Monday, December 14, 2009

Wall Street Bandit

Ora è ufficiale. Citigroup vuole restituire 20 miliardi di dollari al governo federale uscendo così il prossimo anno dal programma di salvataggio TARP. Come avverrà l'operazione? Con un aumento di capitale da 20 miliardi con i quali verrà riacquistato il pacchetto di azioni privilegiate del valore di 20 miliardi in mano del governo.

Ricordo che lo scorso anno Citigroup ha ricevuto attraverso il TARP 45 miliardi di dollari di cui 20 convertiti in azioni privilegiate e 25 in azioni ordinarie che hanno permesso allo Stato di detenere una quota pari al 34% della banca.

Oggi, con notevole faccia tosta, il chief executive del gruppo, Vickram Pandit, detto anche, e a ragione, Bandit, ha dichiarato che "abbiamo un debito di gratitudine nei confronti dei contribuenti americani e riconosciamo il nostro obbligo di sostenere la ripresa economica dando credito e assistenza ai proprietari di case e a tutti i debitori in difficoltà".

Sarà quindi per questo spirito civico e patriottico che non ripaga gli altri 25 miliardi di dollari in azioni ordinarie che sicuramente varranno molto di meno dopo l'aumento di capitale? O non è piuttosto per dare un'altra fregatura ai contribuenti americani che si vedranno svalutata la loro quota per effetto della diluizione?

Bandit con questa operazione vuole prendere due piccioni con una fava: diminuire la quota in mano statale e svincolarsi così dalle stringenti regole, dettate dal governo, che hanno bloccato il pagamento dei bonus ai manager di quelle banche inserite nel programma TARP. Già, c'è anche da evitare che passino alla concorrenza quei brillanti dipendenti che hanno contribuito con grande professionalità a condurre il gruppo sull'orlo del fallimento.

Riuscirà il nostro eroe a realizzare il suo piano? Visto come sono andate finora le cose nella gestione di questa crisi da parte di Geithner & Co non ci dovremmo meravigliare poi tanto di assistere anche a questa beffarda conclusione.

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Monday, October 26, 2009

Roulette russa

Se se ne parla vuol dire che il rischio c'è. E non riguarda solo Citi group o Bank of America. "Se sono troppo grandi per fallire, vuol dire che sono troppo grandi" dice Greenspan, e a ragione, anche se l'ex presidente della Fed ha esaurito ormai ogni credibilità. A guardare il dibattito che si sviluppa ai massimi livelli governativi e tra gli addetti ai lavori negli Stati Uniti un nuovo scossone ai mercati finanziari sembrerebbe ineluttabile ed imminente.

C'è il vecchio e saggio Paul Volcker, apprezzato ex presidente della Fed e membro del team economico di Obama, che propone uno spezzatino preventivo e una separazione delle attività prettamente bancarie da quelle di bank investment delle cinque maggiori entità creditizie americane. Il che significa ad esempio che Bank of America dovrebbe scorporare e mettere sul mercato le attività ereditate da Merrill Lynch, JPMorgan Chase gli asset ricevuti da Bear Stearns e Goldman Sachs dovrebbe rinunciare al suo status di holding bancaria.

Purtroppo l'amministrazione Obama non è dello stesso avviso e la sua politica rimane pericolosamente attendista, ben attenta a non pestare i calli ai banchieri di Wall Street. Così da una parte si lanciano proclami demagogici sui bonus dei banchieri, dall'altra non si fa nulla per evitare il pericolo di un probabile collasso, continuando nella politica dei rinvii che finora è servita solo a nascondere la polvere sotto il tappeto.

Così si aspetta il casus belli, che l'entità più traballante, probabilmente Citi group, si trovi in difficoltà tale che il governo, il suo maggior azionista, dovrà intervenire vendendo i gioielli di famiglia per pagare i creditori, lasciando con un palmo di naso gli azionisti. Oppure peggio ricorrere di nuovo ad aiuti di Stato nell'attesa che passi la tempesta. Intanto le cinque big continuano ad incrementare i loro profitti giocando al tavolo dei derivati, il cui mercato è cresciuto dieci volte tanto rispetto a quando è scoppiata la crisi. Insomma siamo alla roulette russa.

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Friday, June 19, 2009

Il Piano Regolatore

Il Regulatory plan del duo Geithner-Summers, la Grande Riforma dei mercati finanziari, è riuscito a scontentare sia i sostenitori che gli avversari del Presidente americano che pure ha deciso di spenderci in prima persona la sua autorevole faccia. Secondo Barry Ritholtz, che si schiera al centro, tra i pragmatici, lo spropositato tomo di oltre ottanta pagina si distingue per il gran numero delle mezze misure e l'assenza di quelle che sarebbero state necessarie per prevenire il ripetersi della crisi.

Some very obvious omissions from the plan include:

1) No major changes for the ratings agencies!

This is a giant WTF from the White House. It implies that the team in charge STILL does not understand how the problem occurred.

The ratings agencies are not the only bad actors, but they are a BUTFOR – but for the rating agencies putting a triple A on junk paper, many many funds could not have purchased them, the number of mortgages securitized would have been much less, the insatiable demand on Wall Street for mortgage paper would have also been much lower.

Why is this important? If mortgages originators couldn’t sell a mass amount of loans, they would not have had the need to give a mortgage to anyone who could fog a mirror — and that means no Liar Loans, no NINJA loans, and no huge subprime debacle.

Better Solution: Take apart the ratings oligopoly! Eliminate the Pay for Play/Payola structure. Strip Moody’s S&P and Fitch from their uniquely protected status — they have proven they are neither worthy nor competent. Open up ratings to competition –including open source.

2) Turn Derivatives into Ordinary Financial Products: The Obama team does a series of minor steps for Derivatives, but they don’t go far enough.

Better Solution: Force derivatives to be traded like option/stocks, etc. (including custom one off derivatives) Trade them only on Exchanges, full disclosure of counter-parties, transparency and disclosure of open interest, trades, etc. REQUIRE RESERVES LIKE ANY OTHER INSURANCE PRODUCT.

3) If they are too big to fail, make them smaller.”

That is the famous quote from Nixon Treasury Secretary George Shultz, and it applies to the banks as well as insurers, Fannie & Freddie, etc.

We have a situation where 65% of the depository assets are held by a handful of huge banks - most of wom are less than stable. The remaining 35% is held by the nearly 7,000 small and regional banks that are stable, liquid, solvent and well run.

Better Solution: Have real competition in the banking secrtor. Limit the size fo the behemoths to 5% or even 2% of total US deposits. Break up the biggest banks (JPM, Citi, Bank of America)

4) The Federal Reserve, Despite its Role in Causing the Crisis, Gets MORE Authority:

Under Greenspan, the Fed did a terrible job of overseeing banking, maintaining lending standards, etc. Why they should be rewarded for this failure with more resposibility is hard to fathom. Yet another example of rewarding the incompetent.

Better Solution: Have the Fed set monetary policy. They should provide advise to someone else — like the FDIC — who haven’t shown gross incompetence.

5) Require leverage to be dialed back to its pre-2004 levels. Have we even eliminated the Bears Stearns exemption yet? This was a 2004 SEC decision to exempt five biggest banks from the mere 12 to 1 prior levels. Note that all 5 are either gone, acquired or turned into holding companies.

Better Solution: 12-to-1 should be enough leverage for anyone . . .

6) Restore Glass Steagall: The repal of Glass Steagall wasn’t the cause of the collapse, but it certainly comntributed to the crisis being much worse.

Better Solution: Time to (once again) separate the more speculative investment banks from the insured depository banks.

All of which suggests that the status quo preserving, sacred cow loving, upward failing duo of Lawrence Summers and Tim Geithner are still in control of economic policy. The more pragmatic David Axelrod and the take-no-prisoners, don’t-give-a-shit-about-Wall Street Rahm Emmanuel have yet to assert authority over the finance sector.

Non così demolitorio il giudizio di Paul Krugman che pur avanzando riserve dello stesso tenore si salva in corner con un bel "molto meglio che niente". Per quel che mi riguarda e per quel che può contare la mia opinione avrete capito che sono convinto che il piano è destinato a fare la fine della spazzatura e che comunque ci penserà la invincibile lobby dei banchieri di Wall Street e dintorni a svuotarlo di quel poco di significativo che contiene attraverso gli emissari che siedono al Congresso.

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Thursday, June 18, 2009

Il grande inganno

Fu del mondo, ad ogni tratto,
lo spavento e la paura;
fu per lui la gran ventura
morir savio e viver matto.


Annunciata con grande enfasi dall'amministrazione Obama e dai media di tutto il mondo arriva la Grande Riforma dei mercati. Vista la fine fatta da altre regole, come quelle che condizionavano l'utilizzo dei fondi del TARP o altri grandiosi piani mai attuati come il PPIP (quello che ci avrebbe dovuto liberare dei titoli tossici delle banche americane) lasciatemi accogliere con un certo scetticismo questa nuova versione del campo dei miracoli del premiato duo Geithner-Summers, il Gatto e la Volpe, ormai sempre più rassomiglianti a Gianni e Pinotto.

In attesa che le nuove regole vengano smontate, svuotate e liquidate dalle pressioni della invincibile lobby dei banchieri di Wall Street e dintorni e che Obama sia costretto a fare l'ennesima retromarcia venduta come un radioso successo, si scatena il classico teatrino di analisi, commenti, pareri pro o contro, critiche, suggerimenti, idee bislacche. Questa volta non mi farò irretire dall'abile strategia fumogena di chi vuol fare finta di cambiare tutto per non cambiare nulla.

Non mi iscriverò al dibattito, non farò il loro gioco, non perderò il mio tempo dietro l'ombra di fantasmi che scompaiono alla prime luci dell'alba. Seguirò comunque le mirabolanti avventure di Don Chisciotte della Mancia e Sancho Panza che fingono di lottare contro i mulini a vento. Aspetteremo il G8, il parere della Merkel e Sarkozy. Aspetteremo la prossima ondata della tempesta perfetta. Tra qualche mese, forse, staremo ancora qui a parlare del grande inganno e la montagna finalmente potrà partorire il suo topolino.

Update
A volte le rivoluzioni culturali si fanno proprio perchè nulla cambi. Che altro fu la più famosa di tutte, quella di Mao, se non il modo di rafforzare il controllo e il dominio del partito comunista sulla società cinese? L'apparato economico-finanziario americano aveva bisogno di qualcuno che controllasse le masse dei futuri diseredati, i milioni di disoccupati, quelli che avrebbero perso casa e lavoro, i contribuenti incazzati per essere chiamati a ripianare i debiti dei banchieri. Chi meglio di un presidente di colore, liberal e capace di vendere un sogno? Purtroppo il nuovo, non a chiacchere e in retorica, si riassume tutto in una emblematica affermazione di Obama sulla situazione in Iran, "in fondo non sarebbe cambiato molto per noi se a vincere fosse stato l'altro candidato". Tutto qui? Nulla da dire sull'eroica lotta per la libertà e la democrazia di milioni di cittadini iraniani? Niente da fare? A questo si è ridotto il sogno americano?

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Thursday, May 07, 2009

Stress test, atto finale

Dunque questa sera a mercati chiusi (alle 17 ora di New York, alle 23 ora di Roma) verranno resi noti da Fed e Tesoro americano, i risultati definitivi (leggi: "concordati") degli stress test ma è ormai chiaro che tutta la vicenda è stata un'abile messinscena degli onnipotenti banchieri di Wall Street e dei loro maggiordomi al governo, per raggiungere diversi obbiettivi che possono essere sintetizzati nel concetto di continuare ad andare avanti senza cambiare nulla, o, come possiamo dire con una frase a noi italiani più familiare, fare finta di cambiare per non cambiare nulla.

Gli stress test non serviranno davvero a mettere in sicurezza le 19 maggiori entità finanziarie americane di fronte ad uno scenario avverso dell'economia. Ma sono utilissimi a tranquillizzare i mercati su due aspetti. In primo luogo, nonostante 65 miliardi di dollari (la cifra complessiva che dovrebbero raccogliere le banche esaminate) non siano noccioline, non sono nulla rispetto alle infusioni di capitale immesse nel sistema dal governo (700 miliardi) e dalla Fed (qualche trilione). In secondo luogo quei capitali possono essere raccolti facilmente con un artificio contabile, trasformando le azioni privilegiate in mano al governo in azioni ordinarie.

Poco importa che lo stesso governo, a seguito della trasformazione, arrivi a detenere una quota di capitale, in qualche banca, superiore al 50%, perchè Geithner e lo stesso Obama l'hanno ripetuto in tutte le salse che non ci sarà nazionalizzazione. Tu chiamala se vuoi nazionalizzazione ma non è nazionalizzazione. Certo aumenta l'influenza dello Stato nelle scelte aziendali. Basta guardare alla vicenda dell'acquisizione di Merrill Lynch da parte di Bank of America. Ma che senso ha che lo Stato si metta a fare il banchiere se già lo Stato è governato dai banchieri?

E infatti nelle banche che contano manager e banchieri sono rimasti al loro posto e si preparano ad una nuova stagione di bolle e di superbonus, mentre azionisti e obbligazionisti non hanno perso il loro status e i loro diritti come invece è avvenuto nelle banche più piccole che sono fallite dal 2008 ad oggi (25 banche nel 2008, 29 da gennaio ad aprile di quest'anno) e che, una volta ripulite e risanate, sono state vendute a pezzettini alle 19 sorelle maggiori che hanno visto così aumentare la loro fetta di mercato e hanno potuto presentare, quasi tutte, "profitti al di sopra delle attese" e confortanti risposte agli stress test.

Ora non resta che aspettare che questa gigantesca operazione di occultamento della polvere sotto i tappeti dia i suoi frutti avvelenati e di qui a qualche mese arrivi una nuova Lehman Brothers a presentare il conto. Allora però non sarà più il tempo del "troppo grande per fallire" ma la nuova stagione del "troppo grande per esistere". Come sempre e come dicono nei mari là dove navigano gli iceberg della finanza, la Verità è figlia del tempo.

Update. Secondo la Fed potrebbero arrivare a 599 miliardi di dollari le possibili perdite delle 19 banche sottoposte all'esame, mentre la ricapitalizzazione complessiva cui dovranno adeguarsi 10 di loro viene quantificata in 74,6 miliardi e non 65 miliardi come da me sopra scritto. Vista la metodologia utilizzata cambia poco. Questo test serve solo a tranquillizzare i mercati come hanno messo da settimane in evidenza la maggior parte degli analisti e dei blog che se ne sono occupati. Al coro dei perplessi si unisce anche il Wall Street Journal.

Per gli appassionati di numeri e grafici segnalo queste tabelle.

Fine.

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Saturday, April 25, 2009

Gli stress test che non stressano

Continua la saga degli stress test con la divulgazione, ieri, da parte della Fed, della relativa metodologia, mentre i risultati saranno resi noti a partire dal 4 maggio. La Fed non ha voluto rivelare quali siano le 19 banche sottoposte al test. In compenso ha dichiarato che qualsiasi banca che fosse invitata, a seguito dei risultati ottenuti, a raccogliere nuovi capitali, non dovrebbe essere considerata insolvente o prossima al fallimento.

La precisazione preoccupa alquanto perchè resta difficile pensare che sia possibile non superare questi test che dovrebbero misurare le criticità di una banca sottoposta a ipotetiche condizioni avverse dell'economia nel prossimo anno, quando è chiarissimo che si tratta di un'operazione di manipolazione e, come già detto in altro post, i reali dati macroeconomici del 2009 sono già peggiori di quelli che disegnano lo scenario più avverso negli stress test, come è possibile verificare dalla stessa documentazione della Fed. (Cliccate sull'immagine per ingrandirla)






Tasso di crescita, tasso di disoccupazione e svalutazione del prezzo delle case, sono attualmente già peggiori di quelli che stanno alla base dello scenario previsto. Quindi questi stress test o sono inutili in partenza perchè non stressano le banche esaminate o nel caso non fossero superati da qualche banca vorrebbe dire che quelle banche sono già fallite.

Fonte: Federal Reserve

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Tuesday, April 21, 2009

Prognosi riservata

Da ilsussidiario.net

Il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) rivede nuovamente al rialzo il costo della crisi finanziaria: le svalutazioni, entro il 2010 - afferma nel Global Financial Stability Report - «potrebbero raggiungere i 4.000 miliardi di dollari, di cui due terzi facenti capo alle banche».

Del totale fanno parte, per la prima volta, gli asset originati in tutti i mercati e non solo in quello americano, per il quale la stima delle potenziali perdite è stata portata a 2.700 miliardi, dai 2.200 miliardi di gennaio 2009 e i 1.400 miliardi di ottobre.

«Il sistema finanziario globale - aggiunge l'Fmi - resta sotto un severo stress a fronte di una crisi che riguarda famiglie, aziende e banche sia nelle economie avanzate che in quelle emergenti». «Il processo di deleveraging - aggiunge - sarà lento e doloroso nonostante le misure prese».


Se è vero che il sistema finanziario americano ha digerito finora 920 miliardi di svalutazioni, ne mancano all'appello, per gli Stati Uniti, ancora quasi 1.800 miliardi e quindi siamo solo appena al 30%, altro che restituzione degli aiuti ricevuti con il TARP! Tanto è vero che il Segretario del Tesoro Geithner, proprio oggi, in un'intervista riportata dal Wall Street Journal, nell'escludere la restituzione del TARP solo sulla base dello stato di salute di singole banche, fa capire che la prognosi del sistema finanziario è ancora riservata:

"Vogliamo essere sicuri che il sistema finanziario non sia solo stabile, ma anche che non determini una più profonda contrazione dell'attività economica. Dobbiamo avere abbastanza capitale sufficiente a sostenere una ripresa."


Ma le stime del FMI sono paradossalmente ottimistiche, checchè ne dica Tremonti, e potrebbero essere destinate a crescere ulteriormente se peggiorasse la crisi dei paesi dell'Est Europa. L’Europa infatti ha in mano ben il 74% di tutti i 5 mila miliardi di dollari di prestiti fatti in quei Paesi: le banche europee sono 5 volte più esposte rispetto a quelle statunitensi e giapponesi su questo fronte e hanno una leva finanziaria (il loro passivo totale rispetto al patrimonio netto della banca) pari al 150% delle banche statunitensi e giapponesi.

Questo è l'avvertimento che lancia il report del FMI secondo il quale «i collegamenti» fra Est e Ovest «creano un ciclo di azioni e reazioni che potrebbero esacerbare la crisi».

La maggior parte delle economie emergenti europee - spiega l'Fmi - sono infatti dipendenti dalle banche del Vecchio Continente occidentale che, di fatto, possiedono molti degli istituti di credito dell'Europa dell'Est.

«Le banche madri - si legge nel rapporto - sono concentrate in pochi paesi (Austria, Belgio, Germania, Italia, Svezia). E questi collegamenti creano un ciclo di azioni e reazioni tra i Paesi dell'Europa emergente e quelli occidentali che potrebbe esacerbare la crisi».

Gli esperti del Fondo osservano che «il deterioramento delle condizioni finanziarie delle sussidiarie dell'Europa dell'Est influenza la liquidità e la posizione di capitali delle banche-madri, e questo a sua volta ha portato non solo ad un abbassamento del rating e a più alti costi, ma ha ridotto di fatto la capacità di finanziamento proprio delle sussidiarie».

Altro che luci e bagliori di speranza in fondo al tunnel!

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Wednesday, April 15, 2009

Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno

Il trio Obama-Bernanke-Geithner vede piccoli e timidi segnali di ripresa. Ottimismo a tutti i costi e da tutti i pori è la strategia del momento insieme ai bilanci truccati, gli stress test che diventeranno spot test o pubblicità ingannevole, fate voi, perchè come ammette ingenuamente un funzionario del Tesoro americano "devono servire a tranquillizzare il pubblico non a scatenare il panico". Altrimenti come potrebbero le banche convincere tanti investitori a sottoscrivere un bell'aumento di capitale?

E' la strategia della comunicazione che conosciamo bene: ripeti una balla all'infinito ed essa diventerà la verità. Non è un caso che Bernanke abbia annunciato che moltiplicherà i briefing con la stampa. La realtà sono le dichiarazioni delle autorità, le conferenze stampa, mentre al contrario tutto il resto, dati, numeri, fatti, è diventato virtuale e inattendibile, un'invenzione di economisti paranoici e di istituti di ricerca che danno i numeri al lotto.

Non so se questo atteggiamento pagherà anche alla lunga o se qualcuno alla fine tirerà fuori i forconi. Credo poco a questa seconda ipotesi, almeno a breve: basta guardare all'oblio nel quale sono cadute tutte le rassicurazioni, le svolte, le riprese dietro ogni angolo che ci hanno propinato in questi ormai 21 mesi di tempesta perfetta economisti, analisti e politici di ogni ordine e grado. La discesa è andata avanti inarrestabile, nell'impunità dei responsabili, di chi doveva vigilare e non ha vigilato, gli stessi che continuano a governare i nostri destini.

La situazione però ricorda quell'episodio in cui Bertoldo, condannato a morte, riesce a ingannare per un pò il boia avendo espresso l'ultimo desiderio di potersi scegliere l'albero al quale essere impiccato. Di albero in albero, il furbo contadino riesce ad evitare l'esecuzione così come chi sta gestendo la crisi pensa di esorcizzarla con fantasmatici segnali di ripresa per evitare la resa dei conti in nome e per conto di quei banchieri che l'hanno provocata e vorrebbero ristabilire lo stesso ordine di prima.

Ci riusciranno? Possibile che riescano a tirare le cose per le lunghe, producendo altri danni peggiori, ma alla fine rimarrà un solo albero, l'ultimo, e dovranno arrendersi alla ferrea legge dei dati e dei fatti che vorrebbero cancellare: aumento della disoccupazione, caduta dei prezzi al consumo e della produzione industriale, diminuzione delle vendite al dettaglio, dei prezzi delle case e l'ondata di pignoramenti in arrivo questo mese (si stima un + 40%). Questi crudi dati ci dicono purtroppo che non abbiamo ancora toccato il fondo. Il resto è solo propaganda.

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Thursday, April 09, 2009

Geithner e l'aritmetica, il Super Tim game

Altra variante matematica del gioco inventato dal Segretario del Tesoro, Tim Geithner, per ripulire le banche americane dai titoli tossici. In questo gioco a vincere sono sempre gli azionisti e i creditori, a perdere i contribuenti. Per far parte della squadra vincente bisogna possedere asset tossici possibilmente valutati secondo il nuovo modello del mark-to-fantasy.

Questa volta mi evito il faticoso lavoro di traduzione e vi invito a leggere le istruzioni del gioco pubblicate da Phastidio.net. Potete trovare le altre versioni del gioco nel mio blog, sotto l'etichetta "geithner".

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Tuesday, April 07, 2009

Geithner e l'aritmetica, come prima, più di prima

Il piano Geithner per ripulire le banche dagli asset tossici ha prodotto una vasta letteratura di approfondimenti matematici di cui pure vi ho dato conto in questo blog (vedi etichette alla voce Geithner) ma quella che Jeff Sachs propone è una novità in assoluto e merita di essere presa in considerazione.

Sachs, non solo lui per la verità, sospetta che una banca potrebbe creare una società collegata che compri asset cattivi pagandoli molto più del loro valore e usando soldi presi in prestito dai contribuenti, poi dichiara fallimento, trasferendo così definitivamente i soldi dei contribuenti nelle tasche degli azionisti della banca, in quanto il prestito ricevuto è no-recourse (chi ha dato il prestito può rivalersi solo sulla garanzia sottostante, cioè sul titolo tossico privo di valore). Ma vediamo il suo esempio matematico.

Considerate un asset tossico posseduto da Citibank con un valore nominale di 1 milione di dollari, ma con probabilità zero di produrre alcun pagamento, e perciò con valore di mercato pari a zero. Un potenziale acquirente esterno non pagherebbe nulla per un tale titolo.

Supponete, tuttavia, che la stessa Citibank crei un Citibank Public-Private Investment Fund (CPPIF), entro le condizioni poste dal piano Geithner-Summers. Il CPPIF offrirà 1 milione di dollari per un titolo senza valore, perché può prendere a prestito 850.000 dollari dalla FDIC, ed ottenere altri 75.000 dollari dal Tesoro per l'acquisto! Citibank dovrà metterci solo i 75.000 dollari mancanti al totale.

Citibank perciò riceve 1 milione per un asset senza valore, mentre il CPPIF si ritrova con un titolo del tutto privo di valore a fronte di 850.000 dollari di debito con la FDIC. Il CPPIF poi dichiara tranquillamente bancarotta mentre Citibank esce di scena con un bel milione di dollari. L’utile netto di Citibank sull’operazione è di 925.000 dollari (ricordate che la banca ha investito solo 75.000 dollari nel CPPIF), ed i contribuenti perdono 925.000 dollari.


Un imbroglio da 2 o 3 mila miliardi di dollari, per cui il giovane Tim potrebbe scalzare, di diritto, persino quel dilettante di Bernie Madoff nella speciale classifica delle truffe del secolo.

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Tuesday, March 31, 2009

Fuori dal tunnel?

Se le banche grazie all'iniezione di centinaia di miliardi di dollari e alle misure prese dai governi al di qua e al di la dell'oceano sono fuori pericolo, come affermano in questi giorni molti gestori ed analisti ubriacati dai sussulti di borsa, allora perchè gli spread dei Credit Default Swap (CDS) che scommettono sul default dei grandi gruppi bancari americani sono arrivati alle stelle?



Prova a spiegarcelo questo articolo sul Wall Street Journal, in cui i due autori affermano che una delle ragioni più plausibili è che i creditori - diversamente da chi specula in borsa - sono spaventati dalla richiesta di nuove regole fatta al Congresso da Tesoro e Fed che, alla fine dei giochi, permetterebbero al governo di pilotare qualcosa di simile, ma potenzialmente migliore da un punto di vista sociale, ad una procedura fallimentare delle maggiori istituzioni finanziarie americane.

Ma se le cose stanno veramente come ci spiegano i due economisti autori dell'articolo, allora il piano Geithner è solo uno specchietto per le allodole - in questo caso per tranquillizzare i mercati -, lo stato di salute dei big del credito americani è molto più grave di quanto vogliano farci credere e tra qualche mese avremo un altro Settembre nero che in confronto il fallimento della Lehman Brothers sembrerà solo un giro sull'ottovolante.

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Saturday, March 28, 2009

Paul Krugman e "la mistica del mercato"

Lunedì, Lawrence Summers, il capo del Consiglio Nazionale dell'Economia, ha risposto alle critiche sul piano Obama che prevede di sovvenzionare i privati per l'acquisto di asset tossici. "Io non conosco nessun economista", ha dichiarato, "che non creda sia una buona idea avere un mercato dei capitali meglio funzionante con la vendita di quegli asset."

Lasciamo da parte per un momento la questione se un mercato in cui gli acquirenti devono essere comprati per partecipare può davvero essere descritto come "meglio funzionante." Anche per questo, Summers ha bisogno di essere meglio informato. Un buon numero di economisti infatti ha riesaminato il suo parere favorevole sui mercati dei capitali e delle attività commerciali alla luce della crisi attuale.

Ma è diventato sempre più chiaro nel corso degli ultimi giorni che gli alti funzionari dell'amministrazione Obama sono ancora dominati dalla mistica del mercato. Credono ancora nella magia del mercato finanziario e nelle abilità dei maghi che eseguono quella magia.

La mistica del mercato non ha sempre dominato la politica finanziaria. L'America emerse dalla Grande Depressione con un sistema bancario ben regolamentato, che faceva una finanza seria, anche noiosi affari. Le Banche attraevano i depositanti fornendo loro sedi appropriate magari con un tostapane o due in regalo; usavano il denaro attratto in questo modo per fare prestiti, e questo era tutto.

E il sistema finanziario non era solo noioso. Era anche, per gli standard attuali, di piccola dimensione. Anche durante gli "anni a go-go" del mercato rialzista negli anni '60, finanza e assicurazioni insieme rappresentavano meno del 4 per cento del PIL. La relativa mancanza d'importanza della finanza si rifletteva nel listino dei titoli che componevano l'indice del Dow Jones, che fino al 1982 non aveva contenuto una sola società finanziaria.

Tutto ciò suona come primitivo secondo gli standard odierni. Eppure quel noioso, primitivo sistema finanziario fu al servizio di un'economia che raddoppiò il livello di vita nel corso di una generazione.

Dopo il 1980, naturalmente, emerse un sistema finanziario molto diverso. Nell'era del trionfo della cultura Reaganiana della deregolamentazione, l'ormai antiquato modo di fare banca è stato progressivamente sostituito dalla circolarità e dall'attività commerciale su larga scala. Il nuovo sistema è stato di gran lunga superiore al vecchio regime. Alla vigilia della crisi attuale, la finanza e le assicurazioni rappresentavano l'8 per cento del PIL, più del doppio della loro quota nel 1960. All'inizio dello scorso anno, il Dow conteneva cinque società finanziarie - giganti come AIG, Citigroup e Bank of America.

E la finanza è diventata tutt'altro che noiosa. Ha attratto molte delle nostre menti più acute e ha reso pochi eletti immensamente ricchi.

A caratterizzare il nuovo affascinante mondo della finanza è stato il processo di cartolarizzazione. I prestiti non sono più rimasti con il creditore. Invece, sono stati venduti ad altri, che facendo a fette, a dadini e purea i singoli debiti li sintetizzavano in nuovi asset. Mutui subprime, carte di credito, di debito, prestiti auto - tutto è andato nel frullatore del sistema finanziario da cui, apparentemente, sono usciti fuori dolci investimenti con la tripla AAA. E i maghi della finanza sono stati lautamente ricompensati per la supervisione di tutto il processo.

Ma i maghi sono stati anche imbroglioni, sia che sapessero o no, e la loro magia si è rivelata niente più di una collezione di trucchi a basso costo. Soprattutto, la promessa-chiave della cartolarizzazione - che avrebbe dovuto rendere il sistema finanziario più solido diffondendo più ampiamente il rischio - si è rivelata essere un inganno. Le banche hanno utilizzato la cartolarizzazione per aumentare il loro rischio, non per ridurlo, e in questo processo hanno reso l'economia più, non meno, vulnerabile allo sfacelo finanziario.

Prima o poi, le cose erano destinate ad andare male, e, alla fine, ci sono andate. Bear Stearns è fallita; Lehman è fallita; ma soprattutto, la cartolarizzazione è fallita.

Il che ci riporta all'approccio della crisi finanziaria da parte dell'amministrazione Obama.

Gran parte della discussione sul Piano per gli asset tossici si è concentrata sui dettagli e l'aritmetica, ed è giusto così. Al di là di questo, però, ciò che colpisce è la visione espressa sia nel contenuto del piano finanziario che nelle dichiarazioni dei funzionari del governo. In sostanza, l'amministrazione sembra credere che, una volta tranquillizzati gli investitori, la cartolarizzazione - e l'attività creditizia - possano riprendere da dove hanno lasciato, un anno o due fa.

Per essere onesti, i funzionari hanno chiesto anche una maggiore regolamentazione. Infatti, Giovedì, Tim Geithner, il segretario del Tesoro, ha esposto i piani per una migliore regolamentazione che, non molto tempo fa, sarebbe stata considerata una proposta radicale.

Ma la visione resta quella di un sistema finanziario più o meno uguale a quello di due anni fa, anche se un pò imbrigliato con nuove norme.

Come si può intuire, non condivido questa visione. Non credo che questo sia solo un caso di panico finanziario; credo che questa crisi rappresenta il fallimento di un intero modello di fare banca, di un settore finanziario cresciuto troppo che ha fatto più danni che bene. Non credo che l'amministrazione Obama possa resuscitare la cartolarizzazione, e credo non dovrebbe nemmeno tentarlo.

Link al testo originale
The Market Mystique
By PAUL KRUGMAN
Published: March 26, 2009
New York Times
Traduzione di Perestroika

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Friday, March 27, 2009

Per il Dr.Doom il piano Geithner non è alternativo alle nazionalizzazioni

In un'intervista rilasciata al blog economico del New York Times, DealBook, Nouriel Roubini, alias Dr.Doom, dà una lettura abbastanza interessante e al di fuori degli schemi del piano Geithner, sostenendo che il piano del Segretario del Tesoro americano non costituisce un'alternativa alla nazionalizzazione. Dal suo punto di vista, le banche insolventi dovrebbero essere nazionalizzate e ad esse non dovrebbe essere applicato il piano Geithner, mentre quelle solvibili dovrebbero comunque liberarsi degli asset tossici e il piano Geithner è la soluzione migliore di ogni altra alternativa.

Secondo l'economista quelli che bocciano il piano Geithner perchè preferiscono la nazionalizzazione hanno ragione sul fatto che le banche insolventi dovrebbero essere nazionalizzate ma non spiegano come quelle solvibili dovrebbero sbarazzarsi dei titoli tossici. Inoltre coloro che criticano il piano Geithner in quanto non lo ritengono una valida soluzione per i titoli tossici delle banche solvibili dovrebbero proporre un'alternativa che funzioni e meno costosa per il governo di quanto lo sia il piano Geithner.

In un altro articolo pubblicato sul suo blog Nouriel Roubini interviene invece sul problema delle regole e sostiene l'urgenza di dare il via libera ad una legislazione speciale che permetta una nazionalizzazione regolamentata delle banche e delle istituzioni finanziarie insolventi. Se questo particolare regime fosse stato in vigore un anno fa, dice Roubini, si sarebbero evitati i costosi salvataggi di Bear Stearns e AIG e si sarebbe potuto evitare il disordinato collasso seguito al fallimento di Lehman Brother.

Allo stesso modo oggi, non appena eseguito lo stress-test, alcune grandi e importanti banche del sistema (e le loro holding e divisioni finanziarie non-bancarie) dovrebbero essere nazionalizzate. Per farlo disciplinatamente, insiste il Dr. Doom, abbiamo assolutamente bisogno di applicare a queste entità lo speciale regime applicato nel caso di Fannie e Freddie. Perciò per acquisire ordinatamente le grandi banche insolventi e minimizzare i costi fiscali, i danni finanziari collaterali e il rischio sistemico di questo tipo di acquisizione occorre far passare subito questa legislazione e il Congresso deve farlo subito.

La luce in fondo al tunnel, conclude Nouriel Roubini, potrebbe essere quella di una ripresa dopo una lunga e terribile recessione globale a forma di U oppure quella della carcassa del treno di una semi-depressione globale a forma di L. Evitare la L è possibile ma richiede molta più coerenza ed una più aggressiva azione politica negli Stati Uniti, in Cina e nel resto del mondo. Beh, è già una fortuna che il Dr.Doom non veda in quella luce i lampi di una nuova tempesta in arrivo.

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Thursday, March 26, 2009

Il piano B

Il piano Geithner è stato vivisezionato in lungo e in largo ma ci sono due o tre aspetti che forse non sono stati sottolineati abbastanza e che determineranno il suo fallimento. Un primo punto lo avevo già evidenziato.

Consideriamo poi due casi di banche "venditrici". Una in cui i titoli illiquidi non incidano significativamente sul bilancio e l'altra in cui invece siano parte consistente dell'attivo.

Nella prima ipotesi la banca tenderà a sbarazzarsi solo dei titoli il cui valore sia prossimo allo zero. In questo caso il meccanismo messo in piedi diventa un gigantesco terno al lotto o se preferiamo un Superenalotto di Ponzi in cui a vincere sarà solo il banco, o meglio la banca che incasserà i soldi dei contribuenti, con il Tesoro che non riavrà indietro i suoi prestiti ma solo carta straccia e gli investitori privati che comunque il loro 15% ce l'avranno rimesso.

Nel secondo caso invece la banca starà molto attenta a liberarsi dei titoli, e quindi a partecipare alla lotteria, per evitare di svalutare il suo attivo e di finire in una situazione di insolvenza.

Una terza problematica è quella toccata da Simon Johnson in un Forum d'eccezione con Brad DeLong, Mark Thoma e Paul Krugman: cosa succede se il piano Geithner fallisce ma fallisce nel senso che le offerte dei compratori sono più basse del prezzo di riserva del venditore con la conseguenza che gli asset tossici non vengono venduti? La vera domanda allora diventa: Geithner e Bernanke hanno pronto, in questo caso, un piano B?

Brad DeLong, moderatamente a favore del piano, sebbene lo ritenga insufficiente, pensa che se il piano fallisce il governo probabilmente sarà nella condizione migliore per andare avanti sulla strada della nazionalizzazione mentre Paul Krugman è fortemente contrario al piano perchè pensa che fallirà e non ci sarà nessun piano B perchè dopo il suo fallimento il governo non avrà più la credibilità politica per chiedere altri soldi al Congresso.

Bene o male che vada sarà comunque uno sperpero di denaro pubblico regalato a Wall Street per prolungare l'agonia di un sistema fallito mentre in sottofondo aumenta il fragore delle presse della Fed che lavorano giorne e notte a stampare miliardi di dollari.

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Wednesday, March 25, 2009

Un piccolo dettaglio

Navigando tra le tante obiezioni opposte al Piano Geithner una, che non trova risposta nelle argomentazioni dei suoi (pochi) difensori, mi ha particolarmente colpito.

I titoli tossici nella pancia delle banche hanno un valore nominale di svariate decine di migliaia di miliardi di dollari. Come si pensa di risolvere il problema della solvibilità delle banche con la "miseria" di mille miliardi?

Un piccolo dettaglio? Sarà, ma è proprio nei dettagli che si nasconde sempre il Diavolo.

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Tuesday, March 24, 2009

Geithner e l'aritmetica (2)

Un altro esempio matematico di quella che appare come la più grande rapina, non del secolo ma della storia, ai danni dei contribuenti americani e un colossale regalo a private equity, hedge fund, azionisti di banche zombie, banchieri e amici degli amici di Geithner.

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Monday, March 23, 2009

Geithner e l'aritmetica

Ancora il Premio Nobel Paul Krugman:

Lasciate da parte la questione se il piano Geithner è o meno una buona idea. Una cosa nel modo in cui viene presentata è chiaramente falsa: i funzionari dell'amministrazione continuano a dire che non c'è nessuna sovvenzione, che gli investitori avrebbero partecipazioni di valore ridotto. Questo non è vero. Perché? A causa dei prestiti no-recourse, che finanzieranno l'85 per cento delle attività acquistate.

Permettetemi di offrire un esempio numerico. Supponiamo che ci sia un asset di incerto valore: potrebbe valere 150 o 50. Quindi il valore previsto sarà di 100.

Ma supponiamo che io posso comprare questo asset con un prestito no-recourse pari all'85 per cento del prezzo d'acquisto. Quanto potrei essere disposto a pagare per quell'asset?

La risposta è: poco più di 130. Perché? Tutto quello che dovrei metterci sarebbe il 15 per cento del prezzo, cioè 19,5, se l'asset costa 130. Questo è il massimo che posso rimetterci. D'altro canto, se l'asset raggiungesse un valore di 150, io guadagnerò 20. Quindi sarà un buon affare per me.

Si noti che la quota di partecipazione azionaria del governo non importa - il calcolo è lo stesso se gli investitori privati coprono tutto o solo una parte del capitale. E' il prestito che fornisce la sovvenzione.

E in questo esempio si tratta di un ingente contributo, il 30 per cento.

L'unico modo per affermare che la sovvenzione è bassa è quello di dire che c'è solo una piccola probabilità che gli asset acquistati secondo il piano perderanno al massimo il 15 per cento del loro prezzo d'acquisto. Tenuto conto di quanto è successo negli ultimi 2 anni, è ragionevole questa previsione?

Update: Un altro modo di dirlo è che attraverso il finanziamento di una gran parte dell' acquisto con un prestito no-recourse, il governo sta in effetti offrendo agli investitori un'opzione put per addolcire l'operazione.

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L'illusione è l'ultima a morire

Non è la prima volta che Tim Geithner, così come fece per mesi il suo predecessore al Tesoro americano, Hank Paulson, annuncia il nuovo, ennesimo, ultimo e definitivo piano salva-banche destinato poi a finire nel dimenticatoio. Più tardi ne conosceremo meglio i dettagli ma sin d'ora possiamo dire che purtroppo è l'edizione riveduta e corretta di uno dei primi piani Paulson andati "dispersi":


il piano da un trilione di dollari che Geithner dovrebbe presentare nei dettagli domani rischia di essere una riproposizione vitaminizzata del famoso Master Liquidity Enhance Conduit che l’ex (?) investment banker Hank Paulson propose tra squilli di trombe e suon di fanfare nel lontano settembre del 2007, un piano da cento miliardi che almeno aveva il merito di essere basato sullo sforzo congiunto di Citigroup, Bank of America e J.P. Morgan-Chase, le tre entità creditizie private che si guadagnarono così sul campo l’eterna riconoscenza delle terrorizzate autorità monetarie statunitensi, ma che, dopo avere occupato per settimane le prime pagine dei quotidiani finanziari e non, naufragò miserevolmente tre mesi dopo, notizia molto inquietante che la stampa più o meno embedded relegò in microscopici trafiletti.


Marco Sarli, l'autore del brano, ci dà conto anche di un'intervista di Obama nella quale il Presidente avrebbe detto a proposito delle virulente polemiche che hanno per oggetto Geithner che "Se presentasse le dimissioni, gli direi che mi dispiace, ma deve ancora completare il suo lavoro!", che più che una difesa sembra un licenziamento a certo tempo data confermando così la voce delle scommesse che si farebbero negli ambienti politici e finanziari americani sul benservito al Segretario del Tesoro entro giugno.


Ma torniamo al piano Geitner per dire che è molto più complesso di quello che prevedeva Paulson un anno fa ma ne ricalca la filosofia, che è quella secondo la quale se il governo si impegna a trattenere gli asset tossici fino alla scadenza e quindi ne garantisce il loro rimborso ne rende appetibile il loro acquisto da parte dei privati attraverso finanziamenti e prestiti statali concessi a vario titolo fino all'85% del valore dell'investimento. Si tratta della più gigantesca operazione di socializzazione delle perdite di tutti i tempi che regalerà migliaia di miliardi dei contribuenti americani a hedge fund, private equity e istituzioni finanziarie a vario titolo.


Per la verità, stando a due articoli comparsi sul New York Times e sul Wall Street Journal, il piano, come tutti i giochi delle tre carte che si rispettino, prevede appunto tre forme di intervento per disinnescare la bomba degli asset tossici. Il meccanismo di tutti e tre i tipi di intervento è sempre lo stesso, quello cioè già detto che consiste nella possibilità per i privati di acquistare assets illiquidi con denaro che verrà messo a disposizione del governo americano attraverso prestiti o investimenti diretti con il denaro del contribuente americano, ma, a seconda dello strumento e del soggetto erogatore saranno utilizzate tre carte:

  1. La FDIC, creando una nuova entità che comprerà i mutui tossici con il contributo del governo fino all'80% del capitale e il resto proveniente dal settore privato e che provvederà fino all'85% del valore dell'investimento con prestiti "no-recourse" - che significa che il creditore (il Tesoro) non potrà rivalersi sul debitore insolvente aggredendone l’universalità dei beni, ma potrà solo recuperare il credito vendendo il titolo acquistato tramite il finanziamento - o con garanzie contro la perdita di valore degli asset, il che, più o meno, è la stessa cosa.
  2. Il Tesoro, creando più fondi d'investimento per comprare obbligazioni tossiche con il contributo del governo fino al 50% del loro valore e il resto sempre con interventi privati. Anche qui dovrebbero essere previsti prestiti no-recourse e garanzie come nel caso precedente.
  3. Il TALF, il Term Asset Backed Securities Loan Facility, già lanciato all'inizio di Marzo dal Tesoro per erogare fino a 1000 miliardi di prestiti agevolati agli investitori che avessero acquistato cartolarizzazioni con rating AAA- e riferibili a prestiti per l'acquisto di auto, di carte di credito, a prestiti studenteschi e a finanziamenti alle piccole imprese e che ora verrà ampliato in modo da permettere alla Fed di acquisire altri tipi di asset tossici. Anche per questo fondo erano previsti prestiti no-recourse.


Siamo alle solite: quale sarà il "prezzo giusto" da pagare per i titoli tossici? E, come si vede, niente di nuovo sotto il sole. Un revival rivitaminizzato del piano Paulson ai tempi di Bush stroncato impietosamente da molti economisti tra cui Paul Krugman:


If you think it’s just a panic, then the government can pull a magic trick: by stepping in to buy the assets banks are selling, it can make banks look solvent again, and end the run. Yippee! And sometimes that really does work.

But if you think that the banks really, really have made lousy investments, this won’t work at all; it will simply be a waste of taxpayer money. To keep the banks operating, you need to provide a real backstop — you need to guarantee their debts, and seize ownership of those banks that don’t have enough assets to cover their debts; that’s the Swedish solution.


C'è qualcuno che pensi che siamo di fronte a una crisi dovuta solo al panico oppure non è vero che essa affonda le radici in una crisi reale e che le banche non hanno un attivo sufficiente a coprire i loro debiti? Se è vero il primo caso allora facciamo finta che non sia successo niente e riportiamo indietro le lancette dell'orologio al 2006 come stanno facendo Geithner e Bernanke. Ma se più realisticamente siamo di fronte alla seconda ipotesi allora nel giro di qualche settimana o di pochi mesi assisteremo ad un nuovo tonfo dal quale sarà ancor più difficile rialzarsi.


Ci ricorda Andrea Mazzalai in questo articolo che invito a leggere integralmente:


Per tutti coloro che sono affascinati dai lampi che provengono dal fondo del tunnel, lampi rigorosamente " quantitative easing " ovvero tutti gli interventi messi in atto dalla Federal Reserve innondando di nuova moneta il mercato, suggerisco vivamente di andare a dare un'occhiata alla storia facendo quattro passi nel ....."ventennio perduto".

Il Nikkei non appena la Boj diede il via al " quantitative easing " volò per circa cinque/sei settimane per oltre il 20 % prima di ricadere al suolo quattro mesi più tardi stabilendo nuovi minimi. Ma ovviamente oggi è tutto diverso......noi quello che è successo in Giappone non lo vivremo mai, vero?

L'arcobaleno sta tramontando dietro la riva del fiume.......più che navigo nella storia, più la sensazione è che dalla Storia non impareremo mai!



Aggiornamento. Secondo Paul Krugman il piano di rilancio dell'economia americana messo a punto dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama e dal segretario al Tesoro Timothy Geithner sarà un fiasco, perché non prevede il controllo pubblico delle banche più esposte. "Obama si sta giocando la propria credibilità e se questo piano fallirà - come senza dubbi succederà - (il presidente) non sarà verosimilmente in grado di convincere il Congresso a finanziare le azioni che avremmo dovuto decidere all'inizio", scrive Krugman nel suo editoriale sul New York Times, insistendo che occorre fare molto in fretta perchè ogni mese che passa sono 600mila disoccupati in più.

La soluzione proposta dal Nobel dell'economia è la seguente: salvare le banche con una soluzione alla svedese degli anni novanta: "il governo ristabilisce la fiducia nel sistema garantendo numerosi (ma non necessariamente tutti) debiti delle banche. Nel contempo acquisisce il controllo delle banche realmente insolventi, per ripulirne i conti".

Krugman non esclude che gli asset tossici valgano più di quanto si pensi adesso, ma giudica il piano Geithner confuso, macchinoso, probabilmente inutile e non legato al mercato. "Se il valore degli asset sale - scrive l'economista - gli investitori ne approfittano; ma se cala possono lasciar perdere. Ciò non significa far lavorare i mercati, ma è soltanto un modo indiretto e mascherato di sovvenzionare l'acquisto di asset tossici".

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Monday, March 09, 2009

Sull'orlo del baratro

John McCain, l'avversario di Barack Obama nella corsa alla Casa Bianca, critica il piano del governo americano per il salvataggio delle grandi banche statunitensi. «Penso che debba essere presa una decisione difficile e credo che questa decisione sia di lasciar fallire alcune banche», ha dichiarato a Fox News Sunday.

Che McCain non capisse assolutamente nulla di economia era risaputo e gli americani e il mondo intero devono ringraziare il cielo che non abbia avuto la possibilità di portare a termine l'opera di distruzione iniziata da George W. Bush lasciando fallire la Lehman Brothers. Il problema è che il governo sembra non avere ancora le idee chiare ed ogni giorno c'è qualcuno che sforna un nuovo improbabile piano.

I tentennamenti di Geithner, Segretario del Tesoro di Obama, alla fine, potrebbero determinare purtroppo proprio quanto follemente auspicato da McCain. Nel qual caso le conseguenze farebbero sicuramente rimpiangere i tempi della Grande Depressione.

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Friday, February 27, 2009

Citigroup, tanto rumore per nulla

I tentennamenti e le mezze misure di Obama e del suo Segretario del Tesoro nel formulare un piano efficace e definitivo per il salvataggio delle banche americane e di cui sto scrivendo da circa un mese (vedi tutti i post sull'argomento), insieme alla pesante revisione al ribasso delle stime sul Pil americano (-6,2%), hanno prodotto oggi l'ennesima depressione di Wall Street con Citigroup che ha aperto a meno 40 per cento.

Il tentativo di salvare Citi socializzando le perdite ma evitando la sua nazionalizzazione ha fatto uscire infatti dal cilindro dell'amministrazione americana il coniglio bianco di una semi-nazionalizzazione attraverso un accordo tra governo e Citi che prevede un'offerta di conversione in azioni ordinarie di 27.5 miliardi di dollari di azioni privilegiate vendute a privati investitori e contemporaneamente la conversione di 25 miliardi di dollari di azioni privilegiate attualmente in possesso del Tesoro in titoli ordinari con diritto di voto. E' quanto rivela il Wall Street Journal nella sua versione online.

La conversione, se pienamente eseguita, lascerà in mano al governo il 36% delle azioni della banca mentre l'attuale azionariato verrà diluito al 26% e i nuovi azionisti deterranno il restante 38%. Inoltre il governo chiede un rimpasto del consiglio d'amministrazione, in cui entreranno dei nuovi consiglieri indipendenti, cinque nuovi su quindici componenti, mentre il Chief Executive, Vikram Pandit, dovrebbe mantenere il suo incarico.

I termini dell'accordo sono particolarmente onerosi per tutte le parti, sia per i possessori di azioni ordinarie che vedono diluite le loro quote sia per i possessori delle privilegiate che le convertiranno in titoli ordinari più rischiosi. Non è che ci sia molta scelta, comunque. Citigroup come incentivo ad aderire sospenderà il pagamento del dividendo sulle azioni privilegiate e per convincere i possessori di azioni ordinarie ad un voto favorevole emetterà dei diritti a favore degli azionisti privilegiati aderenti alla conversione che permetteranno loro di comprare azioni ad un penny se gli azionisti non approvano l'accordo.

L'accordo comporta, inoltre, non poche difficoltà legali sia negli Usa sia a livello internazionale visto che Citigroup opera in 100 paesi nel mondo. La legge del Messico ad esempio impedisce a qualsiasi impresa controllata da un Governo straniero in misura superiore al 10% di operare nel paese. Numerose filiali di Citigroup nel mondo potrebbero ritrovarsi nella situazione di dover modificare le loro carte costitutive o quantomeno chiedere nuovi permessi ai governi ospitanti.

Alla fine di tutto questo guazzabuglio il risultato sarà, comunque, il salvataggio di Citigroup? Le cure palliative non guariscono mai le malattie e questa semi-nazionalizzazione rischia solo di essere una inutile ma costosa tappa prima della definitiva e ineluttabile nazionalizzazione. Ma allora potrebbe essere troppo tardi.

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