tremonti bond, convertibili in azioni su loro richiesta. L'unica "nazionalizzazione" per ora è questa, in sedicesimo. Ma di questa ce n'è un dannato bisogno.


Il prevedibile ricorso ai Tremonti Bond (che oggi hanno avuto il via libera dalla Commissione UE) la dice lunga sulla solidità del nostro sistema bancario e qui, per chi si è appassionato, c'è un altro punto di vista che esamina la questione della patrimonializzazione da un'altra interessante angolazione.

Non è questione di corvi ma di sano realismo, di cui i nostri governanti non sono evidentemente dotati.

Post scriptum
Citigroup, il più grande gruppo bancario del mondo, con oltre 300.000 impiegati e 200milioni di conti correnti in 100 paesi del mondo, più di quelli che aderiscono all'ONU, oggi capitalizza poco più di 13 miliardi di dollari, ovvero 10 miliardi di euro, giusto un miliardo in più di quello che è stato pagato per Banca Antonveneta solo 9 mesi fa.

I figli di Iorio

Dinasty sannitica

Thursday, February 19, 2009

Quanto guadagnano i banchieri italiani

Lavoce.info pubblica le tabelle, con le istruzioni per la loro interpretazione, dei compensi che le banche italiane quotate hanno corrisposto nell’esercizio 2007 ai propri top manager a cavallo dunque dell'anno in cui è scoppiata la crisi finanziaria.

Un anno dopo qualcosa è sicuramente cambiato, in peggio, per coloro che sono compensati con stock option e bonus. Per gli altri, c’è da scommettere, la "busta paga" è rimasta immutata. Ma saranno i bilanci dell’esercizio 2008 a dircelo. Buona lettura.

Addio Lugano bella

L'UBS ha accettato di pagare 780 milioni di dollari nell'ambito di un accordo extragiudiziale con le autorità statunitensi, per risolvere una spinosa questione di evasione fiscale. L'istituto bancario ha pure deciso di svelare i nomi dei facoltosi clienti che ha aiutato a non pagare le tasse, ha precisato mercoledì sera il Dipartimento di giustizia di Washington.

E' la fine del mitico segreto bancario svizzero? Per ora, a cantare vittoria è il solo fisco americano. Vedremo le prossime mosse dei governi europei che dovrebbero essere molto interessati all'argomento, escluso probabilmente il nostro Tremonti che tra le sue priorità non sembra avere, aldilà delle chiacchiere, quella della lotta all'evasione fiscale.

Wednesday, February 18, 2009

Emma la creativa

Nel mio post, L'ultima spiaggia, ricordavo come, quando le cose non vanno bene, i primi a farne le spese sono sempre i dipendenti e che se un'azienda è in cattive acque si tagliano i costi, un eufemismo per dire che si tagliano i posti di lavoro e migliaia di lavoratori vengono licenziati. Se poi questo non basta si ricorre alla "creatività" e citavo un paio di esempi bancari.

Questo della Marcegaglia è però davvero strabiliante: usare la liquidazione (Tfr) dei lavoratori per finanziare le imprese! Già, visto che lo Stato non ha più un soldo, cresce l'evasione fiscale, le banche non concedono più crediti e gli imprenditori non sanno fare il loro mestiere, non rimane altra soluzione che mettere le mani nelle tasche dei lavoratori. Quando si dice la fantasia al potere.

Il compagno Greenspan

Anche il vecchio Greenspan, l'ex presidente della Federal Reserve, uno dei maggiori responsabili della deregulation e delle politiche della Fed degli anni '90 che hanno prodotto questa terribile crisi finanziaria, dopo aver ammesso gli errori del passato, in un'intervista al Financial Times si schiera con il partito favorevole alla nazionalizzazione delle banche americane.

Certo, per decenza oggi farebbe meglio a tacere, ma fa sempre un certo effetto sentirgli dire che "potrebbe essere necessario nazionalizzare temporaneamente alcune banche per facilitarne una rapida e ordinata ristrutturazione. Credo che una volta ogni cento anni si possa fare. Una temporanea proprietà nelle mani pubbliche permetterebbe al governo di trasferire i titoli tossici ad una bad bank senza il problema di come stabilirne il prezzo."

Oramai solo pochi repubblicani e qualche liberista fallito è rimasto a combattere come i giapponesi nella foresta perchè nessuno l'ha ancora avvisato di aver perso la guerra. E allora cosa aspetta Obama a scrollarsi di dosso la paura di essere accusato di socialismo?

L'ultima spiaggia

Quando le cose non vanno bene i primi a farne le spese sono sempre i dipendenti. Se una Banca è in cattive acque si tagliano i costi, un eufemismo per dire che si tagliano i posti di lavoro e migliaia di lavoratori vengono licenziati. Se poi questo non basta si ricorre alla "creatività".

Ci sono così Banche che mettono a disposizione dei dipendenti la loro liquidazione per l'acquisto delle proprie azioni, magari pensando di sostenere così il titolo ma commettendo l'errore di non valutare il rischio che i lavoratori se le rivendano un minuto dopo averle comprate.

Ci sono altre invece come il Santander che, dovendo dismettere entro due anni il suo patrimonio immobiliare per far fronte a richieste di riscatto per 2,62 miliardi di euro, offre prestiti a basso tasso ai suoi dipendenti per l'acquisto di un suo immobile a prezzi di sconto.

Commenta il Financial Times: "può sembrare un idea creativa, ma sembra anche un segno di disperazione. E forse non si dovrebbero mantenere gli affari dei dipendenti distinti da quelli della banca?"

Che anche il Financial Times faccia parte del grande complotto mediatico? E la Santa Inquisizione - oops, scusate, Classificazione - sarà già all'opera per verificare se la fonte e la notizia sono compatibili col "sistema di interlocuzione e di confronto esistente fra azienda e sindacato"?

Tuesday, February 17, 2009

Il valore dell'informazione

Oggi il titolo Monte Paschi Siena è affondato sotto la storica soglia di 1 euro, toccando, nel momento in cui scrivo, 0,99 centesimi.

Qualcuno ora ci dirà che, a suo insindacabile giudizio, la notizia non è attendibile e che si tratta di uno dei tanti attacchi mediatici volti a presentare la Banca come una realtà economica in profonda difficoltà?

Vento dell'Est

Un ciclone si sta per abbattere sull'Europa e sul - tanto sbandierato come solido - sistema bancario italiano. A lanciare l'allarme è l'agenzia di rating Moody's.

Secondo l'agenzia, infatti, i Paesi dell'Est europeo - nonostante la crescita in alcuni casi vertiginosa fatta registrare nei mesi scorsi - si trovano ormai in una condizione di grande difficoltà complessiva. La loro, specifica Moody's in un report, è "una crisi profonda e che non accenna a stabilizzarsi. Per questo sono inevitabili forti ripercussioni sugli interessi delle banche europee occidentali".

A destare il maggiore allarme sono i sistemi economici che presentano significativi deficit fiscali. In questo senso, le situazioni peggiori sono quelle delle repubbliche baltiche e di Ungheria, Croazia, Romania e Bulgaria (ma, aggiunge ancora Moody's, per le banche occidentali non è così sicuro investire neanche in Ucraina, Kazakistan e Russia).

L'84% delle banche dell'Europa dell'Est sono di proprietà di istituti italiani, francesi, belgi, tedeschi, svedesi e austriaci. Le esposizioni più pesanti sono quelle dell'Austria, dell'Italia e della Svezia.

Tra le banche più a rischio Unicredit. Ma lo scenario che si prefigura è apocalittico:

Questo misterioso atto di follia collettiva è l’equivalente per l’Europa della bolla dei mutui subprime negli USA. Tuttavia c’è una differenza cruciale: le banche europee devono pagare il conto per entrambe le bolle di debito, quelle statunitensi no.

In più l’Europa ha pure in mano ben il 74% di tutti i 5 mila miliardi di dollari di prestiti fatti nei Paesi Emergenti: le banche europee sono 5 volte più esposte rispetto a quelle statunitensi e giapponesi su questo fronte e hanno una leva finanziaria (il loro passivo totale rispetto al patrimonio netto della banca) pari al 150% delle banche statunitensi e giapponesi.

Monday, February 16, 2009

Altre tegole su don Emilio

Le ciambelle non riescono più col buco a don Emilio Botin ormai dai tempi del colpaccio di Antonveneta. Infatti dopo l'incaglio nella truffa Madoff e le contestazioni nell'Assemblea degli azionisti (vedi post), ora le disgrazie sembrano arrivare a valanga. I gonzi non cadono più nella sua rete, anzi gli si rivoltano contro e la sua barca comincia a fare acqua da tutte le parti.

Gli investitori nel suo fondo immobiliare Santander Banif Inmobiliario hanno infatti avanzato richieste di rimborso per 2,62 miliardi di euro, pari all'80% del capitale, a partire dal 13 febbraio, costringendo il buon Emilio, a corto di liquidi, a congelare i rimborsi per 2 anni, naturalmente previa richiesta all'autorità di controllo spagnola in modo da avere tempo per poter ricostituire la propria liquidità.

Il piano presentato dal Santander alla Consob spagnola prevederebbe il rimborso del 10% di ogni richiesta di riscatto e di un ulteriore 10% al realizzarsi del programma di dismissione del suo patrimonio immobiliare che, secondo la relazione del quarto trimestre 2008, è concentrato per la maggior parte a Madrid, Isole Baleari e Spagna del Nord-Ovest.

Il fondo aveva perso solo nell'ultimo trimestre del 2008, a causa della crisi immobiliare particolarmente acuta in Spagna, circa il 15% del suo valore e ora don Emilio sarà costretto anche a svendere in fretta i suoi asset in un mercato in cui i prezzi sono in rapido declino e molti gruppi immobiliari riportano in parecchi settori dell'edilizia crolli dei prezzi dell'ordine di un 30%.

G7 doppio malto

Al vertice del G7 a Roma i suoi colleghi hanno fatto ubriacare il ministro giapponese Nakagawa. Per noi invece solo acqua calda.

Le Big 4 verso la nazionalizzazione

Avevo già scritto del dilemma che attraversa la politica americana sul tema della nazionalizzazione delle maggiori e più disastrate banche a stelle e strisce. Meno dubbiosa la maggioranza degli economisti, ormai tutti schierati a favore della nazionalizzazione, a cominciare dal premio Nobel, Paul Krugman, per finire con Nouriel Roubini (vedi il video), il primo economista ad aver predetto la crisi finanziaria, sbeffeggiato all'epoca, e celebrato oggi, forse anche troppo, come un guru della finanza.

Ma approfondiamo l'argomento con dei dati. Uno studio dell'autorevole istituto di ricerca CreditSights, quantifica le potenziali perdite delle prime sei grandi banche americane nei prossimi due anni e di conseguenza l'ammontare di quelli che dovrebbero essere gli aiuti federali per salvarle: Wells Fargo, 119 miliardi di dollari; Bank of America, 99 miliardi; JPMorgan, 124 miliardi; Citigroup, 101 miliardi; Goldman Sachs, 47 miliardi; Morgan Stanley, 34 miliardi.

Focalizziamoci solo sulle quattro grandi banche commerciali escludendo le due investment banking diventate banche solo recentemente per usufruire della più favorevole legislazione fallimentare. Parliamo di Citigroup, BofA, Wells Fargo, JPMorgan. Secondo questa stima, hanno bisogno di circa 450 miliardi di dollari. Nello stesso tempo il loro valore di mercato in base alla capitalizzazione di Borsa è di solo circa 200 miliardi. Quelle banche sono dunque tecnicamente fallite e una parte se non la totalità del loro valore deriva dall'effetto Geithner, ovvero dalla speranza degli azionisti di ricevere aiuti statali.

Alla luce di questi numeri, è estremamente difficile salvare queste banche senza che sia fatto un enorme regalo agli attuali azionisti oppure senza nazionalizzarle temporaneamente, risanarle e rivenderle poi a investitori privati. La prima soluzione è sentita come politicamente inaccettabile nonché sbagliata ormai da tutti i contribuenti Americani, mentre la seconda è ritenuta non praticabile perchè estranea alla "cultura" americana dall'amministrazione Obama che, in realtà, abbiamo visto, è ostaggio dei repubblicani e di Wall Street, strenuamente contrari alla statalizzazione.

Derivano da queste contraddizioni le incertezze della politica e l'estrema vaghezza del piano Geithner. Così a Krugman e agli economisti favorevoli alla nazionalizzazione non resta che aspettare che lo "stress test" - la verifica degli asset delle suddette banche da parte del Tesoro - mostri inevitabilmente la situazione disastrosa delle quattro big banks, rendendo ineluttabile l'intervento pubblico.

Saturday, February 14, 2009

Informazione e licenziamenti

La nostra liberissima stampa si è fatta contagiare dall'ottimismo, anche se un pò "preoccupato", del nostro premier? Perchè nasconde o minimizza queste notizie?

Autogol: Tfr in libera uscita

Anche il Sole 24 Ore entra a far parte della schiera dei mezzi d'informazione che mettono il gruppo Monte Paschi Siena "al centro di attenzioni mediatiche strumentali ed interessate"?

Evidentemente anche le mie (vedi qui e qui) non erano farneticazioni se persino il quotidiano della Confindustria solleva oggi, nell'inserto Plus24, una serie di legittimi dubbi sul "bizzarro" accordo tra Mps e Sindacati per l'utilizzo del Tfr ai fini dell'acquisto di azioni Mps, scrivendo che

Investire sino al 100% del trattamento di fine rapporto (Tfr, più noto come liquidazione) in titoli della propria azienda? Gli oltre 30mila dipendenti attivi del gruppo Monte Paschi Siena possono, grazie all'accordo tra azienda e sindacati varato il il 29 gennaio [...]

[...] per tutto febbraio i lavoratori potranno acquistare azioni Mps sul mercato e tramite gli uffici della banca, investendo fino al 100% della liquidazione accantonata e disponibile, anche con più ordini di Borsa, in giornate diverse e senza vincoli di lock-up (vincolo a non vendere, n.d.r.)[...]

[...] A disposizione dei dipendenti ci sono 590 milioni: un "volume di fuoco" teorico pari a più di un decimo della capitalizzazione di Borsa.

I Sindacati plaudono... ma i dubbi sono tanti: investire l'intero Tfr su un solo titolo segue le regole Mifid sui rischi? Con gli ordini gestiti in proprio, l'azienda distinguerà tra "buoni", che investono di più nel titolo di casa, e "cattivi" che non comprano nulla? La Consob è stata avvisata?

Di certo si sa che dal 2 al 12 febbraio l'azione Mps ha visto la media dei volumi quotidiani balzare a poco meno di 26 milioni di titoli dai 10 milioni per seduta di gennaio, mentre la media dei corsi di febbraio ha subito un tracollo del 21% su quella di gennaio.

A titolo di paragone, nello stesso periodo il titolo Intesa Sanpaolo ha segnato un calo dei volumi del 15% ma il corso ha perso solo il il 3,8%, Unicredit ha registrato volumi medi in crescita del 7% mentre i prezzi sono calati del 13,7%. In attesa del consuntivo dell'operazione, le cifre sembrano confermare che la mancanza del lock-up si fa sentire.

Il Tfr pare dunque solo in transito sul titolo: era questo il "coinvolgimento" atteso dai dipendenti del Monte?


Fin qui il Sole 24 Ore. Ora attendiamo risposte adeguate da chi è chiamato in causa, sperando che non siano sempre come le performance di Beaker che riproponiamo a furor di popolo.

We can't?

Buona parte delle speranze del mondo di uscire presto dalla crisi economica sono riposte nelle mani dell'America. Per questo anche in Europa si guarda con attenzione a quanto avviene sull'altra sponda dell'Atlantico.

Barack Obama ha avuto più o meno quanto chiedeva, quasi 800 miliardi di dollari con la maggior parte dei soldi stanziati per la spesa, piuttosto che nei tagli fiscali. Dobbiamo dunque festeggiare come una grande vittoria l'approvazione del pacchetto di stimoli economici?

Forse no, perchè questi non sono tempi normali da misurare con i criteri normali della politica e la vittoria di Obama ha un pò il sapore amaro della sconfitta. Ad affermarlo non è un suo avversario ma un suo autorevole sostenitore, il Premio Nobel per l'economia Paul Krugman. Seguiamo il suo ragionamento.

Il disegno di legge sembra uno stimolo utile ma insufficiente, soprattutto se combinato con un deludente piano per il salvataggio delle banche. E la lotta politica ha reso una sciocchezza il sogno Obamiano di superare le divisioni.

Ci si sarebbe aspettati che i repubblicani agissero almeno un pò più moderatamente in questi primi giorni di amministrazione Obama, sia in seguito alla loro disfatta elettorale che per la debacle economica degli ultimi otto anni.

Ma è ormai chiaro che gli istinti primordiali del partito repubblicano- rinforzati, in parte, da gruppi di pressione che sono pronti a cimentarsi nella prima sfida contro gli "eretici" - sono più forti che mai.

Sia al Congresso che al Senato, la stragrande maggioranza dei repubblicani si è mobilitata dietro la convinzione che la risposta adeguata al misero fallimento della politica dei tagli fiscali dell'amministrazione Bush sia una politica con ancor più tagli fiscali.

E la retorica risposta dei conservatori al piano Obama, il cui costo, è bene tenere a mente, è significativamente inferiore sia ai 2 mila miliardi di tagli fiscali dell'amministrazione Bush che ai 1.000 miliardi spesi in Iraq - ha debordato nella follia.

E' un "furto generazionale ", ha detto il senatore John McCain, pochi giorni dopo il voto per i tagli fiscali che sarebbero costati, nel corso dei prossimi dieci anni, circa quattro volte tanto.

E' "distruggere il futuro delle mie figlie. E' come guardare seduto la mia casa saccheggiata da una banda di criminali", ha detto Arnold Kling del Cato Institute.

E il livello del dibattito politico, è importante perché solleva dubbi circa la capacità dell'amministrazione Obama di chiedere un rifinanziamento del pacchetto se, come sembra probabile, si rivelerà inadeguato.

Per quanto Obama abbia ottenuto più o meno quello che ha chiesto, quasi certamente non ha chiesto abbastanza. Siamo probabilmente di fronte alla peggiore crisi dopo la Grande Depressione. La Commissione Bilancio del Congresso, che di solito non ricorre ad esagerazioni, prevede che nei prossimi tre anni ci saranno 2,9 mila miliardi di dollari di divario tra ciò che l'economia potrebbe produrre e ciò che effettivamente produrrà. E 800 miliardi, anche se suona come un sacco di soldi, non è affatto sufficiente a colmare tale divario.

Ufficialmente, l'amministrazione insiste sul fatto che il piano sia sufficiente alle necessità dell'economia. Ma pochi economisti concordano. Ed è opinione diffusa che considerazioni di carattere politico hanno portato a un piano che è più debole e contiene più tagli fiscali di quanti avrebbe dovuto contenerne e che Obama ha compromesso il piano nella speranza di ottenere un ampio sostegno bipartisan. Abbiamo appena visto quale successo abbia raccolto.

Ora, le possibilità che lo stimolo fiscale sia adeguato sarebbero state superiori se fosse stato accompagnato da un efficace piano di salvataggio finanziario, che scongelasse il mercato del credito e rimettesse il denaro di nuovo in circolazione. Ma il tanto atteso e annunciato piano dell'amministrazione Obama su questo fronte, anch'esso arrivato questa settimana, è atterrato con un sordo tonfo.

Il piano delineato da Tim Geithner, il segretario del Tesoro, non è malvagio, per la verità. Il problema invece è che è vago. Esso lascia tutti nell'incertezza su dove l'amministrazione stia davvero andando. La partnership tra pubblico e privato alla fine sarà un modo celato di salvare i banchieri a spese dei contribuenti? Oppure il necessario "stress test" agirà come porta di servizio per una nazionalizzazione temporanea delle banche (la soluzione preferita da un numero crescente di economisti, Krugman compreso)? Nessuno lo sa.

Finora la risposta alla crisi economica dell'amministrazione Obama ricorda troppo il Giappone degli anni '90: un'espansione fiscale grande abbastanza per evitare il peggio, ma non abbastanza per avviare la ripresa; sostegno al sistema bancario, ma una certa riluttanza nel costringere le banche a far fronte alle loro perdite. Sono ancora i primi giorni, ma stiamo già andando fuori strada.

Non so voi, - dice Paul Krugman - ma ho come una sensazione di vuoto allo stomaco - la sensazione che l'America non stia reagendo adeguatamente alla più grande sfida economica degli ultimi 70 anni. Possono anche non mancare le migliori intenzioni, ma sembra che esse siano predisposte in maniera allarmante verso le mezze misure. E il peggio è, come sempre, che esse sono piene di passionalità, ignare del grottesco fallimento della loro dottrina nella pratica.

C'è ancora tempo per tornarci sopra. Ma Obama deve essere più forte in futuro. In caso contrario, il verdetto su questa crisi non potrà che essere, non possiamo. We can't.

Friday, February 13, 2009

Elezioni Sarde

Come finirà: vincerà Berlusconi o perderà Cappellacci?

Banana Republic

Dopo mesi di ottimismo e inviti a spendere come se la recessione fosse una malattia psicosomatica, una depressione da curare con lo shopping, Berlusconi si dice preoccupato della crisi.

Probabilmente si riferisce al crollo della sua raccolta pubblicitaria.

Thursday, February 12, 2009

Il senno di poi

"Guardando indietro, sarebbe stato meglio che durante il culmine del boom del mercato azionario i banchieri avessero ricevuto pingui premi per il fallimento piuttosto che per il successo delle loro scalate bancarie", scrive il Financial Times.

Barclays, for example, must still be thanking its lucky stars for not pulling off its proposed acquisition of ABN Amro. As for Royal Bank of Scotland, its former chairman admitted this week that its successful takeover of the Dutch bank in partnership with Fortis and Santander had been a huge mistake. Fortis too has had to pay a colossal price for its ABN adventure. Only the Spanish bank ultimately managed to profit from the transaction.


Sì, Barclays ancora ringrazia la sua buona stella per l'insuccesso della sua offerta per ABN Amro, mentre l'ex chairman di Royal Bank of Scotland questa settimana ha ammesso che la sua vittoriosa scalata in partnership con Fortis e Santander alla banca olandese è stata un grande errore. Anche Fortis ha pagato un prezzo colossale per la sua avventura con ABN Amro. In definitiva solo Santander è riuscita a ricavare un profitto dall'operazione.

Ricordo sempre quando le tre banche, per giustificare la loro offerta stratosferica, parlavano di scelta "strategica". Oggi, come ieri, c'è ancora qualcuno che parla di scelta "strategica". A quanto pare, la Storia a volte si ripete, ma spesso sotto forma di farsa.

Wednesday, February 11, 2009

Primavera precoce o torna il gelo?

C'è chi sembra apprezzare e chi invece ha molte perplessità sul piano salva banche di Geithner e anche sul team economico di Obama.

L'impressione è che i veri nodi rimangano la nazionalizzazione delle banche ed il timore di Obama per i repubblicani, o meglio per i poteri e le lobbies che essi rappresentano.

Interpreto così le argomentazioni poco convincenti del presidente americano in questa intervista, nella quale afferma che non è possibile nazionalizzare le banche in un sistema come quello americano dove le banche sono migliaia e perchè la nazionalizzazione non fa parte della cultura americana.

Ora è vero che le banche sono migliaia, ma è anche vero che il rischio è concentrato su poche. Lo stesso piano Geithner prevede lo "stress test", il controllo della solidità dei bilanci preventivo all'erogazione degli aiuti, per le istituzioni finanziarie con asset per oltre 100 miliardi di dollari, riducendo la platea a sole 14 banche. Inoltre non passa giorno che la FDIC (l'agenzia federale che garantisce la solvibilità delle banche) non salvi qualcuna delle tante piccole banche nazionali.

Seconda considerazione: nazionalizzare non farà forse parte della cultura dei contribuenti americani ma nemmeno il salvataggio delle banche sembra faccia parte della loro cultura vista la sollevazione popolare che ha provocato e non c'è dubbio che la nazionalizzazione sarebbe meno costosa del piano Geithner come ci spiega questo post su Phastidio.net:

Ecco un argomento piuttosto robusto a favore della nazionalizzazione come tecnica di riduzione del danno: la somma delle capitalizzazioni di borsa di Citigroup, JPMorgan e Bank of America ammonta complessivamente a 158 miliardi di dollari. Mettiamoci pure Wells Fargo, ed arriviamo a poco meno di 250 miliardi di dollari per comprarsi quattro-diconsi-quattro ex moloch della finanza globale a prezzo di saldo (e quasi di stralcio). Eppure il programma annunciato ieri dal Segretario al Tesoro Timothy Geithner è destinato a fornire (per iniziare) tra 250 e 500 miliardi di dollari solo per tentare di rimuovere dal bilancio delle banche le cartolarizzazioni tossiche. Ridicolo, se non fosse drammatico.


Concludendo sembra davvero, all'apparenza, che l'unica vera ragione per non nazionalizzare i colossi bancari americani sia il terrore dei democratici di pronunciare quella parola e di essere quindi accusati di statalismo dai repubblicani. In realtà basta guardare chi c'è nel suo team per capire che Obama è ostaggio delle lobbies di Wall Street.

Oggi il simbolo della " Speranza " è stato costretto ad ammettere ....." I screwed up ........ " ad essere gentili significa...." ho combinato un bel casino" ...al di la del suo amico Tom Daschle l'intera composizione del suo team economico e non, è stata l'essenza delle lobbies che da sempre sequestrano la democrazia americana e mondiale......si una nuova era di responsabilità........

Bill Richardson, Nancy Killefer chiamata alla supervisione del budget federale, Timothy Geithner, William Lynn lobbista dell'industria delle armi vice segretario alla difesa numero due al Pentagono, Larry Summers uno dei padri della " Deregulation " che non sopporta la presenza del saggio Gandalf secondo indiscrezioni da Bloomberg sino ad arrivare a Mark Patterson di cui abbiamo già parlato. Di Gary Gensler sentirete parlare da Mario Margioco che sul Sole 24 Ore di oggi in prima pagina imprime una magistrale pennellata in " Obama sul filo del rasoio populista " [continua]

B. factor

Otto milioni di italiani in stato vegetativo permanente hanno assistito l'altro ieri al Grande Fratello, qualche altro milione a X Factor e allo speciale di Emilio Fede sulla povera Eluana. Altro che eutanasia, siamo ormai allo sterminio di massa.

Accordi a perdere

Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Mi devo cospargere il capo di cenere. Si anche Perestroika può sbagliare, soprattutto quando si dimentica che la realtà supera spesso la fantasia.

Non avendo notizie dettagliate sulla possibilità data al personale del Monte Paschi Siena di utilizzare il 100% del trattamento di fine rapporto per l'acquisto di azioni Mps avevo creduto che questa facilitazione fosse regolamentata come negli altri precedenti che, da che mondo è mondo, prevedono solitamente l'acquisto di azioni emesse dalla banca ad un certo prezzo con il vincolo della loro non negoziabilità per un certo periodo di tempo.

Invece no, mi sbagliavo: l'acquisto avviene sul libero mercato e, se si vuole, è possibile rivendersi i titoli immediatamente monetizzando definitivamente l'importo del TFR.

Non vorrei essere critico ad ogni costo ma mi sfuggono due cose. Il Monte Paschi ne ha tratto un vantaggio? Non credo, anzi, ha ridotto le sue disponibilità di qualche milione di euro e se fossi nei panni di un azionista mi incazzerei. E il Sindacato cos'ha da rullare i tamburi? Credevo fosse una sua propensione favorire la previdenza integrativa e non invece il rischio, spacciandolo per "partecipazione".


Tuesday, February 10, 2009

Eufemismi

Preceduto nei giorni scorsi dal martellante battage pubblicitario di Milano Finanza, il Monte Paschi Siena si appresta a chiedere aiuto a Tremonti.

Infatti il Direttore Generale Antonio Vigni ha riconfermato oggi l'interesse della Banca per il prestito obbligazionario del governo italiano che potrebbe essere lanciato nelle prossime settimane.

"Confermiamo il nostro interesse per il cosiddetto Tremonti bond," ha detto Vigni "voglio sottolineare che il pacchetto italiano di aiuti non è un piano di salvataggio come quello che abbiamo visto negli Stati Uniti".

Sottolineatura quanto mai opportuna perchè chiedere un prestito al governo ad un tasso del 7,5% più che a un salvataggio assomiglia sicuramente a qualcosa che in Italia viene descritto con tutt'altro termine.

Sunday, February 08, 2009

Wall Street a luci rosse

Finalmente svelato il mistero del perchè Bush ha lasciato fallire la Lehman Brothers.

ParapaPonziPonzipò

La crisi finanziaria ci ha mostrato come tutto il sistema si fondasse su una gigantesca catena di Sant'Antonio o, come lo chiamano negli Stati Uniti, schema Ponzi. Quello che da a pensare è che anche tutte le ricette per risolvere la crisi sembrano basarsi sullo stesso principio.

La valanga di titoli tossici emessi in una catena di cartolarizzazioni senza fine per scaricare sempre su qualcun altro il rischio del credito alimentato da un folle uso della leva finanziaria rimane il problema che non fa dormire il nuovo Segretario del Tesoro Timothy Geithner se è vero che non passa giorno che non si apprenda di più di un particolare del suo piano o che non vengano montati e rismontati pezzi della favoleggiata Bad Bank, diventata ormai come l'Araba Fenice.

L'ultima notizia ce la fornisce il Wall Street Journal secondo cui Geithner starebbe pensando non già più ad una bad bank bensì ad una "Aggregator Bank" finanziata non solo dal settore pubblico ma anche da istituzioni private che acquisterebbero i famigerati mortgage-backed securities ed altri asset tossici e che, secondo il quotidiano economico, potrebbero in seguito anche guadagnarci se quei titoli incrementassero (?) il loro valore.

The so-called "aggregator bank" would be seeded with some money from the $700 billion financial-sector bailout fund, but most of the financing would come from the private sector. Private firms would purchase mortgage-backed securities and other troubled assets and could reap the benefits if those assets eventually rise in value. The idea is not yet certain to be included in the final plan, but appears to be a leading solution to a central problem: how does the government rid the financial system of its toxic assets.


L'uovo di Colombo. E perchè non cartolizzare anche quei prodotti tossici? La storia della monnezza di Napoli ci ha insegnato che anche la spazzatura può diventare un affare. Pile senza fine di titoli tossici stoccati in milioni di ecoballe in attesa di finire in un termovalorizzatore e magari spazzatura riciclata dall'industria finanziaria sulle nostre tavole come facevano con i formaggi scaduti. Si può fare, no?

Friday, February 06, 2009

Banchieri coraggiosi

Paolo Panerai, su Milano Finanza, ha scritto che

[...] il coraggioso presidente, Giuseppe Mussari, e l'altrettanto coraggioso direttore generale, Antonio Vigni, si trovano con un patrimonio un po' scarso a causa dell'acquisizione di Antonveneta, avvenuta sfortunatamente proprio poco tempo prima dell'esplosione della crisi.

Ma Mps è una banca solida e ha un azionista di comando solidissimo, come la Fondazione senese: non è così precipitato nella drammatica crisi in cui si sono trovati istituti, come la Royal Bank of Scotland, che avevano compiuto operazioni di acquisizione (la olandese Abn Amro) più o meno nello stesso periodo del Monte.

L'acquisto di Antonveneta, anche se a prezzo caro, era ed è fondamentale per Mps per mantenere la sua autonomia come terzo gruppo bancario italiano. La banca senese aveva anche asset sufficienti da vendere per far salire il parametro Core tier 1; ma Mussari e Vigni hanno preso saggiamente tempo per non dover svendere, come la crisi esplosa gli avrebbe imposto.

Il rapporto patrimonio impieghi e sofferenze è al 5,3% ma si sa che è tale non per perdite su titoli tossici ma per un acquisto strategico. Se quindi a Siena decideranno di chiedere i fondi dello Stato, il parametro potrà risalire ai livelli del resto del mercato e il lavoro in profondità che Mussari e Vigni stanno facendo potrà proseguire con risultati lusinghieri come è stato finora sul piano dell'efficienza e della redditività.

Questo pezzo deve aver lasciato una scia di pericolosa sostanza viscosa da Milano fino a Siena, ma non mi interessa qui discutere sulla viabilità delle strade: c'è già Infotraffico ad occuparsene. Mi preme solo sottolineare alcune inesattezze presenti nell'articolo.

L'offerta del Consorzio RBS-Santander-Fortis per ABN Amro risale al Maggio 2007, prima dell'esplosione della bolla finanziaria, avvenuta nell'agosto dello stesso anno. L'offerta del Monte Paschi Siena per Antonveneta è del Novembre 2007 in pieno crollo delle borse e i vertici della banca senese hanno avuto la possibilità di ripensarci fino al maggio 2008. Non parliamo quindi "più o meno dello stesso periodo" a meno che Panerai non abbia un calendario taroccato, magari gentile omaggio del Monte Paschi Siena.

Il rapporto patrimonio impieghi e sofferenze era al 5,3% a Settembre 2008. Oggi, dopo l'ulteriore svalutazione dei mercati è al 4,5%.

Per quanto riguarda la mancata cessione di alcuni asset devo dire che l'ipotesi avanzata da Panerai è davvero suggestiva ma mi fa leggermente sorridere: più che alla saggezza di qualcuno io attribuirei la cosa alla situazione del mercato. Tant'è che la Banca ha chiesto una proroga all'antitrust per la cessione degli sportelli non credo per saggezza ma perchè costretta dalla mancanza di compratori. Ma qui entriamo nel campo minato delle opinioni e sicuramente la mia è meno autorevole di quella dell'imparziale giornalista.

Al quale, in conclusione, faccio però notare che non ci ha spiegato per quale motivo se "Mps è una banca solida e ha un azionista di comando solidissimo" dovrebbe chiedere i fondi dello Stato (a un tasso del 7,5%). Un piccolo neo nel suo obiettivo ed argomentatissimo scritto.


Premiato Consorzio & C.

ABN Amro, già acquisita da Fortis e nazionalizzata dopo il fallimento di quest'ultima, sarebbe in trattativa con Royal Bank of Scotland per ricomprarsi alcuni asset che erano passati alla banca scozzese poco più di un anno fa a seguito della scalata vincente del Consorzio formato da Santander, Fortis e appunto RBS. La banca scozzese aveva speso circa 28 miliardi di euro per l'acquisizione delle attività corporate di ABN Amro ed ora sembrerebbe costretta a svendere per pochi spiccioli alla stessa ABN Amro buona parte di quegli asset, dopo le gravi perdite dichiarate per il 2008 (guarda caso pari sempre a 28 miliardi di euro).

La nemesi di questa vicenda si sta così completando, dando ragione a quei pochi che all'epoca con lungimiranza avevano giudicato il passo fatto dal Consorzio più lungo della gamba. L'unico, per ora, ad essersi salvato, don Emilio Botin, il presidente del Santander, che però ha avuto la fortuna di incontrare dei generosi banchieri italiani che gli hanno fatto incassare con la cessione di Antonveneta il triplo del suo valore e il doppio di quanto speso. Cosicchè può permettersi oggi di chiudere il bilancio 2008 con un utile netto di 8,88 miliardi e di rafforzare i conti con 3.57miliardi di profitti straordinari, la maggior parte dei quali rivenienti dalla cessione delle attività di ABN Amro in Italia.

Tuesday, February 03, 2009

Can che abbaia non morde

Il Presidente Barack Obama da una parte pronuncia parole durissime contro i banchieri perchè nonostante il disastro generale, di cui sono stati i maggiori responsabili, si sono assegnati poco meno di 20 miliardi di dollari di premi nel 2008, e dall'altra si prepara ad aprire le casse federali per fare loro un grazioso cadeau di 2 o 3mila miliardi (o trilioni come preferiscono dire gli americani) di dollari per salvarli.

Sto parlando del piano con il quale verrebbe costituita una Bad Bank che dovrebbe assorbire tutti gli asset tossici, i titoli spazzatura, che sono ancora nei bilanci delle banche americane (e non solo americane) e che le rendono tecnicamente tutte fallite. La "filosofia" sulla quale si basa il piano è che, come dice il Segretario del Tesoro, Geithner,

"We have a financial system that is run by private shareholders, managed by private institutions, and we’d like to do our best to preserve that system."
"Abbiamo un sistema finanziario sostenuto da azionisti privati, gestito da istituzioni private e dovremmo fare del nostro meglio per preservare questo sistema."

Siamo sicuri che non ci sia niente di meglio da fare? Per spiegare il problema, ricorrerò a questo esempio che prendo in prestito da un editoriale sul New York Times del premio Nobel per l'economia Paul Krugman che descrive la posizione di un'ipotetica banca che ha chiamato Gothamgroup, Gotham per brevità.

Sulla carta Gotham ha attività per 2mila miliardi di dollari e passività per 1,9mila miliardi, cosicchè il suo valore netto è pari a 100 miliardi. Ma una sostanziale quota del suo attivo è rappresentata - diciamo 400 miliardi - da derivati su mutui e altra spazzatura tossica. Se la banca cercasse di vendere quegli asset non ne ricaverebbe più di 200 miliardi.

Perciò Gotham è una banca zombie, un morto che cammina: è ancora operativa, ma la realtà è che è già fallita. Le sue azioni non sono completamente prive di valore - essa ha ancora una capitalizzazione di mercato di 20 miliardi di dollari - ma questo valore è interamento basato sulla speranza che gli azionisti vengano salvati dal soccorso del governo.

Perchè il governo dovrebbe salvare Gotham? La risposta è ovvia: il fallimento della Lehman Brothers ha dimostrato che lasciar collassare una grande banca può essere veramente rischioso per la salute dell'economia e un buon numero delle maggiori istituzioni finanziarie sono oggi pericolosamente vicine al ciglio del precipizio.

Le banche hanno bisogno di ricapitalizzarsi. In tempi normali le banche raccolgono capitali vendendo azioni a privati investitori che in cambio ricevono una partecipazione alla proprietà delle banche. Se le banche, nella situazione attuale, non riescono a raccogliere abbastanza capitali da investitori privati, il governo dovrebbe fare quello che farebbe un investitore privato, osserva Paul Krugman: fornire i capitali in cambio di una quota della proprietà.

Allora? Se i contribuenti devono pagare il conto del piano di salvataggio delle banche, per quale ragione essi non devono avere una partecipazione, almeno fintantochè non vengono trovati dei privati compratori? Invece l'amministrazione Obama sembra stia facendo anche l'impossibile per evitare quest'esito, quasi che fosse la peggiore delle sciagure.

Sicuramente lo sarebbe per la lobby dei banchieri che ancora, nonostante Obama alzi la voce, sembra invece avere delle sponde amiche nella sua amministrazione. Infatti se fossero vere le notizie che circolano, il piano di salvataggio conterrebbe due interventi: acquisizione da parte del governo di alcuni asset "cattivi" e garanzie contro le perdite per gli altri asset. Le garanzie rappresenterebbero un gran regalo agli azionisti delle banche; l'acquisizione potrebbe anche non esserlo, se i prezzi fossero "giusti", ma probabilmente, come riportano i quotidiani economici, sarebbero basati su "modelli di stima" piuttosto che su prezzi di mercato, e anche in questo caso il governo farebbe un gran regalo a spese dei contribuenti che in cambio non avrebbero niente, solo titoli che varrebbero quanto la carta straccia.

In Italia siamo maestri in questo genere di salvataggi nei quali si socializzano le perdite e si privatizzano i profitti. I contribuenti si accollano i debiti, mentre ad azionisti e manager amici si lasciano i profitti. Vi ricorda niente questo meccanismo? Non vorrei che Obama, oltre all'olio d'oliva marchigiano, finisse per importare anche la finanza creativa all'italiana.