Wednesday, December 16, 2009

Personaggio dell'Anno?

La rivista Time ha nominato Ben Bernanke "Personaggio dell'Anno". Forse anche questo è un premio dato, come certi Nobel, alla speranza, la speranza che il presidente della Fed mantenga i tassi vicini allo zero il più a lungo possibile anche nel 2010?

Ma bando alle battute....il commento più "serio" e convincente l'ha dato forse Paul Krugman, il quale avverte di fare molta attenzione perchè la storia ci insegna che è bene andare "short" con le azioni di una società il cui CEO compare sulla copertina patinata di un grande magazine.

In più c'è lo specifico effetto Time. E ricorda i precedenti, come quando nel 1985, dovendo scegliere tra Madonna e Cyndi Lauper, la rivista americana concluse che Cyndi Lauper sarebbe stata quella destinata a rimanere una star.

Ma soprattutto, non bisogna dimenticare questo:


Krugman dice si tratti di un ben noto fenomeno ma senza dargli un nome. Che intenda abbia qualcosa a che fare con la iella?

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Saturday, December 05, 2009

Revisioni

Nel giorno in cui il BLS riporta una diminuzione dello 0.2% del tasso di disoccupazione negli Stati Uniti, il governo federale dichiara anche che in Settembre ed Ottobre si sono persi 159.000 posti in meno di quanto riportato in precedenza.

Il dato la dice lunga sull'attendibilità dei metodi di rilevazione usati ma soprattutto non è una notizia che dovrebbe rallegrare così esageratamente. Che l'emorragia di posti di lavoro rallenti è positivo ma, come dice Krugman, all'attuale trend la disoccupazione sarà ancora sopra al 7% alla fine del 2012 e questo, per dirla sempre con le sue parole, "è una tragedia, presentata con una bizzarra soddisfazione".

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Wednesday, December 02, 2009

Orizzonti di recessione

Come sottolinea Paul Krugman sembrano crescere le probabilità di cadere in una nuova recessione. L'ipotesi di trovarci di fronte a una "double dip recession" o ad una recessione a forma di W non va per la maggiore ma è quella che da tempo tutti i segnali, che mi sforzo di evidenziare un giorno sì e l'altro pure, ci dicono si stia minacciosamente profilando all'orizzonte.

Nonostante borse e mercati continuino ad alimentarsi di speranze e della liquidità immessa a fiumi nel cuore della crisi, ci sono molte ragioni che dovrebbero far riflettere sulla possibilità di una ricaduta. In primo luogo buona parte della crescita che abbiamo visto realizzarsi in questi mesi è dovuta ai programmi di stimolo messi in campo dai governi.

Nel motore del mercato senza la cui ripartenza non c'è speranza di ripresa per il resto del mondo industrializzato, quello degli Stati Uniti, lo stimolo ha già prodotto il suo massimo impatto sulla crescita del Prodotto Interno Lordo e raggiungerà l'apice dei suoi effetti sul livello del Pil a metà del prossimo anno e quindi comincerà ad affievolirsi, ci avverte Krugman.

In secondo luogo, la crescita della produzione manifatturiera è dovuta per larga parte, come ho sottolineato tante volte, alla ricostituzione delle scorte di magazzino e anche questo fattore è destinato a svanire nei prossimi trimestri. Due articoli pubblicati ieri sul Wall Street Journal descrivono bene questi segnali messaggeri di una nuova recessione.

Nel primo, intitolato Si profilano tagli occupazionali allo svanire dello stimolo, si parla delle società costruttrici di grandi vie di comunicazione che, dopo aver completato la maggior parte dei piccoli progetti finanziati dal pacchetto di stimoli economici messo in campo dal governo, stanno cominciando a veder fermarsi le proprie attività, un minaccioso presagio per il debole quadro occupazionale della nazione.

Highway-construction companies around the country, having completed the mostly small projects paid for by the federal economic-stimulus package, are starting to see their business run aground, an ominous sign for the nation’s weak employment picture.

Nello stesso tempo sempre ieri l'Institute for Supply Management (ISM) ha dichiarato che l'indice dell'attività manifatturiera è sceso rispetto al precedente mese di ottobre, passando a novembre da 55.7 a 53.6, sebbene pur sempre al di sopra dei 50 punti che indicano espansione, ma suggerendo che la crescita della produzione sta già rallentando.

Anche Paul Krugman si direbbe più ottimista rispetto a questi segnali preoccupanti se ci fosse qualche indicazione di una sia pur tenue ripresa della domanda privata, dei consumi, degli investimenti produttivi, di qualunque cosa. Ma non c'è nulla che vada in questa direzione. Solo le borse sembrano impermeabili ai venti di tempesta. Ma si sà che proprio nell'occhio del ciclone regna la calma più perfetta.

Update: Thanks to EconomPic

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Thursday, November 26, 2009

Virtus in medium est?

Tra chi teorizza più stimoli e quindi più spesa pubblica (come Paul Krugman) per non cadere in una ripresa senza occupazione (anticamera di una nuova e più profonda recessione) e chi terrorizza la gente con l'incubo del deficit pubblico e dell'inflazione e afferma la necessità da subito di una "exit strategy", si colloca l'economista ed editorialista del Financial Times, Martin Wolf.

Il primo prende lo spunto dai verbali del board dei governatori della Federal Reserve in cui viene prevista una discesa della disoccupazione molto lenta — ancora sopra il 9% alla fine del 2010, sopra l' 8% alla fine del 2011, intorno al 7% alla fine del 2012. L'inflazione nel frattempo viene prevista considerevolmente sotto il target della Fed, cioè sotto il 2%. Secondo Krugman quindi tra tre anni a partire da ora noi saremo ancora nella trappola della liquidità, con nessuna ragione per alzare i tassi sopra lo zero e la necessità di continuare una politica di quantitative easing e di espansione fiscale.

Martin Wolf non nasconde che un debito fuori controllo rappresenti un grave problema e che occorrerà fare qualcosa. Nondimeno ridurre nettamente i deficit adesso sarebbe sbagliato. È estremamente probabile infatti che farlo possa voler dire respingere le economie nella recessione, come accadde in Giappone negli anni 90. Cosa occorre fare allora? Continua a leggerlo qui.

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Tuesday, November 24, 2009

Contrordine compagni (di merende)

Come c'era da aspettarsi, il dato della crescita nel terzo trimestre negli Stati Uniti è stato rivisto al ribasso, e non di poco. Alla fine di ottobre il Bureau of Economic Analysis (BEA), aveva dato il Pil americano in crescita del 3,5%, ma oggi ci fanno sapere che avevano scherzato: la crescita è del 2,8%. Magra consolazione, gli economisti avevano previsto un 2,7%, così, tanto per poter dire che la revisione è al di sopra delle attese.

Quali le cause della prevedibile defaillance? Un più ampio deficit commerciale e una più bassa spesa dei consumatori rispetto a quanto precedentemente previsto. Ormai l'argomento è trito e ritrito ed io non ho nulla da aggiungere rispetto a quanto scritto qui e soprattutto qui: quale ripresa se aumentano i disoccupati, diminuiscono i consumi e la crescita si basa in massima parte sugli stimoli del governo?

Quando venne fuori il precedente dato del 3,5%, accolto dall'entusiasmo scomposto degli inguaribili ottimisti, Paul Krugman ammonì che anche se la crescita fosse continuata a quel tasso non avremmo visto niente di simile alla piena occupazione se non alla fine del secondo mandato di Sarah Palin.... Con i nuovi numeri, dice oggi Krugman, la data alla quale potremo vedere il ritorno della piena occupazione è... mai.

Intanto Wall Street piange lacrime di coccodrillo, ma vedrete che domani, digerito l'amaro boccone, riprenderà a correre come se niente fosse. Tanto ci sarà sempre qualche dato al di sopra delle attese da propagandare per continuare a gonfiare la bolla.

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Monday, November 23, 2009

Italia, esempio per gli Stati Uniti!

E' da un po' di tempo che sul blog di Paul Krugman compaiono dei post nei quali l'economista cerca di porre un freno all'isteria dilagante sul debito pubblico. In uno degli ultimi aveva anche pubblicato il grafico qui sotto, nel quale metteva a confronto il rapporto tra il debito netto e il Pil (GDP) di Belgio, Italia, Giappone e ovviamente Stati Uniti.


Krugman ci ritorna sopra perchè molti lettori gli chiedono per quale motivo mette a confronto con gli Stati Uniti paesi che si trovano nei guai, ma questa volta esagera. Questo è il punto, dice, e aggiunge: "il Belgio è politicamente debole a causa della divisione linguistica; l'Italia è politicamente debole perchè è l'Italia. Se questi paesi fanno crescere i debiti oltre il 100 per cento del Pil senza essere massacrati dai 'bond vigilantes', vuol dire che anche noi possiamo".

Già pronto il prossimo spot del governo italiano con Krugman come testimonial: in marcia verso un futuro radioso grazie al debito. What else?

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Thursday, September 17, 2009

More stimulus

"C'è una tendenza a trattare le preoccupazioni per una double dip recession come stravaganti, come qualcosa di cui solo i pazzi, come coloro che predissero la crisi attuale, si preoccupano. Ma ci sono delle ragioni vere di preoccupazione. Una è che il sostegno dello stimolo fiscale inizierà a svanire in un paio di trimestri. Un'altra è che la maggior parte della spinta che stiamo ricevendo oggi è legata alla ricostituzione delle scorte. E questa è una cosa che avviene una sola volta". A pensarla così è Paul Krugman, anche se per la verità una folta schiera di economisti non allineati condivide le sue preoccupazioni.

Krugman mette in correlazione nel grafico sotto l'attuale Pil americano dal momento in cui è iniziata la recessione con l'ipotetico Pil che gli Stati Uniti avrebbero avuto se l'economia avesse continuato a crescere con lo stesso trend del periodo 1999-2007.


Dunque, osserva l'economista, siamo circa l'8 per cento sotto a dove dovremmo essere, che tradotto in produzione persa fa oltre un trilione di dollari per anno (come pure una disoccupazione di massa). E continueremo a soffrire queste perdite, anche se il Pil sta crescendo, finchè non avremo una crescita sufficiente a chiudere questo gap. Dato che non ci sono dati macroeconomici che suggeriscono sia in corso una chiusura del gap, questa è una tragedia che continua. E questo nel presupposto di non avere una ricaduta nella recessione, conosciuta anche come double-dip recession.

Le conclusioni di Krugman forse non saranno condivise dagli economisti che non vedono di buon occhio la scuola Keynesiana, ma, dal suo punto di vista, sono ovvie: abbiamo bisogno di più stimolo. Sì, dice Krugman, questo accrescerebbe il debito federale, ma non ne vale la pena per cercare di ridurre un gap produttivo che sta distruggendo il nostro potenziale ad un tasso pari a più di un trilione di dollari all'anno?

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Friday, September 04, 2009

Un Marxiano

Nel fantozziano duello a distanza tra Oscar Giannino e Paul Krugman, tra scuola di Chicago e Keynesiani, io, come mi schiero? Ma non ho dubbi, io sto con Marx, Groucho Marx.

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Monday, August 24, 2009

La zona grigia

Paul Krugman via The Economic Populist:

"Noi abbiamo un problema di terminologia in quanto di solito parliamo o di economia in recessione o in ripresa. Ovvero siamo all'inferno o in paradiso. Il guaio è che in questo momento siamo in purgatorio. Oggi siamo in una situazione in cui quasi sicuramente il PIL sta crescendo; quasi sicuramente la commissione che decide il ciclo economico (Krugman si riferisce alla NBER. N.d.R.) alla fine dichiarerà che la recessione è finita questa estate. Ma quasi sicuramente noi stiamo anche perdendo ancora posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione continuerà a crescere. Per questo siamo nell'infame stato del "jobless recovery" (ripresa che non produce un aumento dell'occupazione. N.d.R.)."


E dal suo blog, The Conscience of a Liberal:

Non credo che quello attraverso cui stiamo passando siano delle buone notizie, ma il PIL sta quasi sicuramente crescendo, perciò la recessione, così come convenzionalmente considerata, è finita. Ma l'attuale situazione non è affatto migliore - anzi è davvero peggiore - di quanto pensassi quando sostenevo che il piano economico di Obama fosse inadeguato. L'economia non sta recuperando nell'area più cruciale, la creazione di posti di lavoro, e lo stimolo non sarà sufficiente a restituirci la prosperità.


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Saturday, August 15, 2009

Eurorimbalzo, esultanza prematura

Questo grafico, via Paul Krugman, dovrebbe far tornare con i piedi per terra tutti quelli che in questi giorni hanno esultato e suonato le trombe perchè il Pil di Francia e Germania è tornato leggermente a salire.


Qui sono comparati i Pil di Stati Uniti e Germania (GDP sta per Gross Domestic Produict - Prodotto interno lordo, per l'appunto) fatti pari a 100 nel secondo trimestre del 2008.

Certo, nota Krugman, la Germania cresce nel secondo trimestre del 2009 ma questo dopo aver sofferto un calo molto più forte che gli Stati Uniti, nonostante la Germania non abbia avuto una bolla immobiliare.

Non saltate dunque subito alla conclusione che la Germania ha risposto bene alla crisi.

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Friday, August 07, 2009

Disoccupazione USA: buone notizie?

Se seguite regolarmente Andrea Mazzalai saprete che i dati statistici sulla disoccupazione negli Stati Uniti forniti dal Dipartimento del Lavoro sono molto lontani dalla realtà. Oggi sono usciti i dati relativi al mese di luglio. Riprendo da Wall Street Italia:

Nel mese di luglio l'occupazione nel settore non agricolo negli Stati Uniti e' diminuita di 247 mila unita’. Gli analisti prevedevano un valore di -325 mila, quindi il dato e' migliore delle stime. Il tasso di disoccupazione e' stato del 9.4%, scendendo per la prima volta da aprile 2008, dopo che il mese precedente aveva raggiunto con il 9.5% il massimo degli ultimi 26 anni, cioe' dall'agosto 1983. Cio' significa che la peggior recessione degli ultimi 70 anni sta allentando la morsa sull'economia americana.

Gli analisti si aspettavano in media una perdita di 325 mila posti dopo il calo di 467 mila del mese precedente, poi rivisto al ribasso a 443 mila. Le ore di lavoro settimanali sono state in media pari a 33.1, in lieve rialzo rispetto alle 33 di giugno. Gli stipendi medi all'ora sono risultati in rialzo di 3 centesimi, pari al +0.2%, rispetto al mese precedente, attestandosi a $18.56. Su base annuale il dato e' in crescita del 2.5% rispetto a luglio 2008, in perfetta sintonia con le stime degli economisti, che su base mensile si aspettavano invece in media un incremento dello 0.1% dal mese precedente.

Con i numeri resi noti oggi, il totale dei posti di lavoro persi negli Stati Uniti da quando e' iniziata ufficialmente la recessione nel dicembre 2007 ammonta a circa 6.7 milioni, il piu' forte calo in assoluto dagli anni della Seconda Guerra Mondiale in poi.


Sono davvero buone notizie che annunciano la ripresa? O ci dicono semplicemente, come afferma Paul Krugman (che ci spiega anche come è possibile che il tasso di disoccupazione migliori nonostante il numero dei disoccupati aumenti), che la situazione in qualche modo si sta stabilizzando ma ancora non sta migliorando? Oppure ci troviamo di fronte ad una delle tante illusioni su cui si tiene ancora in piedi un sistema già morto? Che altro potrebbe essere un rapporto basato su un sondaggio che non conteggia tra i disoccupati i sotto-occupati, le centinaia di migliaia di lavoratori che negli ultimi due anni a causa della crisi sono dovuti passare da un rapporto di lavoro a full time ad uno a part-time, i lavoratori stagionali, i 30.000 nuovi entrati ogni mese nella forza lavoro in cerca di prima occupazione e tutti coloro che, stanchi di cercare un posto di lavoro e non trovarlo, si sono rassegnati e non lo cercano più?

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Saturday, August 01, 2009

Crescita e disoccupazione

Dunque il Pil americano a -1% nel secondo trimestre invece che a -1,5% è un segnale che fa sperare in una ripresa vicina. Quanto meno che è terminata la caduta libera dell'economia. Tuttavia ci sono altri segnali negativi che fanno essere prudenti i non iscritti al club degli inguaribili ottimisti.

Continuano a contrarsi gli investimenti per attrezzature e software al tasso annualizzato del 9% dopo che nel primo trimestre erano crollati del 36%. Si riducono le esportazioni del 7% dopo che nei due precedenti trimestri si erano ridotte rispettivamente del 30 e del 20%. I consumi scendono ancora del 1,2% e il tasso di disoccupazione cresce al 9,5%. Risultati che fanno dire a Edward McKelvey, economista della preveggente Goldman Sachs, che più che verso una forte ripresa stiamo andando incontro a qualcosa di alquanto lento.

Anche Paul Krugman pur ritenendo una buona scommessa puntare sulla ripresa ritiene che questa non verrà percepita come tale per lungo tempo. La sua tesi è che le riprese postmoderne tendono a includere un lungo periodo nel quale il Pil cresce ma il mercato del lavoro continua a peggiorare. E' la famosa "legge di Okun" di cui tutti gli economisti parlano.

Sull'asse orizzontale il tasso di crescita annuo del Pil reale, su quello verticale il tasso di variazione (cosicchè se la disoccupazione sale dal 5 al 6 per cento, questo segnerà un +1) della disoccupazione. Gli anni presi in considerazione partono dal 1995 perchè quello è il periodo in cui sembra esserci un miglioramento al di sotto della crescita della produttività, rendendo problematiche le comparazioni con gli anni precedenti.


Quel che vedete è che la disoccupazione tende a cadere quando la crescita è alta, a crescere quando è bassa o negativa. Vedete anche che la crescita deve essere abbastanza solida - più del 2 per cento - proprio per impedire al tasso di disoccupazione di crescere. Perchè? Perchè la produttività cresce sì da permettere
ad ogni livello dato di produrre con meno lavoratori; per questo la produzione deve salire per impedire che l'occupazione scenda. E l'età lavorativa della popolazione cresce, per cui c'è bisogno di una crescita positiva dell'occupazione proprio per impedire alla disoccupazione di salire.

Questo spiega come si può avere una ripresa che sembra una recessione: il Pil reale può anche crescere, ma se non sale ad un tasso sufficientemente alto, la disoccupazione continua a salire.

Ora osservate il punto rosso in alto a sinistra, Esso rappresenta quello che è accaduto dal secondo trimestre del 2008 al secondo del 2009: una considerevole caduta del Pil reale, una notevole crescita della disoccupazione.

La crescita della disoccupazione è stata maggiore di quanto ci dovessimo aspettare, dato il tracollo del Pil? Secondo Krugman no, ma in quanto questa recessione è su una scala completamente diversa da qualsiasi cosa abbiamo mai potuto vedere da tanto tanto tempo. Difficile sapere cosa ci saremmo dovuti attendere.

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Saturday, July 18, 2009

Attenti ai rimbalzi

Quel mattacchione di Paul Krugman ci ricorda che i davvero terribili dati di inizio anno avevano molto a che fare con le scorte di magazzino: gli imprenditori hanno deciso di avere troppe merci nei magazzini e perciò hanno tagliato la produzione ben al di sotto delle vendite finali.

Correlativamente, i germogli verdi che abbiamo visto sono dovuti a una rilevante conseguenza della fine di questo processo di destoccaggio. Il punto è, si chiede Krugman, quant'è cambiata la sopra esposta situazione? Stiamo vedendo oggi qualcosa di più di quel rimbalzo dovuto alla ricostituzione delle scorte di magazzino che la maggior parte di noi si aspettava, per l'appunto, dopo tre o quattro mesi?

Jan Hatzious, economista di punta della Goldman Sachs, è scettico. Le ultimissime notizie che ci fornisce suggeriscono che la domanda finale non sta andando da nessuna parte: tutte le linee del grafico si muovono da inizio anno lateralmente e non mostrano una ripresa ma una recessione a forma di L.

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Friday, July 10, 2009

Stimoli e panico da inflazione

Si prepara un'aspra battaglia tra gli economisti (molti) contrari al secondo piano di stimoli fiscali preannunciato dall'amministrazione Obama e i favorevoli (pochi) ad ulteriori stimoli all'economia. Tra questi ultimi non è un mistero che il premio Nobel Paul Krugman a suo tempo aveva detto che i 700 miliardi di dollari dello stimulus bill erano pochi ed arrivavano tardi per scongiurare una recessione che acquista sempre più le forme e le caratteristiche della lost decade giapponese.

Secondo i primi, preoccupati per la crescita del debito pubblico e una ripresa dell'inflazione, bisognerebbe aspettare ancora che il piano di aiuti già varato dispieghi completamente i suoi effetti e danno per scontato che il tasso di disoccupazione si fermerà nel giugno del 2010 al 10% per poi scendere al 9.5% entro la fine dell'anno.

Per i secondi, Krugman in testa, è illusorio pensare che il tasso di disoccupazione non sfondi già dai prossimi mesi il 10% in quanto gli stimoli fiscali dispiegano il loro effetto su un lasso più lungo di tempo e il rischio è che la situazione si avviti nella spirale disoccupazione - calo dei consumi e della produzione - disoccupazione andando fuori controllo e aggravando la recessione. Per Krugman il rischio è la deflazione e non l'inflazione. Siamo nella trappola della liquidità.

Nel frattempo, polemizzando con chi vede segnali d'inflazione in ogni dato e grida "al lupo al lupo", il nostro premio Nobel affila le armi e controbatte colpo su colpo. In questo caso a chi ha visto nel rialzo dei tassi a lungo termine di qualche settimana fa un'aspettativa dell'allargamento del deficit pubblico e dell'inflazione.

Over the course of the spring there was a substantial rise in long-term interest rates; it was fed partly by talk of green shoots, but also, I suspect, by all the yelling about deficits and inflation. And, of course, the rise in rates was itself taken as evidence that inflation fears etc. were justified.

But the panic seems to be subsiding. Rates are still well above their post-Lehman lows, when credit markets were completely frozen and everyone was piling into govt. debt. But they’re low by historical standards, and not giving much ammunition to the worriers these days.

Sì, nel corso della primavera c'è stata una consistente crescita del tasso d'interesse a lungo termine; in parte dovuta ai discorsi della Fed sui germogli verdi, ma anche, sospetta Krugman, agli allarmi sul debito e l'inflazione. E naturalmente l'aumento dei tassi è stato visto di per se stesso come una prova che la paura dell'inflazione era giustificata.

Ma il panico sembra scemare. I tassi sono ben al di sopra dei minimi toccati dopo il fallimento Lehman, quando il mercato del credito rimase completamente congelato e tutti accumulavano denaro pubblico. Tuttavia (i tassi) rimangono al di sotto degli standard storici e in questi giorni non forniscono molte munizioni ai "preoccupatori" di professione.



Update. Stamattina devo aver azzeccato l'argomento perchè vedo che lo stesso Krugman interviene sul fatto che la maggior parte degli analisti economici che fanno previsioni sono contrari a nuovi stimoli. La ragione, secondo Krugman non è che questi economisti vedono una ripresa dell'economia, anzi descrivono una situazione desolante. Non dicono che tutto è OK, non dicono che non sarebbero necessari altri stimoli, dicono solamente che a loro non piacciono gli stimoli. Non c'è da sorprendersi, secondo Krugman: sono economisti che si occupano di affari e in genere anche conservatori.

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Friday, July 03, 2009

Profumo di deflazione

Ieri non c'e stato solo lo spietato dato sulla disoccupazione a fare paura. Paul Krugman con questo grafico, che mostra la variazione percentuale delle retribuzioni negli ultimi tre mesi, espressa su base annuale, ci invita a tenere a mente che solitamente l'inflazione sale al di sotto del valore della variazione percentuale delle retribuzioni, grazie alla crescita della produttività. Perciò in realtà ci stiamo muovendo verso uno scenario giapponese da deflazione.

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Wednesday, June 24, 2009

Lezioni di storia (aggiornamento)

Vi ripropongo il post del 15 giugno ampliato (vedi in fondo) con la traduzione di altri stralci dell'intervista a Paul Krugman pubblicata nei giorni scorsi sul Guardian a firma di Will Hutton e nella quale il premio Nobel per l'economia getta un interessante sguardo anche sull'Europa.


Mercato Libero segnala oggi un'intervista sul Guardian a Paul Krugman. Da non perdere perchè, come sempre, il premio Nobel per l'economia, con la sua capacità di smontare i luoghi comuni, ci offre una visione non convenzionale e non "embedded" della situazione e delle prospettive della crisi.

Come quando, condendo l'apparentemente arida materia con un pò di ironia, che non guasta mai, si beffa dello stato confusionale in cui versano i repubblicani che attaccano l'amministrazione Obama per le indebite pressioni del Tesoro su Bank of America perchè concludesse l'acquisizione della ormai fallita Merrill Lynch, dimenticando che il misfatto avvenne sotto Bush ed ad opera del suo ministro Paulson.

Ma tant'è, chi non ricorda la favola del lupo che cercava ogni pretesto, pur di giustificare la sua intenzione di fare pranzo a base d'agnello? Ecco allora i nostri eroi vetero liberisti parlare di fallimento per il fatto che dopo quattro mesi di cura Obama il piano di stimoli fiscali non abbia ancora dato i suoi frutti, giacchè la disoccupazione stà ancora crescendo.

Un gioco da ragazzi per Paul Krugman, che pure non è stato tenero nemmeno con Obama e non gliel'ha di certo mandata a dire, dare una bella lezione di storia a questi quattro dinosauri citando proprio uno dei loro padri fondatori. A quanto pare se Obama non ha la bacchetta magica nemmeno il presidente Reagan la combinò poi tanto giusta se il tasso di disoccupazione continuò a salire per altri due anni dopo il via del suo programma di tagli fiscali!



Ma torniamo all'intervista. Il pensiero che tormenta Krugman, sono mesi ormai che continua a ripeterlo, è che corriamo il rischio di non uscire più da questa recessione, chiamando a sostegno dei suoi timori il parallelo con il "decennio perduto" del Giappone. L'intervistatore gli chiede da dove nasca il suo pessimismo: in fondo la situazione negli Stati Uniti e Gran Bretagna non è la stessa determinatasi in Giappone nei primi anni '90. Sentite Krugman come argomenta il suo allarme che quello che è accaduto in Giappone possa accadere al mondo intero.

The thing about Japan, as with all of these cases, is how much people claim to know what happened, without having any evidence. What we do know is that recessions normally end everywhere because the monetary authority cuts interest rates a lot, and that gets things moving. And what we know in Japan was that eventually they cut their interest rates to zero and that wasn't enough. And, so far, although we made the cuts faster than they did and cut them all the way to zero, it isn't enough. We've hit that lower bound the same as they did. Now, everything after that is more or less speculation.

For example, were the problems with the Japanese banks the core problem? There are some stories about credit rationing, but they are not overwhelming. Certainly, when we look at the Japanese recovery, there was not a great surge of business investment. There was primarily a surge of exports. But was fixing the banks central to export growth?

In their case, the problems had a lot to do with demography. That made them a natural capital exporter, from older savers, and also made it harder for them to have enough demand. They also had one hell of a bubble in the 1980s and the wreckage left behind by that bubble - in their case a highly leveraged corporate sector - was and is a drag on the economy.

The size of the shock to our systems is going to be much bigger than what happened to Japan in the 1990s. They never had a freefall in their economy - a period when GDP declined by 3%, 4%. It is by no means clear that the underlying differences in the structure of the situation are significant. What we do know is that the zero bound is real. We know that there are situations in which ordinary monetary policy loses all traction. And we know that we're in one now.

Già, spesso la gente parla delle cose senza conoscerle. Tutto quello che sappiamo è che in teoria le recessioni hanno fine quando le autorità tagliano di molto i tassi d'interesse, e basta questo per rimettere in moto le cose. Dal Giappone abbiamo imparato che questo non è stato sufficiente. Finora abbiamo tagliato i tassi più velocemente che in Giappone e fin quasi allo zero, e non è stato abbastanza. Ogni cosa avvenuta successivamente, quello che sta accadendo ora, è più o meno speculazione.

La misura dello shock cui è sottoposto il nostro sistema sta diventando molto più grande di quello che colpì il Giappone negli anni '90. Loro non hanno avuto mai un'economia in caduta libera, un periodo in cui il Prodotto interno lordo è crollato del 3 o 4 per cento. Che ci siano delle differenze nei sistemi non è significativo. Quel che sappiamo è che la crescita zero è reale. Sappiamo che ci sono situazioni in cui le politiche monetarie perdono tutta la loro forza di trascinamento. Sappiamo che ci troviamo in una di queste situazioni.

E i segnali di ripresa? Krugman spera di sbagliarsi ma la domanda a cui rispondere è: da dove pensiamo venga questa ripresa? Non è facile dirlo se guardiamo a questi due ultimi anni nel loro complesso.

Who knows if the stockmarket makes sense or not? It was pricing in the possibility of an apocalypse a few months ago. That possibility seems to have receded, so it makes sense for the markets to come up, but that's not saying that the economy is going to be great. If you do the comparison not with where they were three months ago, but where they were two years ago, then the markets still seem awfully depressed.

Chissà se i mercati azionari hanno o meno un senso? Pochi mesi fa sembrava l'apocalisse e questa possibilità sembra ora scongiurata, ma non c'è nulla che confermi che l'economia stia tornando ai livelli precedenti. Se comparate i listini azionari non con dove erano tre mesi fa, ma con due anni fa, allora i mercati sembrano ancora terribilmente depressi.

In conclusione, cosa vede dunque Paul Krugman dietro l'angolo? La "Nipponizzazione" dell'economia mondiale con qualche caso di "Argentinaficazione", ovvero grappoli di paesi in default. Comunque non fermatevi qui, tutta l'intervista merita un'attenta lettura.

Update
Will Hutton. Lei sostiene che quel che è accaduto in Giappone potrebbe ripetersi in Usa e Regno Unito o, forse, per l’intera economia mondiale. Ricordiamo che il pil giapponese, quest’anno, sarà pari a quello del 1992: 17 anni perduti, insomma.

Paul Krugman. Sì, non credo che il pericolo si sia allontanato troppo. Certo si è ridotto il pericolo di una Grande depressione. Ma nel primo anno la crisi è stata assai peggiore che negli anni Novanta in Giappone.

W.H. Ma qual è la ragione di tanto pessimismo? Uno potrebbe risponderle: caro Krugman, il Giappone è un caso a parte. È un’economia votata all’export con una moneta molto sopravvalutata. Soprattutto, la risposta dei politici è sempre stata in ritardo, cosa che non è avvenuta a Londra o negli Usa.

P.K. La realtà è che in Giappone si è fatto quel che si è soliti fare di fronte a una recessione: tagliare i tassi fino a quota zero, ma non è stato sufficiente a far ripartire l’economia. E da noi, anche se siamo stati più tempestivi nel taglio, non è stato comunque sufficiente. Questa è l’essenza del problema. Tutto il resto è secondario. Ci sono situazioni in cui la politica monetaria tradizionale perde efficacia. E noi sappiamo che ne stiamo attraversando una.

W.H. Ma un ottimista potrebbe obiettare che ci sono quei segnali di ripresa che lei si rifiuta di vedere. Le Borse hanno recuperato un buon 25%. Il mercato immobiliare sembra aver toccato i fondo, la fiducia delle imprese è in risalita.

P.K. Ci sono segnali di assestamento, piuttosto che di ripresa. Le Borse, pochi mesi fa, ipotizzavano l’Apocalisse. Ora il rischio sembra superato, e i mercati azionari ne hanno preso atto. Ma non ci stanno segnalando che l’economia viaggia verso la ripresa. Non vanno confrontati i prezzi attuali con tre mesi fa. Se li paragoniamo a quelli di due anni fa, abbiamo la misura dello stato attuale di depressione.

W.H. Ci sono i problemi dell’indebitamento degli Stati, ma anche quelli connessi alle disponibilità economiche dei consumatori.

P.K. La crisi immobiliare e la caduta delle azioni hanno senz’altro impoverito le famiglie. Ed è probabile che i consumatori, carichi di debiti, incontrino difficoltà a spendere. La realtà è che la teoria economica ha studiato gli effetti del deficit nei Paesi del Terzo Mondo. Ma non abbiamo mai preso in considerazione l’ipotesi che questo si potesse verificare nei Paesi forti.

W.H. C’è un rischio Argentina o Malaysia fine anni Novanta...

P.K. Nel momento peggiore abbiamo attraversato una fase di «giapponesizzazione» con un un pizzico di «argentinizzazione». Ora abbiamo superato quel rischio. Ma la «giapponesizzazione» rimane.

W.H. Qual è il cuore del problema Giappone, 17 anni dopo lo scoppio della crisi?

P.K. È molto difficile creare abbastanza domanda interna, e così riequilibrare i flussi della bilancia commerciale, in un Paese con una realtà demografica negativa.

W.H. Dunque, il problema della «giapponesizzazione» è un mix di squilibri commerciali uniti all’invecchiamento.

P.K. Sì, ma non vale per gli Stati Uniti. Semmai è il caso di Germania e Italia.

W.H. Confesso che la tesi della «giapponesizzazione» a livello globale non mi convince granché. Ma credo che la tesi valga per la Germania e, per questa via, cominci a contagiare l’intera economia mondiale.

P.K. Il mercato interno tedesco è del tutto inadeguato. Il benessere della Germania, nei primi sette anni del secolo, è stato legata solo a un gigantesco surplus della bilancia commerciale. Com’è possibile che la Germania, che non ha subito la bolla immobiliare, abbia patito la peggior discesa del pil tra le grandi economie? La risposta è che loro esportavano in Paesi dove maturava la Bolla. Scoppiata questa, la Germania ha perso i clienti. È Berlino il problema vero su scala globale.

W.H. In cima al dossier c’è poi una possibile, devastante, crisi bancaria. Il Fondo Monetario teme che la Germania abbia almeno 500 miliardi di sofferenze non emerse. Le banche tedesche hanno mille miliardi di dollari, se non di più, investiti in cdo che possono essere assorbiti solo congelando le perdite. Noi inglesi abbiamo avuto Rbs, voi Americani Citigroup. La Germania ha perduto sei punti di pil senza che la crisi bancaria abbia toccato il fondo.

P.K. Questo è il versante finanziario della crisi. Certo, noi partiamo dall’ipotesi che la crisi sia essenzialmente finanziaria. Ma non è detto che sia vero. È vero che Lehman è stato il campanello d’allarme. Ma il crollo dell’immobiliare era precedente. La caduta del business è in buona parte dovuta all’eccesso di capacità produttiva, a sua volta provocato dal calo dei consumi e del crollo dell’immobiliare. Ristabilire la fiducia nella finanza è una condizione necessaria. Ma non sufficiente.

W.H. È un quadro desolante...

P.K. Sì, ed è anche per questo che sono così depresso.

W.H. Lei sostiene che siamo al 12esimo mese di una depressione destinata a durare 36 mesi, sebbene in forma meno grave. È una prospettiva scioccante.

P.K. Nella recessione del 2001 ci sono voluti 30 mesi prima che ripartisse il mercato del lavoro.

W.H. È ancora convinto che la strategia migliore passi dagli stimoli della politica fiscale?

P.K. Sì, è lo strumento migliore per frenare la recessione. È opinione comune che gli investimenti giapponesi in infrastrutture siano stati inefficaci. Io penso, al contrario, che hanno evitato il collasso. Obama ha messo in cantiere uno stimolo di poco inferiore al 5% del pil ma, in realtà, si tratta di un 4% spalmato in due anni e mezzo. Basta? Sono convinto che presto arriverà una seconda manovra di stimolo.

W.H. E poi?

P.K. Sotto con le regole della finanza. Bisogna imbrigliare il mostro. L’eccessiva crescita della leva nel settore privato è quel che ci ha resi così vulnerabili.

W.H. Più fisco, meno finanza. Così cambia la via americana al capitalismo.

P.K. Non sono così cosmico. Ma è vero che Gordon Gekko è arrivato tra noi grazie alla finanziarizzazione. Io penso che abbiamo bisogno di un po’ di welfare in più e anche di un po’ di socialdemocrazia. E di sindacato.

W.H. Chiudiamo con Obama. Lei lo ha molto criticato in passato.

P.K. Sono sempre più soddisfatto. Chiedevo uno stimolo fiscale più forte, penso che lo farà. Chiedevo più aggressività verso le banche: vedremo se si dovrà riprender la battaglia. Ma la riforma della sanità è buona, come la battaglia sul clima. Io, che ero scettico, comincio a sperare nel New Deal. Obama ha una grande personalità. Ed è un tale sollievo avere finalmente alla Casa Bianca uno che merita il tuo rispetto.

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Friday, June 19, 2009

Il Piano Regolatore

Il Regulatory plan del duo Geithner-Summers, la Grande Riforma dei mercati finanziari, è riuscito a scontentare sia i sostenitori che gli avversari del Presidente americano che pure ha deciso di spenderci in prima persona la sua autorevole faccia. Secondo Barry Ritholtz, che si schiera al centro, tra i pragmatici, lo spropositato tomo di oltre ottanta pagina si distingue per il gran numero delle mezze misure e l'assenza di quelle che sarebbero state necessarie per prevenire il ripetersi della crisi.

Some very obvious omissions from the plan include:

1) No major changes for the ratings agencies!

This is a giant WTF from the White House. It implies that the team in charge STILL does not understand how the problem occurred.

The ratings agencies are not the only bad actors, but they are a BUTFOR – but for the rating agencies putting a triple A on junk paper, many many funds could not have purchased them, the number of mortgages securitized would have been much less, the insatiable demand on Wall Street for mortgage paper would have also been much lower.

Why is this important? If mortgages originators couldn’t sell a mass amount of loans, they would not have had the need to give a mortgage to anyone who could fog a mirror — and that means no Liar Loans, no NINJA loans, and no huge subprime debacle.

Better Solution: Take apart the ratings oligopoly! Eliminate the Pay for Play/Payola structure. Strip Moody’s S&P and Fitch from their uniquely protected status — they have proven they are neither worthy nor competent. Open up ratings to competition –including open source.

2) Turn Derivatives into Ordinary Financial Products: The Obama team does a series of minor steps for Derivatives, but they don’t go far enough.

Better Solution: Force derivatives to be traded like option/stocks, etc. (including custom one off derivatives) Trade them only on Exchanges, full disclosure of counter-parties, transparency and disclosure of open interest, trades, etc. REQUIRE RESERVES LIKE ANY OTHER INSURANCE PRODUCT.

3) If they are too big to fail, make them smaller.”

That is the famous quote from Nixon Treasury Secretary George Shultz, and it applies to the banks as well as insurers, Fannie & Freddie, etc.

We have a situation where 65% of the depository assets are held by a handful of huge banks - most of wom are less than stable. The remaining 35% is held by the nearly 7,000 small and regional banks that are stable, liquid, solvent and well run.

Better Solution: Have real competition in the banking secrtor. Limit the size fo the behemoths to 5% or even 2% of total US deposits. Break up the biggest banks (JPM, Citi, Bank of America)

4) The Federal Reserve, Despite its Role in Causing the Crisis, Gets MORE Authority:

Under Greenspan, the Fed did a terrible job of overseeing banking, maintaining lending standards, etc. Why they should be rewarded for this failure with more resposibility is hard to fathom. Yet another example of rewarding the incompetent.

Better Solution: Have the Fed set monetary policy. They should provide advise to someone else — like the FDIC — who haven’t shown gross incompetence.

5) Require leverage to be dialed back to its pre-2004 levels. Have we even eliminated the Bears Stearns exemption yet? This was a 2004 SEC decision to exempt five biggest banks from the mere 12 to 1 prior levels. Note that all 5 are either gone, acquired or turned into holding companies.

Better Solution: 12-to-1 should be enough leverage for anyone . . .

6) Restore Glass Steagall: The repal of Glass Steagall wasn’t the cause of the collapse, but it certainly comntributed to the crisis being much worse.

Better Solution: Time to (once again) separate the more speculative investment banks from the insured depository banks.

All of which suggests that the status quo preserving, sacred cow loving, upward failing duo of Lawrence Summers and Tim Geithner are still in control of economic policy. The more pragmatic David Axelrod and the take-no-prisoners, don’t-give-a-shit-about-Wall Street Rahm Emmanuel have yet to assert authority over the finance sector.

Non così demolitorio il giudizio di Paul Krugman che pur avanzando riserve dello stesso tenore si salva in corner con un bel "molto meglio che niente". Per quel che mi riguarda e per quel che può contare la mia opinione avrete capito che sono convinto che il piano è destinato a fare la fine della spazzatura e che comunque ci penserà la invincibile lobby dei banchieri di Wall Street e dintorni a svuotarlo di quel poco di significativo che contiene attraverso gli emissari che siedono al Congresso.

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Wednesday, June 17, 2009

Krugman e gli inguaribili ottimisti

Oggi anche a Krugman va di scherzare e di prendere un po' in giro gli inguaribili ottimisti:

Ho letto molti articoli a proposito di un'ondata di nuove case. E' vero che rispetto al mese precedente c'è stato un 17% in più. Ma qui sta l'inghippo: la costruzione di nuove case è arrivata a un punto morto, perciò anche una larga variazione percentuale vuol dire solo che è iniziata la costruzione di una minima quantità di case. Se noi costruissimo in tutta la nazione 6 case al mese e il mese successivo passassimo a 7, la crescita sarebbe appunto del 17 per cento, ma farebbe qualche differenza nella vita reale?

OK, ho esagerato un pò, ma qui sotto è come le costruzioni di nuove case appaiono veramente:


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Monday, June 15, 2009

Lezioni di storia

Mercato Libero segnala oggi un'intervista sul Guardian a Paul Krugman. Da non perdere perchè, come sempre, il premio Nobel per l'economia, con la sua capacità di smontare i luoghi comuni, ci offre una visione non convenzionale e non "embedded" della situazione e delle prospettive della crisi.

Come quando, condendo l'apparentemente arida materia con un pò di ironia, che non guasta mai, si beffa dello stato confusionale in cui versano i repubblicani che attaccano l'amministrazione Obama per le indebite pressioni del Tesoro su Bank of America perchè concludesse l'acquisizione della ormai fallita Merrill Lynch, dimenticando che il misfatto avvenne sotto Bush ed ad opera del suo ministro Paulson.

Ma tant'è, chi non ricorda la favola del lupo che cercava ogni pretesto, pur di giustificare la sua intenzione di fare pranzo a base d'agnello? Ecco allora i nostri eroi vetero liberisti parlare di fallimento per il fatto che dopo quattro mesi di cura Obama il piano di stimoli fiscali non abbia ancora dato i suoi frutti, giacchè la disoccupazione stà ancora crescendo.

Un gioco da ragazzi per Paul Krugman, che pure non è stato tenero nemmeno con Obama e non gliel'ha di certo mandata a dire, dare una bella lezione di storia a questi quattro dinosauri citando proprio uno dei loro padri fondatori. A quanto pare se Obama non ha la bacchetta magica nemmeno il presidente Reagan la combinò poi tanto giusta se il tasso di disoccupazione continuò a salire per altri due anni dopo il via del suo programma di tagli fiscali!



Ma torniamo all'intervista. Il pensiero che tormenta Krugman, sono mesi ormai che continua a ripeterlo, è che corriamo il rischio di non uscire più da questa recessione, chiamando a sostegno dei suoi timori il parallelo con il "decennio perduto" del Giappone. L'intervistatore gli chiede da dove nasca il suo pessimismo: in fondo la situazione negli Stati Uniti e Gran Bretagna non è la stessa determinatasi in Giappone nei primi anni '90. Sentite Krugman come argomenta il suo allarme che quello che è accaduto in Giappone possa accadere al mondo intero.

The thing about Japan, as with all of these cases, is how much people claim to know what happened, without having any evidence. What we do know is that recessions normally end everywhere because the monetary authority cuts interest rates a lot, and that gets things moving. And what we know in Japan was that eventually they cut their interest rates to zero and that wasn't enough. And, so far, although we made the cuts faster than they did and cut them all the way to zero, it isn't enough. We've hit that lower bound the same as they did. Now, everything after that is more or less speculation.

For example, were the problems with the Japanese banks the core problem? There are some stories about credit rationing, but they are not overwhelming. Certainly, when we look at the Japanese recovery, there was not a great surge of business investment. There was primarily a surge of exports. But was fixing the banks central to export growth?

In their case, the problems had a lot to do with demography. That made them a natural capital exporter, from older savers, and also made it harder for them to have enough demand. They also had one hell of a bubble in the 1980s and the wreckage left behind by that bubble - in their case a highly leveraged corporate sector - was and is a drag on the economy.

The size of the shock to our systems is going to be much bigger than what happened to Japan in the 1990s. They never had a freefall in their economy - a period when GDP declined by 3%, 4%. It is by no means clear that the underlying differences in the structure of the situation are significant. What we do know is that the zero bound is real. We know that there are situations in which ordinary monetary policy loses all traction. And we know that we're in one now.

Già, spesso la gente parla delle cose senza conoscerle. Tutto quello che sappiamo è che in teoria le recessioni hanno fine quando le autorità tagliano di molto i tassi d'interesse, e basta questo per rimettere in moto le cose. Dal Giappone abbiamo imparato che questo non è stato sufficiente. Finora abbiamo tagliato i tassi più velocemente che in Giappone e fin quasi allo zero, e non è stato abbastanza. Ogni cosa avvenuta successivamente, quello che sta accadendo ora, è più o meno speculazione.

La misura dello shock cui è sottoposto il nostro sistema sta diventando molto più grande di quello che colpì il Giappone negli anni '90. Loro non hanno avuto mai un'economia in caduta libera, un periodo in cui il Prodotto interno lordo è crollato del 3 o 4 per cento. Che ci siano delle differenze nei sistemi non è significativo. Quel che sappiamo è che la crescita zero è reale. Sappiamo che ci sono situazioni in cui le politiche monetarie perdono tutta la loro forza di trascinamento. Sappiamo che ci troviamo in una di queste situazioni.

E i segnali di ripresa? Krugman spera di sbagliarsi ma la domanda a cui rispondere è: da dove pensiamo venga questa ripresa? Non è facile dirlo se guardiamo a questi due ultimi anni nel loro complesso.

Who knows if the stockmarket makes sense or not? It was pricing in the possibility of an apocalypse a few months ago. That possibility seems to have receded, so it makes sense for the markets to come up, but that's not saying that the economy is going to be great. If you do the comparison not with where they were three months ago, but where they were two years ago, then the markets still seem awfully depressed.

Chissà se i mercati azionari hanno o meno un senso? Pochi mesi fa sembrava l'apocalisse e questa possibilità sembra ora scongiurata, ma non c'è nulla che confermi che l'economia stia tornando ai livelli precedenti. Se comparate i listini azionari non con dove erano tre mesi fa, ma con due anni fa, allora i mercati sembrano ancora terribilmente depressi.

In conclusione, cosa vede dunque Paul Krugman dietro l'angolo? La "Nipponizzazione" dell'economia mondiale con qualche caso di "Argentinaficazione", ovvero grappoli di paesi in default. Comunque non fermatevi qui, tutta l'intervista merita un'attenta lettura.

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Saturday, June 13, 2009

Deflazione, deflazione e ancora deflazione

Gli ultimi dati economici, l'enorme crescita della massa di liquità immessa nel mercato, alcuni segnali come l'aumento dei tassi dei titoli di stato americani a lungo termine, continuano a far discutere il fior fiore degli economisti sulle ipotesi se ci stiamo avviando verso la Grande Inflazione o se piuttosto non ci aspettano anni di depressione giapponese.

Segnalo questo post di Brad DeLong che riprende un articolo di Martin Wolf dal Financial Times. La tesi di Wolf, in estrema e parziale sintesi, è che il lieve aumento dei tassi è un segnale positivo di ripresa perchè vuol dire che il mercato sta uscendo da una fase di panico durante la quale gli investitori si erano rifugiati nei titoli di stato che ora abbandonano diversificando i propri investimenti. L'argomento è estremamente complesso e offre numerosi spunti di riflessione come ad esempio la considerazione che un aumento dei tassi potrebbe soffocare questo debole tentativo di ripresa facendo precipitare in una più profonda depressione il mercato immobiliare, aumentando le insolvenze e quindi le sofferenze delle banche. Insomma il classico cane che si morde la coda.

Paul Krugman invece guarda ad altri dati e ripete tranquillamente per l'ennesima volta che ci troviamo nella classica situazione descritta dalla Trappola della liquidità, la teoria formulata da Keynes nel 1936 (The General Theory of Employment, Interest and Money), in base alla quale, quando i tassi di interesse raggiungono livelli prossimi allo zero, i risparmiatori si aspettano un aumento del saggio d'interesse e di conseguenza preferiscono detenere moneta in forma liquida piuttosto che investirla. Nel contesto attuale, seguendo Keynes, il mercato sarebbe indotto ad assorbire qualsiasi ammontare di liquidità immesso dalle autorità monetarie, neutralizzando così ogni impulso sui tassi e rendendo dunque vana la manovra.

Krugman dunque non vede rischi inflazionistici e quello che mi sembra ci possiamo aspettare in base alla sua analisi, è una lunga depressione durante la quale vedremo sempre bagliori di ripresa ma mai la fine del tunnel.

Krugman sostiene la sua tesi con il grafico della decade perduta giapponese



e con quello degli Stati Uniti negli anni '30



Notice, in this case, that a Friedman-style focus on a broad monetary aggregate gives the false impression that Fed policy wasn’t very expansionary. But it was; the problem was that since banks weren’t lending out their reserves and people were keeping cash in mattresses, the Fed couldn’t expand M2.

Già, stando al grafico, la politica della Federal Reserve non sembra molto espansiva, ma in realtà, dice Krugman lo è stata: il problema è che da quando le banche hanno chiuso i rubinetti del credito e gli investitori hanno iniziato il loro sciopero (mettendo la propria liquidità sotto il materasso), la Fed non ha potuto espandere l'aggregato M2.

L'ultimo grafico ci mostra la spesa pubblica in relazione con quella privata



Government borrowing, while huge, has not quite offset a huge plunge in private borrowing.

La spesa pubblica, benchè molto ampia, non ha compensato la profonda caduta di quella privata.

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